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7 luglio 2012
“Non ho grillini per la testa”

Vulcanico, entusiasta, visionario, sicuro di sé («Mi danno del presuntoso, e certo non mi disistimo») Gli aggettivi per Luca Telese non bastano mai. Passato – «senza mai vendere l’anima», giura – da un punto all’altro dello schieramento politico-editoriale, dal Giornale al Fatto quotidiano, adesso vuole fondare un nuovo giornale: Pubblico. Il nome richiama il Servizio Pubblico di Santoro; il logo il francese Liberation. Giornalismo moderno, giovane, cattivo, spettacolare. Tra Steve Jobs e Berlinguer, contro le segreterie di partito ma non contro la politica. Niente papelli né Grillo. Obiettivo: dire quello che a sinistra molti pensano e non trovano.

Telese, sei sicuro che serva un altro giornale nella sinistra?
La nostra squadra mette insieme persone che vengono da storie giornalistiche diverse: Fornario, corsivista satirica de l’Unitá, Labate, cronista politico principe de Il Riformista, Mello, cronista dell’innovazione che viene da Il Fatto come me, Armeni che viene dalla storia de il Manifesto superandola con una nuova sintesi, Podda che era “donna-macchina” e cervello a Liberazione senza i dogmi dell’estremismo, Formigli che rappresenta la nuova lingua dell’inchiesta televisiva, Manolo Fucecchi che rappresenta la visionarietá del racconto per immagini…

Perché?
Costruire una nuova sintesi serve a raccontare, per esempio, il mondo che va dalla Iribus di valle Ufita (dove 700 operai hanno perso il lavoro) a Pomigliano. C’è un enorme potenziale: gente a cui serve un giornale di sinistra moderno, senza anticaglie polverose, cimeli, reducismo, estremismo. E ci sono due sinistre sbagliate: una che non ha capito il denaro, l’altro che dal denaro si è fatta comprare. il giorno dell’annuncio di Pubblico mi chiama l’operaio Petrillo della Iribus e mi fa’: Sai, noi abbiamo mille euro al mese di cassa integrazione, ma tre abbonamenti al tuo giornale li facciamo’.il nostro tour é partito da li. Io sono stato davanti a tutte le fabbriche italiane, conosco per nome tutti i capi operai. E considero questi capi operai come leader di partito. Bersani dovrebbe ascoltare chi é stato nella guerra del tempo. Questi capi, che lui non ha mai incontrato, non sono lo spettro della classe operaia che va in paradiso. Sono quelli che ti dicono cosa fa Fiat in Italia. Gente come Roberto Mastrosimone, che in tv alla professoressa Kostoris, Una simil Fornero – che per me vuol dire olocausto dei diritti – lo attaccava: «Ma voi sareste disposti a dimezzarvi lo stipendio per l’azienda?». E lui: «Senta, io guadagno 1.200 euro, se lo dimezzo sono 600. Per andare in fabbrica spendo 200 di benzina. Se vuole faccio un bonifico a Marchionne… Quanto prende lei?».

Perché, allora, non dire queste cose in un un unico grande giornale della sinistra?

Perché nessuno ci vorrebbe dentro. Il manifesto il giorno in cui i black blok devastano Roma dice: “Compagni che sbagliano”. Come si fa?

E L’Unità?
Oggi non è il giornale del Pd, ma della sua segreteria.Quando sul Fatto scrivevo delle liste civiche, sull’Unità non c’era una riga. Quando a In onda, su La7, abbiamo fatto il cartonato di Bersani, assente tra Vendola e Di Pietro, i giornali si dividevano tra chi lo metteva in prima chi in apertura della politica. Nell’Unità quella foto era tabù. L’Unità non puó raccontare la storia degli asili nido di Torino. senti qui: Fassino scopre che Chiamparino gli ha lasciato 3.3 miliardi di euro di passivo, é costretto a violare il patto di stabilità. Quindi, per legge, non può più assumere precari. A Torino negli asili dell’infanzia, tutti pubblici, ci sono 200 precari in 50 scuole. Quindi deve chiudere 10 asili e i precari se ne vanno a casa. Ecco lalora la soluzione di Fassino: sostituiamo gli asili pubblici una cooperativa di servizi, privata. Cattolica, ovvio, perché devi farti perdonare di essere stato comunista. Costerà di più rispetto a prima, ma quel servizio il comune può pagarlo, anche se è fuori dal patto di stabilità. il patto che i parlamentari del Pd hanno votato col maldipancia, lo stesso che impedisce l’acquisto degli autobus e uccide Iris bus. ecco dei temi pubblici. Se all’Unità scrivessero una breve di 8 righe sugli asili, gli direbbero: cosa avete fatto? La nostra idea invece è: andiamo lì e meniamo come fabbri finché non cambiamo qualcosa.

