Le interviste del lunedì

7 marzo 2016
Speranza: «Renzi ci ha proprio fregato, ma non sarà sempre il capo»

Allora Roberto, non ci giriamo intorno. Il Pd è ancora scalabile?
(Sorride) «Se me lo chiedi così non posso rispondere. È quasi offensivo…».
Addirittura?
«Sì. La mia cultura politica parte dal rispetto per i partiti, le idee gli iscritti, le passioni. Sono le banche e le società che si scalano!».
“Scalare” è un modo per dire che state provando una riconquista ardua…
«Lo capisco! Ma le parole che usiamo cambiano il senso delle cose».
Allora riformulo: ci può essere qualcuno in grado di battere Renzi e strappargli la segreteria?
«Sì: credo che la leadership del Pd sia contendibile, e soprattutto che lo sia in questo momento».
Perché? «Tra gli iscritti serpeggiano inquietudini e timori. Troppe domande decisive sull’ identità del partito e sul suo ruolo hanno bisogno di risposte diverse da quelle del premier».
Sarai tu lo sfidante di Renzi al congresso? Non mi dire che è una domanda troppo diretta.
«Ora è il tempo della politica: bisogna costruire una alternativa al renzismo. Poi, tutti insieme scegliamo il modo migliore per combattere questa battaglia».
Così parla il più giovane degli anti-leader del Pd, Roberto Speranza.
Questa è la sua settimana: tutti i giornali scrivono che l’ investitura da sfidante la otterrà lui, ma – come vedete – l’ interessato si tiene abbottonato.
Vado a trovarlo nel suo ufficio alla Camera. Mi infilo nei labirintici corridoi di Palazzo Theodoli. Quando temo di essermi perso, aprendo una porticina, mi ritrovo avvolto da una meravigliosa boisserie di legno antico. Speranza sorride: «Bella la stanza? L’ ho scelta io». È l’ unica memoria del tempo in cui il giovane deputato era capogruppo del Pd, ruolo ambitissimo, da cui il leader emergente della minoranza democratica si è dimesso (volontariamente). Una mosca bianca.
Nella libreria campeggiano due volumoni esposti di copertina: Togliatti e Caravaggio. Il primo racconta le radici di Speranza, il secondo il clima non serenissimo della battaglia interna: perfetta per le tinte forti e le luci drammatiche di Michelangelo Merisi. Speranza ha 37 anni, convive con la compagna, Rosangela, ha due figli, è – a sorpresa – uno sfegatato romanista. Racconta i suoi piani per la kermesse della prossima settimana, quella in cui la minoranza si riunisce e affila le lame chiedendo un congresso.
Ammettilo: fare l’ oppositore nel tempo dei gufi è un mestiere ingrato.
«Non è un capriccio, ma una esigenza. Ogni volta che vado in una sezione scopro che un terzo dei presenti non ha rinnovato la tessera».
Fosse vero sarebbe un quadro del Pd spaventoso.
«È vero. Vieni con me, se non ci credi».
Gli altri due terzi quando sentono le tue critiche, si demoralizzano? «Al contrario: sono saldo nel Pd, do battaglia per tenere dentro tutti e fermare la diaspora».
Cosa alimenta, allora, il desiderio di fuga?
«Renzi ha fatto scelte politiche che, in diversi momenti, hanno prodotto dei traumi nel nostro elettorato e nei nostri iscritti».
Quali?
«La prima è il Jobs Act. È stato digerito male dal mondo del lavoro, dal sindacato. Da molti nostri elettori».
La seconda? «La cosiddetta “buonascuola”. La scuola, consentimi un termine – démodé – è l’ ultimo luogo fordista – un nostro storico luogo di consenso. Ora sono inviperiti con noi».
Hai votato contro. Ma forse la riforma è stata digerita…
«Seicentomila persone – dati ufficiali – hanno scioperato contro: ho fatto bene a dissentire».
E la legge elettorale?
«Non l’ ho votata e mi sono dimesso da capogruppo, proprio contro l’ Italicum».
Per la fiducia?
«Ti pare poco? Nella nostra storia è accaduto solo due volte: con la legge Acerbo, di mussoliniana memoria, e con la legge Truffa. Due precedenti orribili».
Cosa ti ha spinto a uno strappo così grande?
«Da deputato credo che se qualcosa merita una battaglia di principio è l’ opposizione a un sistema che limita la libertà degli eletti».
Nobilissimo. Ma come ci si trova nel ruolo del gufo?
«Non lo sono: spero che il Pd continui a vincere. Ma a noi sembra che la rotta sia sbagliata e non taciamo».
Ad esempio su cosa?
«Verdini che entra in maggioranza, accolto con gli onori che si riservano a un alleato di rango».
E non è così?
«Non dovrebbe, visto che Verdini è un nostro avversario: uno storico leader della destra, in questo Paese».
Potrei dirti: da capogruppo hai siglato l’ intesa con Alfano, sul governo Letta. Ora fai lo schizzinoso?
«Quando mi dicono che Alfano è come Verdini spiego una differenza enorme: il primo era una necessità, il secondo un errore».
Se lo fanno i bersaniani è una necessità se lo fa Renzi sarebbe un errore?
