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13 Aprile 2020
Spirito western nella squadra, grandi aziende dietro le spalle

La storia infinita del Cagliari ‘70, raccolta in un gran bel libro di Luca Telese, Cuori rossoblù. Ci siamo accostati alla lettura con un pregiudizio – sarà il solito libro intimista di un tifoso illustre – e abbiamo finito per divorare le 304 pagine in un colpo solo. Telese ha scavato in profondità, ha raccolto le testimonianze dirette di chi c’era e c’è ancora, ha sfogliato intere raccolte dei giornali dell’epoca, e ha estratto particolari inediti. Molto ruota attorno a Gigi Riva, è naturale, ma ci sono vicende collaterali che stordiscono, come le vicissitudini dell’attaccante di riserva Corrado Nastasio, colpito da una impressionante serie di sventure.

Telese, lei oggi compie 50 anni: è nato a Cagliari il 10 aprile 1970, il venerdì precedente la domenica dello scudetto.

«Figlio di madre sarda e padre napoletano, mia mamma voleva che nascessi a Cagliari: il 10 aprile ebbe il parto cesareo, la addormentarono e ritornò in sé la domenica verso sera. Quando si ridestò dal torpore vide degli striscioni, sentì i medici e gli infermieri urlare di gioia. Nel torpore pensava che fosse per la mia nascita, le spiegarono che era per il Cagliari».

Che cosa significa ancora oggi lo scudetto del 1970?

«È una magnifica storia italiana, forse l’ultima sulla scia del boom economico, nel ‘70 già finito. A dicembre del ‘69 c’era stata la strage di piazza Fontana, una frattura decisiva. Il Cagliari del 1970 rappresenta forse il colpo di coda del secondo dopoguerra, di un’Italia che nel fare non si poneva problemi. Faceva e basta».

Dal suo libro si evince che quel Cagliari poggiava su solidissime basi economiche.

«Ai tempi non si poteva dire, ma il Cagliari apparteneva per il 51 per cento alla Sir di Nino Rovelli, imprenditore lombardo con un impianto petrolchimico a Porto Torres, nel nord della Sardegna. Il resto dell’azionariato in buona parte, diciamo al 30 per cento, era controllato dalla Saras, che faceva riferimento ad Angelo Moratti, presidente dell’Inter. La Saras aveva e ha ancora una raffineria a Sarroch, vicino a Cagliari».

Rovelli e Moratti, la Sir e la Saras, comprarono il Cagliari e la Brill Cagliari basket per accattivarsi le simpatie dei sardi e sopire le proteste per i danni ambientali delle loro imprese?

«Può sembrare così, in realtà non ne avevano bisogno. Me lo ha spiegato Giorgio Poidomani (ex amministratore del Fatto Quotidiano, ndr), all’epoca giovane managerdella Sir: “Noi garantivamo talmente tanto lavoro che non avevamo la necessità di tenere buoni i sardi”. Credo che lo facessero per sponsorizzare la Sardegna in Italia e nel mondo. Il Cagliari e la Brill erano investimenti vetrina».

In tutto questo, quale era il ruolo di Andrea Arrica, vicepresidente e deus ex machina del Cagliari?

«Uomo d’affari abilissimo, Arrica era il collettore di tutti gli interessi in gioco, teneva insieme industria, politica, amministrazione: la Sire la Sarras, la Regione Sardegna e il Credito industriale sardo. Non a caso Arrica nominò Efisio Corrias presidente del club. Corrias era un ex carabiniere, uomo politico democristiano, ex presidente della Regione. Ad ogni modo Riva non venne mai venduto alle società del nord perché così decise la Sir, non perché Arrica resistesse di suo alle offerte. Sir e Saras erano due potenze».

E la squadra?

«Una magnifica sporca dozzina, una formazione western, allevata in cattività da Manlio Scopigno. L’allenatore se li era andati a cercare uno per uno i suoi pirati, li voleva arrabbiati. Molti erano scarti di grandi club, per esempio Nené ex della Juve, Albertosi ex della Fiorentina, Bobo Gori ex dell’Inter. Tanti avevano alle spalle anni di drammi o di miserie».

Per esempio?

«Riva stesso, che da ragazzo perse il padre, la madre e una sorella: una tragedia. A Gigi rimase soltanto Fausta, l’altra sorella (scomparsa di recente, ndr). Oppure Zignoli, il terzino sinistro, mandato in seminario dai suoi perché lì potesse mangiare, studiare. O ancora Tomasini, il libero, spedito in fabbrica a 14 anni perché il papà si ritrovò invalido. E Mancin, l’altro terzino, che non conobbe mai il papà, in fuga dalla famiglia quando lui era ancora piccolo. E Greatti, cresciuto in collegio come Riva e con l’infanzia segnata da un brutto incidente».

Tutte cose che cementano.

«Quello spogliatoio era un blocco unico e lo dimostra il fatto che nel dopo si sono sempre aiutati gli uni con gli altri, come insegna la vicenda di Nené, caduto in povertà e assistito fino all’ultimo dai vecchi compagni. In quel calcio non si guadagnavano somme enormi, il premio scudetto fu di 17 milioni di lire. Qualcuno ci comprò un paio di appartamenti o una tabaccheria. Era gente che sapeva tenere la giusta distanza dalla vanagloria. Quando qualche sconosciuto entrava nel bar di Mancin (morto nel 2016, ndr) e chiedeva chi fosse quel calciatore nelle foto appese al muro, lui rispondeva: “Mio fratello”».

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Un commento »

  1. Più vado avanti nella lettura del libro è più ti sono grata. Pur non avendo vissuto quel periodo ( essendo nato nel 1970 ) hai perfettamente colto l ‘ essenza di quel periodo così magico . Pensa che , avevo 12 anni , la domenica me ne andavo sotto casa loro con le mie amichette per vederli uscire per andare allo stadio a giocare..

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