La linea è chiara. Avanti tutta con le polemiche…
Io sto nella modernità. Vanno riscritte le categorie. Ieri il tassista era un padroncino, oggi è un sottoproletario che non ha più i soldi per la benzina, grazie alle accise folli di Monti. L’imprenditore che si impicca è un eroe civile: uno che sta nella modernità coi suoi soldi, come io ci sto coi miei 100 mila euro per far nascere Pubblico. Quanti sono disposti a stracciare un Cud da 95mila euro e metterci pure i loro soldi?

Anche Sansonetti annuncia un nuovo Paese Sera….
Sarebbe la quarta resurrezione di una cosa morta. Mi dispiace per lui, anche se sicuramente avrá più finanziatori di noi. Noi abbiamo solo i lettori e chi si abbona.

Come tre anni fa, quando eri tra i fondatori del Fatto. Alla fine ti sei lanciato i materassi con Travaglio.
Il fatto era un’impresa eroica, fatta da persone che capivano che serviva una cosa che non c’era. E’ nata così la mission impossibile: licenziamoci tutti, mettiamo insieme i nostri talenti e costruiamo il giornale che meglio di tutti racconta una cosa. Ma ora la mission è compiuta, finita. Non c’è stato nessun litigio con Marco Travaglio, c’è stata una divisione politica. Perché Marco, finita quella missione, si ricorda di essere di destra e trova la connessione sentimentale con Grillo, sulla base di un’idea millenarista: uccidiamo tutti gli impuri. Una idea, nella quale il nichilismo sarcastico di Grillo e quello gesuitico spettacolare di Marco trovano perfetta sintesi nell’antipolitica.

Il fatto ha avallato la nascita del grillismo?
Io ho provato in tutti i modi a dire agli amici del Fatto: apriamo un ragionamento su dove andare. caduto Berlusconi Padellaro dice: cosa cambiamo? Io: «Tutto». Marco, col collo girato a 35 gradi: «Niente”. É vero che l’Italia è il Paese della deriva e con la deriva si va avanti per trent’anni, ma é una follia. Padellaro è l’uomo più intelligente del Fatto, ma ha un limite: l’amore filiale per Travaglio. Come il padre che paga le cambiali della Bmw al figlio. Se la mission del Fatto ora è demolire la sinistra, io non ci sto.Vedi, io con Bersani vorrei discutere ore, Marco vorrebbe solo dirgli: quanto sei stronzo. Per questo esco dal Fatto dicendo: state diventando un giornale grillino. Poi dopo tre giorni, escono tre pagine di intervista a Grillo, a firma di Travaglio. E i suoi dicono: che è successo a Marco? Lui è come Roberspierre, non può fare queste cose.

Rivendichi a ogni passo la tua storia di militante che viene dal Pci.
Io ero alla Fgci. Sono stato iscritto fino al 1991, quando demoliscono tutto. Da allora la sinistra è fatta da «ex», senza identità, molto peggio dei socialisti francesi: gli ex Pci devono farsi perdonare. nel 1989 finisce la mia vita militante e inizia quella professionale. Primo lavoro al Il Messaggero. Poi, all’agenzia Dire allora guidata da Antonio Tatò. Mi disse: «Imparerei tanto, dovrebbe essere gratis, ma in via del tutto eccezionale di darò 500mila lire». In nero, ovviamente. Quando mi licenziano vado a fare il portavoce di Sergio Garavini, a Rifondazione.

Ma non sei sopravvissuto a Cossutta…
Sono stato cacciato da Rifondazione con i figli Cossutta che mi insultavano. Tre anni dopo ero in Russia inviato di Sette, ovviamente precari, dietro di lui. Dovevo fare il diario del ritorno a Mosca di Cossutta, fu una lotta micidial, lottavamo per le parole. Alla fine sbotta e mi fa: «Ricorda! Ti ho fatto il regalo più grande della tuavita licenziandot!i». Aveva ragione.

