La Verità

23 settembre 2017
Renzi ingrippato

La notizia è di quelle che segnano un piccolo spartiacque nella storia dei flussi politicoelettorali della politica italiana: per la prima volta, infatti, un istituto di sondaggi ha fissato l’ asticella del Pd al di sotto dei voti raccolti dal partito di Pier Luigi Bersani (quel 25,4% che Renzi considerava un fallimento). Ma lo ha quotato anche – di nuovo per la prima volta – al filo della soglia psicologica di sicurezza del 25% dei voti (sotto la quale il Nazareno non è mai arrivato in tutta la sua storia). Non solo: la somma dei due partiti «concorrenti» su parti dello stesso elettorato, Articolo Uno e Sinistra Italiana, arriva al 5,6%. Con un moto speculare e contrario, anche il centrodestra supera per la prima volta la soglia di un terzo dei voti, attestandosi – con i suoi tre partiti – al 34,1%. I consensi sono così ripartiti: la Lega (primo partito) al 15%, Forza Italia al 13,8%, e Fratelli d’ Italia al 5,3%.
Ma questa notizia per il partito di Matteo Renzi ha molte ricadute immediate: politiche, ovviamente. Simboliche, anche. Ma soprattutto, come vedremo tra breve, (a pochi mesi dal voto) sicuramente pratiche, sui meccanismi di elezione e sulle liste. Il dato è questo, ed è figlio di un trend calante. A certificarlo è una indagine di Indexway, che ha studiato anche la Sicilia. Qui il dato di tendenza del Pd è ancora più stupefacente: secondo l’ istituto di Natascia Turato, nell’ isola il partito che esprime il governatore uscente sarebbe addirittura quarto. Il candidato di Renzi e del ministro Angelino Alfano, il rettore Fabrizio Micari, arriverebbe quarto, con il 15% dei voti, superato dal candidato della sinistra, Claudio Fava. Il vincitore sarebbe Nello Musumeci, leader del centrodestra unito, quotato al 36%, collocato a sei punti di distacco dal candidato del Movimento 5 stelle. Questo sondaggio conferma i dati quasi simili (lì il distacco era ancora maggiore) fotografati da un’ indagine condotta dall’ istituto Piepoli.
In quel caso il Pd prenderebbe solo il 6%: una Caporetto. Si ripete per il Pd – dunque – una situazione di allarme simile a quella che Indexway fotografò prima del referendum (e tutti ricordano come è andata) annunciando per primo il trend calante del Sì e il vantaggio del No. Altri istituti, che pure trovano nei dati grezzi avvisaglie di questa flessione, continuano a calmierare (oggi come allora) il dato negativo in sede di compensazione, considerandolo troppo clamoroso. Tra chi è prudente e chi campa di commesse governative, l’ effetto finale – qualunque sia la causa – è quello di continuare a sovrastimare il Pd considerando non congruo un crollo troppo brusco. Ma che effetto potrebbe avere sul voto nazionale una disfatta in Sicilia? Questo è quello che tutti i sondaggisti oggi si chiedono.
Dicevamo però che anche in queste condizioni il 25% segna un terremoto.
Con questa percentuale infatti, il Partito democratico arriverebbe a dimezzare la rappresentanza del numero dei deputati eletti rispetto a quelli che attualmente siedono in Parlamento: se si votasse con un sistema proporzionale puro, infatti (cosa che non accade mai, per via delle soglie di accesso), i Dem porterebbero in parlamento solo 160 deputati. Attualmente, il loro gruppo ne conta 290. E a questa carneficina politica, si aggiunge il problema del rapporto con le minoranze interne: ai tre leader che le rappresentano, includendo (incredibilmente) fra questi anche il ministro Dario Franceschini (che pure lo ha sostenuto alle primarie) il segretario del partito ha annunciato, sia pure in via informale, di voler concedere solo il 10% dei posti sicuri. Se questo fosse il dato, significherebbe che gli orlandiani, la corrente di Michele Emiliano, e quella del ministro della Cultura dovrebbero spartirsi non più di 15-16 seggi certi alla Camera. Se si votasse con il Consultellum, quindi, le opposizioni a Renzi manterrebbero la tenue speranza di poter eleggere altri 10-15 deputati nella piccola quota riservata ai parlamentari designati con le preferenze. Se invece passasse il Rosatellum, i margini di manovra si restringerebbero ancora, perché a quel punto, verrebbero eletti unicamente i parlamentari nominati dal segretario.
Per la legge secondo cui il battito di una farfalla in Sudamerica può produrre un terremoto in Europa, questi numeri e queste proiezioni potrebbero addirittura aumentare la percentuale dei franchi tiratori dem che trarrebbero un vantaggio dal fondamento della nuova bozza di legge elettorale.
Ma a preoccupare i vertici del Nazareno non ci sono soltanto le intenzioni di voto a livello nazionale e siciliano. Il vero problema che sta esplodendo in queste ore sono i dati di accesso ed incasso delle feste nazionali e locali di questa stagione. La gioiosa macchina da guerra delle salamelle, che aveva continuato a produrre grandi incassi ancora nell’ era Bersani, segna ovunque, dibattiti deserti e perdite economiche. Il vecchio partito si è liquefatto (difficile ancora capire se per colpa della scissione o dopo la scissione), la linea di non invitare nessuno dei dirigenti del partito fuoriusciti ha trasmesso l’ immagine di un partito settario e arroccato: «Quando ero segretario io», spiega un corrucciato Pier Luigi Bersani, «invitavamo tutti, a partire dai dirigenti della Lega.
In questa edizione, ho avuto la spiacevole sorpresa di scoprire che la direttiva, in tutte le città, è stata quella di impedire ai dirigenti locali di invitarmi. A me, questa scelta, fatto molto male.
A loro credo che abbia creato un danno».

LUCA TELESE

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