Caro Direttore,
forse si nasconde la tua penna dietro "la Elle" di Libero che sigla un corsivetto corrosivo (e anche garbatamente malizioso) nei miei confronti. "Le lacrime di Telese" – ovvero le mie – erano per Claudia, moglie di un operaio di Porto Vesme messa in ginoccio dalla crisi dell'Alcoa. Vorrei assicurarti di due cose: la prima è che con quelle lacrime non c'entra nulla il fatto che, come informa il corsivista, la mia compagna sia Laura Berlinguer (non esiste ancora, credo, la categoria del pianto politico-parentale). La seconda: quelle lacrime non sono per nulla esibite (malamente trattenute, semmai), nè dettate da qualche furbizia (come sospetta il corsivista cinephile di Libero) alla Wiliam Hurt. Niente lacrime da auditel, insomma. Direi piuttosto il contrario. Come hai fatto a non commuoverti anche tu, che pure eri in studio con noi? Claudia nel serrvizio racconta della sua micro-ditta di autolonoleggi che finisce sul lastrico perchè nessuna industria paga più. Racconta quasi impassibile che ha dovuto andare davanti alla sede di un cliente che non saldava una fattura (2.500 euro!) con una tanica di benzina e un fiammifero ("Se non liquidate mi dò fuoco"). La vediamo, sempre nel servizio che parte per Roma a manifestare fiduciosa: "Andiamo per i nostri figli, che altrimenti morirebbero di fame… Non ci arrenderemo mai!".
forse si nasconde la tua penna dietro "la Elle" di Libero che sigla un corsivetto corrosivo (e anche garbatamente malizioso) nei miei confronti. "Le lacrime di Telese" – ovvero le mie – erano per Claudia, moglie di un operaio di Porto Vesme messa in ginoccio dalla crisi dell'Alcoa. Vorrei assicurarti di due cose: la prima è che con quelle lacrime non c'entra nulla il fatto che, come informa il corsivista, la mia compagna sia Laura Berlinguer (non esiste ancora, credo, la categoria del pianto politico-parentale). La seconda: quelle lacrime non sono per nulla esibite (malamente trattenute, semmai), nè dettate da qualche furbizia (come sospetta il corsivista cinephile di Libero) alla Wiliam Hurt. Niente lacrime da auditel, insomma. Direi piuttosto il contrario. Come hai fatto a non commuoverti anche tu, che pure eri in studio con noi? Claudia nel serrvizio racconta della sua micro-ditta di autolonoleggi che finisce sul lastrico perchè nessuna industria paga più. Racconta quasi impassibile che ha dovuto andare davanti alla sede di un cliente che non saldava una fattura (2.500 euro!) con una tanica di benzina e un fiammifero ("Se non liquidate mi dò fuoco"). La vediamo, sempre nel servizio che parte per Roma a manifestare fiduciosa: "Andiamo per i nostri figli, che altrimenti morirebbero di fame… Non ci arrenderemo mai!".
Ecco, ti confesso che quando ho visto quel servizio, già al montaggio, siamo scoppiati a piangere in tre. Per quel senso di ingiustizia e di impotenza che trasmette. Ed aggiungo che quando l'ho rivisto trasdemsso in studio, con Claudia che era lì, mi è venuto di nuovo un magone pazzesco, perché dovevo aggiungere che, nella serata in cui andavamo in onda, già sapevamo che l'Alcoa avrebbe sospeso la produzione di alluminio pochi giorni dopo. Ho pensato a quella donna disperata, ai figli rimasti a casa, e a quegli operai che devono rischiare la vita, cospargersi di benzina, occupare le fabbriche per difendere dei lavori faticosi e poco pagati. Allora ti chiedo: bisogna essere cattivisti a tutti i costi? E' un obbligo? Non esiste il diritto alle lacrime? C'è chi piange per il Grande Fratello, chi per gli Amici della De Filippi, chi per le sfide di canoa, chi per i coretti dei giovani azzurri che recitano "il credo laico" di Silvio, persino qualcuno che si commuove per Bersani a Zelig. Le mie non erano le lacrime piagnone della tv del dolore (legittime, ma io non mi commuovo) ma quelle rabbiose di chi pensa: sta accadendo qualcosa di terribile e non ci posso fare nulla. Posso solo assistere e raccontare. Forse anche voi cattivisti di Libero, ogni tanto, visto che non siete così spietati come vi piace essere raffigurati, dovreste concedervene qualcuna. Adesso che anche buona parte della sinistra è diventata radical-chic (si commuove per i panda, per la foca monaca e per il pullover di Marchionne), se Libero diventasse un pochino operaista non sarebbe un danno, non trovi? Le manderei in onda volentieri, nella prossima puntata di Tetris, "le lacrime di Belpietro".
Luca Telese
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Caro Telese,
essendo ormai vecchio del mestiere, di vicende come quella dei lavoratori di Portovesme ne ho viste tante. Intorno agli anni ottanta erano migliaia gli operai e impiegati che perdevano il lavoro, e di molti di loro mi è capitato di raccontare i destini. All'epoca le ristrutturazioni aziendali, locuzione asettica usata per evitare di dire licenziamenti, erano la norma, e da giovane cronista sindacale di una città industriale mi toccò di scrivere centinaia di pezzi su quelle lotte in difesa del posto, riferendo di scioperi, occupazioni e blocchi stradali. Forse penserai che tutto ciò abbia indurito il mio cuore, come succede a certi medici di fronte al millesimo paziente affetto da cancro. Ma non è così.
Semplicemente mi rifiuto di partecipare a una liturgia che so già essere inutile. Avendo esperienza di campanacci e fischietti portati in corteo, so bene che le manifestazioni non tengono aperte le fabbriche. Quando un'azienda non sta in piedi non c'è governo padreterno che la possa far tornare a camminare, soprattutto di questi tempi, in cui il protezionismo dello stato non è più possibile. Certo, televisivamente fa effetto sentire una donna che dice: siamo qui per i nostri figli, i quali altrimenti morirebbero di fame, e per questo non ci arrenderemo mai. Ma se vuoi bene alla signora non devi offrirle le tue lacrime,che non sfameranno nessun bambino, ma devi spiegarle che forse è meglio cercare un'alternativa a quel lavoro che fra poco non ci sarà più. Vedi, caro Telese, nel 1975, a Brescia, chiusero una fabbrica metalmeccanica e gli operai la occuparono. Lo slogan era: "Un minuto più del padrone". Per un anno i lavoratori rimasero in quei capannoni ormai morti, sostenuti e incitati dal sindacato, ma non riebbero il loro posto. Quella era una stagione in cui qualcuno si illudeva che le aziende fossero una variabile indipendente dell'economia. Oggi nessuno lo crede più e illudere le persone, o peggio, consolarle con qualche lacrimuccia, equivale a una presa in giro. Meglio, molto meglio, dir loro la realtà, affinché non perdano tempo e denaro. Meglio, assolutamente meglio, spingerle a cercare un altro posto, piuttosto che difendere quello che non hanno o non avranno più o conserveranno solo a prezzo di anni di cassa integrazione.
Non so se tu sia il William Hurt di "Dentro la notizia" o un'aspirante Maria De Filippi degli operai, ma conosco il detto del medico pietoso. E credo che valga anche per il cronista piagnone.
Maurizio Belpietro