È per questo che cambi casacca e vai al Giornale di Berlusconi diretto da Belpietro?
Sono andato senza vendermi l’anima e cambiare una sola idea. Belpietro non mi ha mai corretto una virgola ne chiesto di attaccare qualcuno. Anzi, un periodo difficile lo passai con la Bicamerale. Allora a Maurizio D’Alema piaceva, il liderissimo che strapazza la sinistra. «Non possiamo sparargli tutti i giorni», mi diceva, e riequilibrava i miei corsivi. Al Giornale avevo il potere di Burtlebly, lo scrivano di Melvill che puó rispondere: “Preferirei di no”. Infatti quello che non volevo, non lo scrivevo. Ci puoi fare un pezzo sui teppisti di Genova? «Preferirei di no». prendi in giro la Bindi? No. Ma se avessi avuto un mio giornale, nel 2001, avrei detto che il g8 é ststa una oscena mattanza, ma anche il che carabiniere Placanica pestato con i tubi imnocenti non é un killer ma una vittima. Lo avrebbe detto anchr Pasolini.

Prima del Giornale sei transitato per il Corriere della Sera. Potevi accontentarti?
in un giornale oggettivamente più indipendente si può essere soggettivamente meno indipendenti. Sono arrivato lì per una coincidenza incredibile: stavo a Sette scrivevo le brevi. Ma faccio uno scoop. Il giudice Lombardini a Cagliari si suicida, quando viene indagato da Caselli. Tutti vogliono intervistare Cossiga, a cui Lombardini era molto legato. Ci provai anch’io. Cossiga mi conosceva bene: una volta mi ero infilato nella sua festa di compleanno con una torta a forma di scudo crociato di 20 kg, con le candeline che fumavano, fecendo scattare l’antincendio. Entrò la scorta con la pistola in mano e lui rideva come un matto. «Il compleanno più bello della mia vita», disse. Quando chiamai la portavoce, mi aveva ringhiato. Ma poi un giorno squilla il telefono è lui: «la vogliamo fare l’intervista su Lombardini o no? E mi rivela che Lombardini aveva trattsto con l’anonima su richiesta della Thatcher!». Il pezzo va sulla prima del Corriere. Ma mi dicono: ti pagheremo tantissimo, 5 milioni di lire, ma non puoi firmarlo. Avevo chiesto a Francesco Merlo, il mio maestro. E lui: «Un giornalista può cedere anche il culo, ma non la firma». Lo firmai con un amico di Sette Stefano Jesurum. Qualche tempo dopo mi chiamarono per una sostituzione. Io e Maria Grazia Cutuli, eravamo i più giovani. Restavamo per la terza ribattuta, alle tre di notte, con la guerra del Kosovo. Mariagrazia era così: andava anche a lavare le scale per comprarsi il biglietto per il Ruanda. inviata a spese sue. Tornava e diceva: posso fare un reportage? Le rispondevano: per quello ci sono gli inviati, al terzo piano. Quelli che dormivano con la testa sulla scrivania. Lei con il suo bell’accento catanese insisteva. E loro: «Mariagrazia, c’é lo spazio, 10 righe. Ma se le giustifichiamo arriviamo anche a 15». Per questo passo le notti a leggere i curriculum. Me ne arrivano 300 al giorno.

La meritocrazia, prima di tutto, dici.
È fondamentale. Noi stiamo con gli ultimi, che devono essere difesi. E con i primi, i più bravi. La rivoluzione in Italia con il talento. C’è una generazione che ha provato senza riuscire. Io ho avuto la fortuna di poter affermare il talento nonostante tutto. Tenterò di aiutare gli altri ad affermarlo.

La notorietà televisiva ti darà una mano, come Travaglio ad Annozero? É vero che Mentana ti voleva per un programma nella testata del tg?
Mentana annunncia alla redazione del tg e alla rete: ho scelto Telese per un programma di cronaca. La cosa finisce anche sul Giornale, quasi un fatto compiuto. Enrico mi chiama e mi fa: “Hai visto che cosa bella? Mi sono battuto per te”. io l’ho ringraziato, ma c’era un dettaglio: non mi aveva consultato. La cromaca non é il mio pane, stavo lavorando già a Pubblico, ho detto: grazie ma non lo faccio. Credetemi, uno che rifiuta una prima serata non capita spesso. Forse mi credono pazzo.

State giá immaginando le prima pagine?
(Telese mostra una anteprima sull Ipad). Disegno di Bruno Vespa in stile giunta golpista Titolo: “Brunochet”. Pensa, Berlusconi é caduto, ma lui é sempre li con la sua ricetta: prende il più stupido del Pd, apposta, la destra peggiore, la sinistra finto garantista, e i giornalisti compiacenti. Poi, il giorno in cui Berlusconi ha una rogna parla di Avetrana.

E poi come sará Pubblico?
Coloratissimo, solare, pieno di storie di gente normale che fa cose straordinarie, più che interviste a Cesa. Sotto l’apertura, un pezzo satirico fisso di Francesca Fornario. un giornale così non c’é in Italia.

di Giommaria Monti e Manuele Bonaccorsi – Left