Lettere dei lettori

28 aprile 2011
Borromeide

"La Borromeo l’avete fatta diventare antipatica voi; il suo privilegio è sotto gli occhi di tutti; DIMMI in quale giornale un giornalista senza nessuna esperienza firma la prima pagina dal SECONDO numero e non occasionalmente ma regolarmente? e quali sono gli altri giornalisti che, non assunti e senza nessuna esperienza, hanno firmato regolarmente la prima pagina di FQ? io in prima ho visto sempre nomi di provata esperienza; è così facile diventare bravi giornalisti? sai quante ragazze brave e piene di talento ci sono nelle redazioni, a costo zero? gente che dovrà rinunciare ad un sogno perchè priva di conoscenze.
quanto al “bravissima”, è evidente che sei di bocca buona (quando ti fa comodo), io qualche pezzo della Borromeo l’ho letto e non vi ho trovato traccia di particolare talento, come diceva la mia prof di greco “senza infamia e senza lode”, non ha uno stile personale. Se vogliamo fare nomi la Truzzi se la mettte in tasca mille volte, ma vuoi che una che si chiama Truzzi faccia da frontman?La Borromeo quando parla ripete paripari il Travaglio pensiero.
poi certo che uno se non è una zucca impara, ma pensa se la possibilità data alla Borromeo l’avesse avuta una con del talento vero…..e tu saresti di sinistra, ma camminaaaaaaaaaa… “era in prova, è stata assunta dopo che”.. e poi c’erano le marmotte che incartavano la cioccolata …"

Virginia

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Cara Virginia,
rispondo a te, almeno so che esisti (sarda e Rifondarola, sulle nostre tracce fin dai tempi di Marcotravalgio.it, vero?) per rispondere a tutti gli altri che, per ragioni a me oscure, continuano a scrivermi su questo sito (e su quello del giornale) contro Beatrice Borromeo e contro il suo lavoro a Il Fatto. O meglio posso intuire perché lo fai (e lo fate): perché scambiate un simbolo per la realtà. E quindi vi immaginate che la Borromeo, per il suo cognome e per la sua storia sia una sorta di usurpatrice blasonata che, per motivi impescrutabili avrebbe abbindolato i redattori del nostro giornale, e usurpato un posto che di diritto sarebbe spettato a qualche leggendario, esemplare (e altrettanto irreale) superprecario.
Forse qui vanno chiariti un paio di dettagli. Il primo: se questo è un giornale bellissimo e fichissimo, gli stessi che fanno questi complimenti, non possono poi sostenere che saremmo una compagnia di brocchi che si è fatta stregare dalla perfidia occulta della principessina. Il secondo: non esistendo (perché è un simbolo verosimile, come spesso capita in Italia, ma non vero) la Beatrice usurpatrice, non può esistere nemmeno la superprecaria usurpata. Il nostro giornale è partito con sole dodici persone in redazione, compresa la nostra mitica e dolcissima Eloisa. Più una ciurma di ragazzi che hanno scommesso sul giornale. Erano tutti precari compresa Beatrice, venivano tutti da grandi prove, e pessime situazioni contrattuali. Erano, insomma, giovani sfruttati, o mobbizzati, o flessibilizzati, secondo il terrificante costume di un frammento considerevole del giornalismo italiano (purtroppo quasi più diffuso nel cosiddetto giornalismo di sinistra che nel cosiddetto giornalismo di destra) secondo cui se lavori gratis devi ringraziare chi ti fa lavorare. In questo il giornalismo è molto simile ai partiti, alle università, a tutti gli apparati gerarchici in cui solitamente trovate un babbione frustrato, che ripete ai suoi dipendenti che la strada non può che essere dura, che non è più il tempo delle certezze, che si devono scordare la pacchia del contratto (ovvero tutto quello di cui lui ha goduto). Ecco, al Fatto, anche grazie al successo di questo giornale, questa leva di giovani turbo-giornalisti che sono partiti mettendoci solo pane amore e fantasia (da Paola Zanza a Caterina Perniconi, da Federico Mello a Carlo Tecce, passando per tanti altri che non erano assunti dal primo giorno) ha fatto faville: ha chiuso montagne di pagine, ha scritto libri, ha raccontato storie, ha retto dei carichi di lavoro pazzeschi (penso a ferie saltate, a riunioni di redazione nelle feste comandate, a corte soppresse), e ha permesso al giornale di crescere e di rafforzarsi. Quindi, insieme a tutti gli altri precari che ci sono stati, Beatrice è stata assunta, con il contratto minimo del praticante (lo stesso di cui gode tutt’ora). Non è stata una privilegiata. Ha seguito la stessa sorte degli altri. Qui al Fatto (è un vanto di Poidomani, il nostro amministratore) anche gli stagisti ottengono un rimborso spese (credo di 700 euro) E Beatrice ha fatto cose egregie (non mi ricordavo che firmasse in prima nel numero due, ma se lo ha fatto ci sarà un motivo: la prima non è un tabernacolo, è uno strumento). Ha scritto pezzi sublimi sulla televisione, sugli immigrati, è andata a seguire un sindaco cialtrone a Moltalto (e lo ha beccato, cosa che in questo mestiere conta), si è smazzata per mesi (spesso lo fa ancora) la pagina delle lettere, ha inseguito in giro per la rete e-mail, foto, cani gatti e pesci per sostenere la mitica rubrica dell’”abbonato del giorno”, fino a che non c’è rimasot più nessuno da effigiare. Si occupava di economia (sfruttata in modo vergognoso, va detto, da Stefano Feltri il suo compagno di banco), di cronaca, di società. C’è sempre una storia in cui lasci il segno: Beh, io non mi scordo la perizia con cui ha scotennato Minzolini con un articolo impeccabile sulle note spese documentato fino all’ultima riga, e la prodigiosa intervista-live al direttore del Tg1, aperta dalla domandina niente male: “Cosa si prova ad aver mentito agli italiani?” (o qualcosa di molti simile). Mitica. Avrei voluto farle un monumento. Così come non scordo una bella intevista centometrista con Vespa che mandai in onda a Tetris. Così come (nell’unica volta che è venuta nel mio programma) duello a pari livello con l’ex ministro Castelli sulla giustizia. Andatevelo a rivedere quel match sulla censura subita a Raidue (indimenticabile Marano che irrompeva in studio vaffanculandola) e rivedetevi il corpo a corpo fra Minzolini e Bea: imperfetto, ruvidissimo, ma anche autentico. Un match adrenalinico giocato sulla velocità e sull’effetto sorpresa. Io quando vedo uno, o una, così (ne ho visti e ne vedo, fra quelli che incrocio o quelli che mi scrivono e che mi pianotonano in giro per l’Italia) dico: bisognerebbe metterli in prima tutti i giorni, cara Virginia, e non uno solo. Il fatto che Beatrice appartenga alla sua famiglia, che sua sorella sia sposata con Yaki Elkann a me importa poco o nulla. Io giudico il lavoro e la persona. E ti assicuro che se tu vieni (sei invitata ufficialmente) a via Valadier con la tua carta di identità, passi un pomeriggio con noi, e passi una serata con noi, finirà che la prendi in grande simpatia, come era capitato a me che ero moto diffidente, e che ho fatto una scoperta. D’altra parte, la conversione di una scettica nuragica, sarebbe una degna conclusione per questa stucchevole borromeide.

Luca


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