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19 marzo 2016
Salah era nascosto sotto il naso dell’Europa

E così, alla fine lo hanno preso. Mai un arresto è stato più simile a uno smacco che a un successo. Mai un latitante, aveva messo in evidenza (forse dai tempi della grottesca fuga dell’ex nazista Herbert Kappler, nel 1976, a Roma, nascosto dentro una valigia) i limiti di un intero sistema di intelligence e di un apparato di polizia.

Salah era proprio sotto il naso della polizia belga

La fuga e la latitanza di Mohammed Salah, la sua sparizione e la sua Epifania, dunque, non sono semplicemente l’impresa rocambolesca di un piccolo terrorista dell’Isis, la fuga di una primula islamica, ma la prova di un vero e proprio errore criminologico-culturale. Salah era proprio sotto il naso della polizia belga, in quel palpitante cuore di integralismo, rabbia e ferocia che è il Moellembek di Bruxelles. Salah era a casa sua, come un pesce che nuota nell’acqua. I francesi sono riusciti a scoprire gli attentatori del Bataclan, partendo dal rilievo statistico di posizione di un telefonino buttato dentro uno dei cinquecento cestini svuotati dalla gendarmerie di Parigi, setacciando metodicamente un intero quadrante di città.

La polizia belga ha sbagliato, come dieci anni fa

La polizia francese, cioè, è arrivata all’irruzione nel covo Saint Denis, con lo stesso grado di probabilità che può augurarsi chi cerca di recuperare un ago in un pagliaio. Eppure ce l’ha fatta, grazie alla testardaggine dell’investigatore che non abbandona nessun dettaglio, che nella sua indagine fonde intuizione e metodo. La polizia belga, invece, ha sbagliato, non solo adesso, ma forse già dieci anni fa. Ha sbagliato quando ha cercato di stabilire una sorta di patto di non belligeranza con l’integralismo, intorno alla costituzione di un quartiere ghetto, all’insegna di questa parola d’ordine: voi non vi createci problemi a casa, e noi non vi veniamo a rompere le scatole nei vostri covi. Moellembeck era una zona franca molto prima degli attentati di Parigi, una città nella città, uno stato etnico dentro uno stato europeo, un paradosso di cittadinanza ad un passo dal cuore pulsante di Bruxelles. Era così permeabile e poco sorvegliata, questa enclave, che i killer del Bataclan il giorno della strage avevano fatto in tempo ad andare e tornare dal Belgio, con la stessa tranquillità con cui si entra e si esce da casa propria. Ma l’errore deve essere stato ripetuto, forse persino dal punto di vista culturale, se dopo averlo inseguito per tutta Europa e in mezzo mondo, adesso scopriamo che l’uomo simbolo del terrore non si era mai mosso da casa sua. Oppure peggio: dopo aver calcato tutte le piste, dopo che i servizi ci avevano raccontato persino che era finito in Liguria (sic!) e in Siria, Salah ha avuto l’ardire, e anche il senso di impunità, di chi pensa: posso tornare sul luogo del delitto perché lì sarò al sicuro, coperto dai simpatizzanti della mia causa. Bene, se c’è una lezione in questa torbida storia, è che non può esistere patto di non belligeranza con gli integralisti. Non c’è la possibilità di stabilire un regime di coesistenza non belligerante. Isolare una etnia o una comunità religiosa in un quartiere ghetto, non è un modo per contenerla, ma piuttosto per farle esplodere.

Putin costruì la sua carriera su di un singolo gesto

Vladimir Putin, appena nominato primo ministro, costruì tutta la sua carriera su di un singolo gesto,  ovvero sul modo imperioso con cui aveva sbattuto sul tavolo la mano di un militare, che sollevava il calice di fronte a lui dicendo: “Brindiamo all’uomo che ha iniziato a combattere l’integralismo!”. Putin, che fino a quel momento per il mondo era solo un uomo di apparato, un cinquantenne scialbo, e apparentemente privo di personalità, tenne ferma la mano del suo corifeo e ruggì: “D’ora in poi non brinderemo più finché non li avremmo ammazzati tutti quanti!”. Era tutta in quel ringhio la metamorfosi che avrebbe portato l’ex agente del KGB a farsi zar.

La telenovela di Salah sia una lezione

La telenovela di Salah, dunque, non deve diventare un episodio di colore, nemmeno una sceneggiatura di un telefilm, ma piuttosto una lezione: non ci sono terze vie, nella lotta ai terroristi, è solo linea dura. Ma il fatto più importante, forse, è che questa primula nera per la prima volta viene catturata viva. Salah, dunque, è il primo soldato del terrore che non diventa kamikaze, il primo che potrà dirci e raccontarci la genesi di un gruppo di fuoco che ha tenuto in scacco l’Europa. Ma già oggi, la sua storia ci dice, che se in Italia non abbiamo avuto dei commandos, solo degli sporadici apprendisti del terrore, è anche perché nelle nostre periferie, magari brutte e sgarrupate, i poveri italiani non sono odiati dai poveri islamici, perché la rabbia sociale, che pure c’è, non diventa mai odio etnico e odio ideologico.

LUCA TELESE