La Verità

11 ottobre 2017
Blindato il Rosatellum, il M5s va in piazza

E così alla fine, il governo è arrivato a porre la fiducia sulla legge elettorale. Lo ha fatto con un gesto inusuale, che rompe il protocollo abituale del dibattito parlamentare su questo temi, con tre soli precedenti inquietanti nella storia dello Stato unitario: quello di Matteo Renzi con l’ Italicum, quello della «legge-truffa» del 1953, e quello della legge Acerbo voluta da Benito Mussolini. Lo ha fatto suscitando a sorpresa – addirittura – una esternazione contraria di Giorgio Napolitano, presidente emerito, che ha preso posizione pubblica contro il testo, sul nodo del cosiddetto «capo politico», annunciando che l’ indicazione diretta gli sembra non costituzionale, e augurandosi che sia corretta prima del voto al Senato.
Intanto insorge Luigi Di Maio, che annuncia su Facebook due giorni di manifestazioni: «Siamo in piena emergenza democratica», dice in un videomessaggio, «abbiamo bisogno di voi. Si comincia domani (oggi, ndr) alle 13, in piazza Montecitorio, raggiungeteci per fermare questa vergogna». Il governo pone la fiducia sulla legge elettorale, su richiesta del capogruppo del Pd, Ettore Rosato, malgrado per mesi avesse detto che voleva affidare alla sovranità del Parlamento l’ approvazione del testo. Lo fa bloccando tutti gli emendamenti e tutti i voti segreti (tranne uno). Gli scricchiolii che accompagnavano il Rosatellum, infatti, raccontavano da giorni di una debolezza strutturale dell’ ultimo patto a quattro (Pd, Ap, Lega, Forza Italia) su cui si regge il nuovo testo. Le principali vittime designate (politiche) di questa operazione sembrano – e sono – ovviamente i grillini. E poi anche Mdp, cui Renzi vuole tarpare le ali nella culla. Ma il colpo inferto dal nuovo Rosatellum al Parlamento è in realtà trasversale, perché consegna il 100% delle liste ai cosiddetti «nominati», assegnando alle segreterie dei partiti l’ arbitrio totale sia sulle liste della parte maggioritaria sia su quelle della parte proporzionale. Il testo non prevede – tuttavia – nessun meccanismo di controllo, di designazione o di garanzia del candidati: quindi decide da solo il capo. Ma il testo sfavorisce anche, geograficamente – per effetto dei suoi meccanismi interni – i deputati del centrosinistra al Nord e quelli di centrodestra al Sud. Infine, introducendo l’ apparentamento intorno al «capo politico» della coalizione, taglia le gambe al M5s: i grillini, infatti, sono primi come partito in molte parti d’ Italia ma terzi quasi ovunque se si contano le alleanze. Questo effetto penalizzante, dunque, li taglierebbe fuori dalla corsa per i collegi uninominali quasi ovunque. «Qui si sta scherzando col fuoco», commenta Roberto Speranza, coordinatore di Mdp, «Si tratta di una legge che toglie la sovranità ai cittadini, che viene approvata togliendo sovranità al Parlamento. È oltre i limiti della democrazia». E già ieri, in piazza Montecitorio, si attivava un sit in di protesta, in cui confluivano il megafono di Alessandro Di Battista, i No Vacs, e persino i forconi del generale Pappalardo (i quali hanno fischiato l’ onorevole grillino, che di fatto aveva «sbagliato piazza», e intonato il coro: «Dimettiti»).
Ma un testo con queste caratteristiche e queste opposizioni, poteva superare 90 voti di fiducia (erano quelli previsti)? Prima dell’ estate il «Porcellinum» (che sulla carta aveva 100 voti di margine) era stato affondato dopo appena tre scrutini: il precedente contava. Ovviamente il rischio di killeraggio era altissimo. E così Renzi e Gentiloni sono entrati a gamba tesa sul Parlamento nel tentativo di blindare l’ accordo con tre distinti voti di fiducia, tre diversi dibattiti e tre distinte chiamate al voto. Poi – se almeno un gruppo parlamentare dovesse chiedere il voto di fiducia – si arriverà a un voto finale a scrutinio segreto. Che diventa sempre più probabile, dato che sicuramente il Movimento 5 stelle porrà la questione della segretezza. Il nodo che è emerso nelle ultime ore lo ha posto il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano.
Che chiede di cancellare dalla legge elettorale l’ indicazione del capo politico al momento della presentazione delle liste dei partiti. Napolitano (molto vicino al Colle) è intervenuto – a sorpresa – con un’ operazione di moral dissuasion.
La norma che designa il capo politico, sostiene Napolitano in una nota, è «incompatibile con i nostri equilibri costituzionali» perché alimenta «il grande equivoco» che gli elettori siano chiamati a eleggere non solo il Parlamento ma anche il futuro premier.
E così si passa al Quirinale, che fino a ieri aveva osservato l’ operazione senza intervenire. Fonti del Colle, però, fanno trapelare che il presidente, pur considerando positivo l’ impegno del Parlamento per una nuova legge elettorale, auspica che questo avvenga con ampio consenso ed è attento al nodo proposto.
Scrive Napolitano: «Considero altamente auspicabile – e la considero tale nel solco delle considerazioni sempre espresse dal presidente Mattarella – l’ approvazione in Parlamento con il più largo consenso di una legge elettorale che naturalmente tenga nel massimo conto la sentenza della Corte costituzionale».
Aggiunge Napolitano: «Sul testo complessivo di cui oggi comincia la discussione alla Camera, mi esprimerò eventualmente quando giungerà all’ esame del Senato. Ma sento di dover fare già ora un rilievo che ritengo importante e che auspico possa essere oggetto di attenzione nella serrata discussione che si apre alla Camera». Napolitano parla del comma 7 dell’ art. 1: la proposta riproduce la clausola preesistente, che prevedeva la dichiarazione del nome e cognome della persona indicata come capo della forza politica da parte dei partiti contestualmente al deposito del simbolo elettorale e del loro programma: «Ritengo», aggiunge il presidente emerito, «che il sopravvivere di questa clausola ripresenti il grande equivoco già manifestatosi, nel senso che l’ elettore sia chiamato a votare per eleggere non solo il Parlamento, ma il capo dell’ esecutivo. Qualcosa cioè di incompatibile con i nostri equilibri costituzionali, e che quindi va, a mio avviso, definitivamente eliminato. Neppure nel sistema francese si produce alcun equivoco del genere, in quanto non vengono confuse nello stesso voto l’ elezione del Presidente con poteri di governo e l’ elezione dell’ Assemblea nazionale». Napolitano interviene, dunque, con un tono e un richiamo a Mattarella che fanno pensare a un messaggio condiviso con il Colle. Il M5s annuncia le barricate. E il voto finale arriverà domani o forse (se i tempi si dilatano) venerdì: l’ ultimo atto del governo-fotocopia dove Gentiloni, anche su questo delicatissimo nodo, ha voluto imitare Renzi.

LUCA TELESE

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