La Verità

5 ottobre 2017
Legge elettorale la bomba sotto il governo

Mdp rompe con Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, terremotando la manovra con le sue richieste su sanità e lotta ai licenziamenti. Roberto Speranza è ironico, alla fine di una giornata di battaglia, mentre valuta gli effetti della sua mossa: «A cosa serve il nostro strappo? Ad esempio a scoprire che mentre noi poniamo il problema dell’ equità sociale il governo si salva perché arrivano 12 voti di soccorso azzurro di Denis Verdini.
Non è un bello spettacolo…». La sinistra bersaniana chiude la sua prima prova di fuoco con una certezza: con il soccorso azzurro il governo può superare un voto. Non certo una manovra. E di questo non dubita nessuno dei conoscitori del Palazzo. Ma se strappa la corda sicuramente tutti rischiano di farsi male.
Si è consumato sul superticket lo strappo che ha terremotato il governo Gentiloni dividendo la sinistra dal Pd. Sulla sanità, e poi sulla richiesta di far restituire gli incentivi a chi, alla fine del periodo di beneficio, licenzia dei lavoratori assunti con gli sgravi. Ma la frattura è partita da più lontano, e si sta estendendo a diverse aree della manovra, a partire dall’ età pensionabile, di cui una notula del Def immagina l’ innalzamento dai 67 anni fissati con la legge Fornero ai 70 ipotizzato dalla Ragioneria dello Stato. Mdp pone condizioni sul superticket sanitario, minaccia di non votare, e – se non si trova un accordo – potrebbe addirittura far cadere il governo.
Il governo apre un tavolo ma non indica ancora se ci sono le risorse (si stima un costo dai 350 ai 500 milioni di euro). La norma antilicenziamenti facili è a costo zero. Ma ci sono anche dei retroscena politici più complessi per capire cosa sta accadendo. La prima immagine per spiegare la rottura riguarda la legge elettorale. Giovedì scorso, a Napoli, alla festa del movimento, Pierluigi Bersani sta parlando con il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio. E gli dice: «Graziano, questa legge, a parità di voti, dimezza la rappresentanza di un partito: il nostro. Non introduce delle vere coalizioni, ma solo degli apparentamenti. Che mi dici?». Bersani è arrabbiato. Delrio è imbarazzato: «È vero…. Non sono delle vere e proprie coalizioni… è così». E non nega. La risposta lascia allibito l’ ex segretario del Pd. Sincerità disarmante, è vero. Ma Bersani è quasi più arrabbiato per quella ammissione un po’ sfacciata che per una eventuale bugia diplomatica: «Ah, se mi dici così…». Scena due. Sul palco della festa il ministro della Cutlura, Dario Franceschini, risponde a una domanda sui nodi che hanno portato alla rottura dentro il Pd: «D’ Alema e Bersani? Non ci sono problemi politici. È solo una questione personale di alcuni dirigenti.
Quindi si puoi stare tutti insieme nello stesso partito». La platea rumoreggia, fischi evitati per un soffio (e parliamo di uno dei dirigenti politici più avveduti e cauti su piazza da tre repubbliche). Scena tre. Sul palco della festa ad un certo punto il giornalista Alessandro De Angelis, che modera il faccia a faccia Bersani-Delrio chiede al ministro: «Bersani è addolorato per il fatto di non essere stato invitato in nessuna festa dell’ Unità. Lei lo inviterebbe da lei, a Reggio Emilia?». È una domanda che dovrebbe consentire un messaggio di pace. Invece – a sorpresa – Delrio sgrana gli occhi e balbetta: «Io… penso che… la cosa più importante è la… partecipazione democratica». Gelo. Fischi isolati. Si sfiora di un soffio il patatrac. Alla fine delle kermesse Mdp pondera i tanti rifiuti dei ministri Pd (ad esempio quello di Marianna Madia), questi segnali glaciali, e il saggio di ostilità maggiore: la legge elettorale.
All’ incontro con Paolo Gentiloni, Speranza cede il suo posto a Giuliano Pisapia (il più aperturista) per propiziare il dialogo. Il premier accetta, in linea di principio, l’ idea che i bersaniani pongano delle questioni. Ma finito il dialogo, agli interessanti arriva la voce di una chiusura: «Non si può concedere nulla a sinistra», dice il premier, «che possa essere sbandierato come un successo».
Cresce nel partito la sensazione di essere usati come portatori d’ acqua sul Def, mal sopportati e bidonati sulla legge elettorale.
la linea d’ alemaConquista consensi la posizione di D’ Alema, che (da sempre) suggerisce di concentrarsi su richieste sensibili all’ elettorato di sinistra.
La situazione precipita martedì sera, si arriva ai materassi. Il primo test – nel pomeriggio di ieri – è al Senato: l’ aula di Palazzo Madama approva con 181 Sì e 107 No (niente astenuti) l’ autorizzazione al governo allo scostamento dal pareggio di bilancio per 1,6 punti di Pil, come previsto dalla nota di aggiornamento al Def. L’ approvazione richiedeva la maggioranza assoluta e riceve il voto anche dei senatori di Mdp. Poi viene approvata (con 164 voti favorevoli, 108 contrari e nessun astenuto) la risoluzione di maggioranza sulla nota di aggiornamento al Def, su cui Mdp aveva annunciato la propria contrarietà. La differenza sono – appunto – i voti verdiniani. Speranza decide di andare fino in fondo e lo racconta così: «Noi non abbiamo retropensieri.
Votiamo a favore della flessibilità che recupera risorse, ma poi quelle risorse devono essere usate per dare dei segnali, a partire dalla manovra. Se la risposta è ricorrere a Verdini non può funzionare». La situazione è ancora fluida, tutto è possibile. Ma il barometro continua a segnalare tempesta.
Se non porta a casa impegni economici definiti, la sinistra abbandonerà definitivamente il governo. E allora tutto diventa possibile, nel caleidoscopio di una maggioranza che implode sui conti economici come sullo ius soli.

LUCA TELESE

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