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14 Settembre 2014
A proposito di Napoli, di Matrix e di Scanzi

Non vorrei far venire meno all'Ottimo Andrea, il nostro amico Andrea Scanzi, le belle ed efficaci certezze della sua prosa assertiva. Secondo Andrea (ieri, su il Fatto) io a Matrix sarei quasi "commissariato" (non so da chi, forse da misteriosi ectoplasmi berlusconiani), e mi rifugerei negli ululati salviniani per far fare buoni ascolti, rinunciando al mio terreno elettivo, "quello della politica".
Ebbene, contrariamente a quello che Andrea scrive, forse senza crederlo (sono assertivo pure io, funziona sempre), la puntata di Matrix di giovedì era una puntata a mio avviso iperpolitica e mi ha dato  soddisfazione enorme, e non solo per l'ascolto. In quella puntata, infatti, fin dall'editoriale (e anche su questo giornale, ora) volevo spiegare almeno due cose, difficilissime da dire, in queste ore e in questo clima. La prima è che paragonare la morte di Davide Bifolco a quella di Stefano Cucchi è una follia: un conto è una vittima che cade in un territorio di guerra, un conto è l'esecuzione di un inerme in carcere (si scandalizzano i garantisti, lo so, ma non posso farci nulla). La seconda è che Napoli (soprattutto per chi ama davvero Napoli, e per chi, come me, ha metà delle sue radici lì) si potrà salvare solo quando si riuscirà  a tracciare una linea di separazione netta – uso le parole di una ragazza che abbiamo intervistato al Rione Traiano – tra "i buoni e i cattivi": quando nessuno potrà dire, come lei, "La Camorra in queste ore è con noi, è al nostro fianco". La legalità potrà tornare solo quando qualcuno, invece di prendere a calci le macchine della polizia per una vittima  delle forze dell'ordine, potrà andare "a urlare davanti alle finestre di Gomorra", anche per uno solo dei trenta innocenti uccisi dai poteri criminali in questi anni. Sono andate a cercarmele, una per una, le immagini di questi funerali, per l'editoriale, e vi do una notizia inquietante: non si trovano. Abbiamo in archivio ore di rivolte di camorra, ma non raccontiamo, o la raccogliamo molto poco – noi, i media – la solitudine delle vittime innocenti di camorra.
 Questo dramma, e questo racconto (compreso quello straordinario dei poliziotti di Napoli, affidato a un meraviglioso servizio di Gaetano Savatteri) caro Andrea, innervavamo tutta la puntata. L'hai sentito quell'agente che raccontava: "Un giorno un gruppo di ragazzi ci ha sparato con i khalashnikov?" Se ti sei distratto mi spiace. Ed era un racconto difficile, se è vero che ancora oggi qualcuno nel web mi insegue con la più stupida delle accuse "Volevi infangare Napoli". Ovviamente – e qui vado al cuore della critica di Andrea – dentro questo racconto ci sono anche forti dosi del sentimento anti-meridionalista  di mezza Italia, a partire da quello evidente di Salvini e di Feltri (entrambi efficacemente contrastati in studio, proprio da un giornalista de Il Fatto come Enrico Fierro). Ci sono perché è un pensiero a volte egemone. Caro Andrea, forse non lo sai: fra le leggi dei cacciatori di ascolti (con l'esclusione – forse – di Santoro) c'è un dogma non scritto secondo cui "del sud non si parla" perché non importa a nessuno. Oppure: Napoli fa crollare le curve. Io, invece, giovedì volevo parlare proprio di quello. E volevo provare a inchiodare il pubblico su questo punto: la ferita che per l'Italia rappresenta il delitto del rione Traiano, il simbolo che incarna. Volevo provare a mettere in discussione gli inganni che accompagnano il racconto di questi giorni. Volevo provare a dire che non si può parlare dell'omicidio Bifolco senza parlare di Camorra (frase del cugino Gianluca durante la diretta: "Dottor Telese, in questo quartiere la camorra non c'è!"). Volevo provare a polemizzare, come ho fatto con il cugino Gianluca, mettendo in discussione questo stereotipo caricaturale della napoletanità, quello secondo cui "Davide è morto perché un pazzo ha sparato"; "Uscire alle due di notte per noi napoletani è normale, perché ci piace vivere e divertirci, e le due sono come mezzogiorno"; "Andare in tre, ma anche in quattro in motorino, per noi non è un crimine ma una moda". Quelli come noi devono immaginare la salvezza della Napoli onesta combattendo questo orribile feticcio clownesco di Napoli, che curiosamente unisce sia Salvini che la famiglia Bifolco, soddisfacendo le aspettative e i bisogni di entrambi.
Da due giorni, per aver detto e messo in scena queste cose – perché la tv è rappresentazione, Andrea, anche tu sei bravino e lo sai – mi piombano insulti sulla testa: qualcuno è andato persino a spulciare su internet, contestandomi il fatto che mio padre sia emigrato da Napoli. Vedi? Tutto torna: tuo padre odiava Napoli, e infatti se n'è andato, e tu come lui. Infatti non hai raccontato nulla di buono di Napoli. Ho risposto due cose, complesse anche quelle: la prima è che mio padre è fuggito da Napoli, in cerca di lavoro, perché l'amava (e l'ama) follemente. E la seconda, che la Napoli onesta, in quel programma c'era: ed erano i racconti bellissimi, struggenti, e pieni di amore, dei suoi poliziotti.

Luca Telese