La Verità

15 ottobre 2017
Il Pd si fa la festa ma …

La foto della festa di compleanno del Pd nella celebrazione del teatro Eliseo ricorda quelle celeberrime della Rivoluzione d’ ottobre sbianchettata dopo il 1917: noti più gli assenti che i presenti, più i vuoti che i pieni. La foto della festa del Pd con la prima fila degli ospiti d’ onore adagiata nel velluto rosso delle poltrone, infatti, vedeva uno a fianco all’ altro Paolo Gentiloni (ex Margherita), Matteo Renzi (ex Margherita), Maria Elena Boschi (fanfaniana di Laterina, come disse lei di sé stessa una volta, «ma per ragioni geografiche») e Walter Veltroni (unico ex comunista). Il problema politico esiste, e grande come una casa, e infatti ritorna in ogni iconografia sintetica: durante la fiducia alla Camera, nell’ immagine simbolo del dibattito parlamentare, il capogruppo Ettore Rosato durante la diretta televisiva aveva visibili nell’ inquadratura, intorno a sé, altre tre persone che vengono dalla tradizione post-democristiana: oltre a lui (post-democristiano) c’ erano l’ onorevole Marco Di Maio (renziano doc), al suo fianco, nella posizione simbolicamente più importante, c’ era Lorenzo Guerini (ex democristiano), e dietro di lui c’ era l’ onorevole Daniele Marantelli (che viene addirittura dalla lista Martinazzoli). Per trovare una post-pidiessina bisognava scrutare in alto a sinistra il gomito della campana Valeria Valente, ex pupilla di Antonio Bassolino, sconfitta alle comunali di Napoli da Luigi De Magistris.
Questo Pd che compie dieci anni a Roma, «dimenticandosi» di invitare Romano Prodi, Rosi Bindi ed Enrico Letta (ex popolari ulivisti ma non ex democristiani), ma anche un suo ex segretario come Guglielmo Epifani (ex socialista), esprime oggi un presidente della Repubblica che viene dalla Dc, un presidente del Consiglio che viene dalla Margherita, due capigruppo parlamentari che vengono dalla Margherita e un segretario che viene dalla Margherita: sembra un paese balcanico colpito da una qualche pulizia etnicopolitica. È come se alla festa compleanno del bambino che era al centro dei manifesti celebrativi, non si fosse presentato il festeggiato e le candeline della torta fossero soffiate da alcuni amici che non fanno parte della famiglia fondativa.
Il compleanno, peraltro, sul piano dei contenuti politici, inizia con una nuova balla di Matteo Renzi, che dal palco dice: «Non importa chi sarà il candidato premier» (titolo più importante delle agenzie), e che invece a Repubblica – in un forum con quattro giornalisti – dichiarava esattamente il contrario: «Il candidato premier sarò io». In questo contesto, l’ immagine di Walter Veltroni, il comunista che disse di non essere mai stato comunista, esibito come l’ ultima reliquia di una tradizione estinta, assume un tono epico e insieme malinconico, quasi crepuscolare. Epico perché Veltroni è l’ ultimo dei leader sopravvissuti alla corte di Renzi in grado di fare un discorso politico (che non sia la lettura di quattro cartelle dattiloscritte), ma malinconico perché trasformare quell’ occasione in una celebrazione del grande assente, Romano Prodi (come ha scelto di fare Veltroni), sembrava un modo elegante per dire che la parte migliore di questo Pd contemporaneo, acciaccato e leaderizzato, era fuori da quella sala. Il festeggiato del discorso era uno dei non pervenuti. D’ altra parte le parole più caustiche, arrivavano da un altro ex democratico cattolico ma non democristiano, anche lui non invitato come Arturo Parisi, che fu il leader dell’ Asinello: «Dopo l’ approvazione del Rosatellum, nel merito e nel metodo, il decennale del Pd, invece di un giorno di festa s’ è trasformato in un giorno di lutto». E ancora, evocando lo strappo di Montecitorio: «Ricordo che 12 anni fa, quando Berlusconi ci impose il Porcellum, almeno non lo fece con la fiducia.
Quanto al decimo compleanno», aggiunge Parisi, «noto almeno una sciatteria dell’ organizzazione nel coordinamento delle agende. E dire che io e Romano qualche ruolo l’ abbiamo avuto». Anche Franco Monaco, un cattolico che è stato capogruppo dei Democratici di Prodi ieri è stato durissimo: «Quello di oggi non c’ entra nulla con il nostro Pd. Emorragia di elettori e iscritti, scissioni più cercate che subite, centrosinistra piccolo e diviso, ammiccamenti a Berlusconi, previsioni elettorali infauste, destra e 5 stelle in salute e, da ultimo, una legge elettorale pessima imposta con uno strappo istituzionale. Che c’ è da celebrare?». «Aridatece Walter», urla all’ Eliseo il militante seduto su un gradino della prima balconata, colto dall’ inviato di Huffington post, dopo l’ applauso, caldo, uno dei tanti, alla prima curva della memoria: «Il Pd», sta dicendo Veltroni, «nacque con dieci anni di ritardo, doveva essere la naturale prosecuzione e il proseguimento della stagione dell’ Ulivo».
La Boschi assediata dai fotografi, ha pensato una mise per finire nelle pagine dei quotidiani del giorno dopo: scarpa di vernice rosso scarlatto, pantalone bianco avorio, camicetta di seta verde cangiante. Ma è curioso che a questa festa di compleanno manchino anche il ministro Andrea Orlando e Gianni Cuperlo, uomini simbolo delle minoranze superstiti.
Non si vede neanche Matteo Orfini, che pure è il numero due formale (questa di certo non è un’ assenza politica).
Renzi grida dal palco: «Non c’ è sinistra senza di noi», e pare un esorcismo. «La sinistra è un’ idea del mondo», dice Veltroni, «è libertà di coltivare idee e valori, non è solo una collocazione parlamentare». Ma il problema del compleanno del Pd è che qualsiasi cosa sia oggi la sinistra, malgrado i proclami degli astanti, ieri all’ Eliseo era non pervenuta.

LUCA TELESE

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