La Verità

25 ottobre 2017
Renzi piega Gentiloni: è voto di fiducia

Bende sugli occhi dei senatori per protesta in aula, a Palazzo Madama. Bende sugli occhi dei senatori a cinque stelle contro la fiducia sul Rosatellum, e cori di rabbia: «Vergognaaa!». È una grande fiammata, poi il Senato torna in attesa di un voto che arriverà entro la fine della settimana.
Per tutta la giornata la tempesta turbina e non appare, in una rincorsa di voci che girano in tondo: fra poco parla Giorgio Napolitano, forse le colombe riescono a trattare, forse l’ appello di Roberto Speranza viene raccolto, forse la resistenza passiva del presidente del Senato, Pietro Grasso, forse la rabbia di Paolo Gentiloni per lo sgarbo subito da Bankitalia rallenterà la corsa. Macché.
Nulla da fare: alla fine ha vinto la linea dei falchi, ovvero di Matteo Renzi e del suo Giglio Magico. La legge deve essere approvata a tutti i costi prima del voto siciliano, prima che una potenziale sconfitta tagli le gambe al Pd.
Così l’ intervento di Napolitano, tanto temuto al Nazareno slitta, e il governo – ignorando le parole dell’ ex capo dello Stato sulla grave forzatura di un voto coatto, pone la fiducia su cinque articoli della legge elettorale. Ad annunciarlo solennemente nell’ aula del Senato – ironia della sorte – è lo stesso ministro Anna Finocchiaro che solo la settimana scorsa ha dovuto mettere la faccia sulla mozione anti-Visco, quando la chat che l’ ha vista protagonista è diventata di dominio pubblico, rivelando il suo imbarazzo nel dover mediare parole che non condivideva. Gli articoli in questione – spiega il ministro – sono l’ uno, il due, il tre, il quattro e il sei. Non ottengono nessun effetto, dunque, le proteste delle opposizioni e gli appelli a procedere su un percorso diverso da quello seguito alla Camera. E quindi bende sugli occhi, urla, contiamoli per aria sui banchi del M5s; «Vergogna vergogna!», urlano in coro quelli di Sinistra italiana mostrando in aula gli stessi cartelli con cui poco prima avevano manifestato davanti a Palazzo Madama. Ma le masse non sono arrivate: il centro di Roma mostra la sua faccia indolente, non ci sono passioni, né rabbia. È come se il rito traumatico si fosse già consumato nel giorno della fiducia alla Camera.
Loredana De Petris – la capogruppo dei deputati di Sinistra italiana – cerca il gesto simbolico e si colloca sullo scranno del presidente del Senato.
Ma non ci sono in questo spicchio di Parlamento le passioni ferine del Transatlantico, senza voto segreto il patto dei partiti può tenere, e l’ unica incognita sarà il modo (lo stanno studiando) in cui i deputati di Forza Italia potranno riuscire a non far mancare il numero legale senza votare a favore del governo. È un gioco di alchimie algebriche, talento da scienziati del pallottoliere.
Tre senatori di Mdp – Maria Cecilia Guerra, Federico Fornaro e Carlo Pegorer – scelgono parole di fuoco per segnalare un nuovo precedente: «Oggi Gentiloni è passato alla storia per aver battuto un triste primato: essere il primo presidente del Consiglio dall’ Unità d’ Italia», concludono i tre, «a porre la fiducia sulla legge elettorale sia alla Camera sia al Senato». Speranza è amareggiato: «Ma perché si fa la legge con Forza Italia e Lega, favorendo la destra? Il Rosatellum divide la sinistra e rafforza la destra». Eppure, mentre la sinistra si sfila, i verdiniani esultano, attraverso le parole del loro riferimento, Vincenzo D’ Anna: «Saremo compatti», sorride il senatore campano, «anche se uno di noi è malato, domani saremo in tredici». È una giornata così: bende, cori, sorrisi, scranni occupati, Napolitano che non arriva, piazze fredde e astratti furori: la faccia rispettabile di Gentiloni si porta addosso come uno sfregio le stimmate del renzismo.

LUCA TELESE
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