«Il patto con Alfano era dettato dall’ imperativo di far nascere un governo. Adesso il governo c’ è, a cosa serve imbarcare transfughi del centrodestra?» A rafforzare la maggioranza, ti risponderebbe un Renziano. «Non si può trasformare una emergenza politico parlamentare in una prospettiva politica».
Spiegami la differenza tra emergenza e prospettiva.
«Facile. Noi non possiamo essere alleati di Alfano alle prossime politiche. E non possiamo non essere contro Verdini! Stringere questi rapporti vuol dire costruire una coalizione che avvelena la nostra identità».
Dice la Boschi ai giovani del Pd: se ti votano perché dire no?
«Perché non sono crocerossine: non ci soccorrono, ci condizionano.
È per colpa loro che non abbiamo fatto la riforma sulle Unioni civili fino in fondo».
Hai chiesto il congresso, non lo otterrai.
«Non mi aspetto che Renzi lo dia, purtroppo: ma visto che i voti li ha presi dicendo mai più con la destra, bisognerebbe sottoporre la scelta di un cambio di rotta a un’ assemblea sovrana».
Perché dovrebbe dartelo?
«Non a me: deve spiegazioni a un popolo di sinistra in sofferenza».
Contesti il 40.8% alle europee?
«L’ ultima volta che si è votato, alle amministrative è andata meno bene.
Guai sottovalutare questi segnali. Se ti parlo di iscritti e militanti diffidenti, scettici, arrabbiati, è perché voglio tenerli nel Pd».
Se il partito della Nazione prendesse una pioggia di voti ti arrenderesti alla maggioranza?
«No. Credo che la sinistra sia, soprattutto, la lotta alle diseguaglianze».
Non temi di finire per diventare minoritario, in questa opposizione?
(Sorride) «Sono sempre stato in maggioranza in tutta la mia vita. Sono vaccinato».
Perché?
«Ho una cultura di governo. È Renzi che dovrebbe ringraziarci perché tratteniamo gente che ci crede».
E se lui pensasse che sia utile cambiare il sangue al Pd?
«Stia attento. Diamanti su La Repubblica scrive che nel gradimento Renzi è al 39% Bersani al 37%. Non vedo abissi di differenza».
Cosa ti fa pensare quell’ elenco?
«Se togli Vendola, che è un personaggio molto atipico, l’ unico ex comunista di quella lista è Bersani…»
E questo cosa significa?
«È scomparsa la sinistra italiana?
Non credo. Quindi o si rafforza questa anima o il Pd si perde».
Farete tre giorni di convention.
Una cosa nostalgica?
«Figurati. Uno degli ospiti d’ onore è l’ inventore di Icloud. L’ altro, Angelo Petrosillo, uno degli imprenditori più innovativi d’ Italia».
Dici che sulle unioni civili avete perso un’ occasione. Cosa pensi?
«Sono per le adozioni gay tout court, senza se e senza ma. È la posizione personale di Roberto-Speranza, perché non ne abbiamo ancora discusso».
E cioè?
«Per il bene di qualsiasi figlio è meglio che sia in una famiglia, qualsiasi essa sia, di un orfanatrofio».
Poteva andare in un altro modo sulla Cirinná? «Abbiamo fatto un errore».
C’ è già un altro candidato in campo per la segreteria, Enrico Rossi. Ne serve un altro?
«Lo stimo e lo apprezzo. Però ha posizioni molto simili a quelle di Renzi. Travaglio gli ha fatto una battutaccia: “Ti candidi a fare il vicesegretario?”».
Nella sua corrente c’ erano suoi amici che ora sono Renziani, come il ministro Martina.
«Io mi sono battuto per Martina ministro, mi dispiace. La sua purtroppo è stata una folgorazione sulla via di Damasco».
Se non ti dimettevi da capogruppo un posto al governo lo avresti trovato.
«Tra difendere le mie idee e difendere la mia poltrona ho preferito le idee».
Sulla legge elettorale? Ti avranno dato del matto.
«Non è lana caprina: con l’ Italicum due terzi degli eletti saranno nominati. Pensi che alla gente non interessi?
» Facciamo i conti bene.
«È facile. Nella lista vincente 100 saranno capolista nominati e 240 eletti con le preferenze. Nelle altre liste praticamente tutti nominati».
Non hai mai raccontato la tua rottura con Renzi.
«Ero capogruppo, e lui mi aveva detto: “Prometto: non estenderó il Jobs act ai licenziamenti collettivi”».
E poi?
«Ci ha fregato nel decreto».
E così siete arrivati all’ Italicum.
«Un giorno gli annuncio: “Se non cambia io mi dimetto”».
E lui?
«No, non lo farai».
Giusto. Un capogruppo di 36 anni che si dimette non si vede spesso.
«Quando questa legge entrerà in funzione qualcuno mi darà ragione».
Leggi solo atti parlamentari?
«Ieri ero a teatro a vedere due mostri di bravura: Siani e De Sica e ho visto anche una splendida Sabrina Ferilli».
Non ti ho mai sentito dire una parolaccia.
«È il tempo di difendersi a testa alta».
Fammi l’ esempio di una cosa di questa settimana che ti rende orgoglioso.
«Ho appena presentato una interpellanza che dimostra, numeri alla mano, come vengono sottratte risorse al Sud».
Dove?
«Tra il 2008 e il 2014 le università del Sud hanno abuto tagli per 250 milioni all’ anno. Quelle del Nord per 25 milioni. Così non può andare»

LUCA TELESE

 

Un commento »

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