Le interviste del lunedì

29 febbraio 2016
Parisi: «Vi spiego la mia rivoluzione garbata per Milano»

Per correre serve uno slogan?
«Più che uno slogan un progetto».
Di cosa hanno bisogno i milanesi?
«Per esempio di una amministrazione digitale per risparmiare tempo e denaro. E serve di più alle imprese per non essere strangolate dalla burocrazia».
Un sogno.
«E chi lo dice?».
Non c’ è in nessuna città.
«Non vuol dire che sia difficile da fare. Su Amazon trovi il tuo profilo, i tuoi dati, l’ elenco dei tuoi acquisti, il tuo sistema di pagamento».
E se accadesse lo stesso sul sito del comune?
«Un milanese troverebbe la situazione anagrafica, delle sue tasse, delle sue multe, delle sue pratiche… Nel rispetto della privacy. A lui cambia la vita, e il Comune risparmia milioni di euro». Ripeto: sembra utopia. «Ripeto: è già una realtà nel web. Si tratta solo di realizzarla nell’ amministrazione».
Venerdì ha presentato la sua candidatura. Ieri ha esordito a Domenica live. È in pista da poche ore, ma con lo spirito del maratoneta (ama correre): Stefano Parisi è nato a Roma nel 1956, è stato City manager di Milano, fino a pochi giorni fa era leader di Chili TV, l’ azienda che ha fondato (prima in Italia) per la distribuzione dei film in streaming. Dice con orgoglio: «Occupiamo settanta persone.
Abbiamo 560 mila clienti, un successo straordinario». Informale, coriaceo, determinato.
La «disfida dei manager» con Sala si carica di scintille.
Primi vagiti nella politica studentesca?
«La mia storia “politica”, se il termine non è esagerato per delle esperienze liceali, inizia da ragazzo».
Dove?
«Al Righi nel 1973 da militante della Fgsi, la federazione giovanile socialista».
Un fotogramma per raccontare il giovane Parisi?
«Giacca di velluto a coste, cravatta, copia de l’ Avanti! infilata in tasca» Fai parte della generazione di giovani socialisti di Enrico Mentana…
«Enrico lo ricordo benissimo, uno dei leader nazionali. E con lui Boselli e Villetti. Enrico aveva una particolarità…».
Quale?
«Noi giovani eravamo di sinistra.
Io ero un lombardiano, nel senso di Riccardo Lombardi, amatisismo leader della sinistra socialista».
E Mentana?
«Era – rispetto ai parametri dell’ epoca – di destra: un autonomista nenniano. L’ unico giovane che mi ricordi».
Eravate minoranza al Righi? «No, una presenza molto forte. Combattevamo ad armi pari con la Fgci. Uno dei leader era Carlo Leoni, poi deputato di Sel. Eravamo alleati con i ragazzi di Lotta Continua, e spesso vincevamo».
E a destra?
«Il leaderino della destra era un ragazzo che si chiamava Gianni Alemanno».
Futuro sindaco di Roma. Il Righi come una Ena italiana?
«Non esageriamo! La mia formazione socialista mi ha insegnato molte cose».
Ad esempio?
«La capacità di mediazione.
E soprattutto la capacità di comprensione delle persone».
Da adolescente!
«Ma sai… La politica è come la bicicletta. Se impari ad andarci una volta, sai farlo per tutta la vita».
A scuola eri un secchione?
«No.Economia all’ università e poi subito a lavorare».
Come mai?
«Mio padre è mancato molto presto».
Dove il primo impiego?
«Centro studi della Cgil».
Una palestra?
«Per me sì. Poi ho lavorato al ministero degli Esteri, poi sono diventato Capo del dipartimento economico di Palazzo Chigi nominato da Amato, dopo Antonio Da Empoli, il papà di Giuliano».
Hai lavorato a stretto contatto con Ciampi…
«Sì. Ma a Palazzo Chigi sia con Berlusconi, con Dini che con Prodi».
Chi consideri un maestro?
«Per il legame stretto, senza dubbio, Gianni De Michelis».
Come lo definiresti?
«Grande intelligenza, grande cultura di governo, eclettico, colto, veloce, geniale, anticipatore. Mi ha dato molto».
Eri quel che si dice un grand commis d’ etàt…
«Quando cominciavo a diventarlo, sono volutamente passato al ruolo di amministratore locale».
A Milano…
«Nel ’97 sono stato nominato City manager nella giunta di Gabriele Albertini, uno dei più grandi sindaci di Milano». Ti consideri un tecnico? «Fino a 10 giorni fa». E cosa sei? «Un politico».
Che differenza c’ è se si fa l’ amministratore? «Quando si governa non si può non avere una sensibilità politica e sociale».
Eri preparato a una discesa in campo?
«Non ci pensavo proprio.
Sto trovando un clima straordinario, molto positivo».
Il centrodestra è indietro?
«Bisogna recuperare la sfiducia, 100mila voti persi dalla coalizione ai tempi della sfida Moratti-Pisapia».
Si può fare?
«Certo. Sennò non sarei qui e non avrei abbandonato una azienda di successo».
Ti definiresti di “destra”?
«Politicamente sono un laico liberale e moderato. Ma di carattere non sono per nulla moderato».
Cioè?
«Sono molto determinato, tenace nel cercare soluzioni».
Gli ultimi sondaggi vi danno a tre punti di distacco.
«Sarebbe ottimo, visto che ho appena iniziato. Ma io i sondaggi non li guardo. Ingannano. Mi interessa riportare la gente a votare, questo si».
Sala lo conosci bene.
«Sì. In anni cruciali io ero a Fastweb lui a Telecom Italia.
Lui dominante, io outsider».
Lo stimi?
«Si. Ma sarà molto condizionato dalla sinistra radicale».
Sei diplomatico.
«No, sincero».
Ci credi che votasse Pci?
«Non lo so. L’ ho visto da amministratore, nominato dal centrodestra.
Sarebbe stato un ottimo candidato. Di centrodestra».
Questo è sarcasmo?
«No, una constatazione».
Primo punto del programma?
«La tecnologia digitale».
Com’ è la condizione di partenza? «La cablatura è ottima». Addirittura. (Sorride) «Certo. L’ abbiamo fatta noi, quando ero City manager. Con Silvio Scaglia, Francesco Micheli e Giuliano Zuccoli quando Albertini era sindaco. L’ 80% delle case cablate in fibra, una delle città più cablate al mondo».
E dove è debole, allora?
«Nell’ amministrazioe comunale: 130 banche dati, che non sono integrate fra loro. Follia».
Facciamo un esempio.
«Il Comune che, per legge, deve notificare le multe entro 90 giorni dall’ infrazione, ha trovato un’ escamotage illegale perché non riesce a rispettare la scadenza. Ridicolo. Bisogna digitalizzare tutto, e subito».
Impegneresti quote importanti di bilancio?
«La digitalizzazione non costa e produce risparmi. Quando ero presidente di Confindustria Digitale abbiamo presentato un progetto di digitalizzazione delle amministrazioni pubbliche al governo Monti».
A proposito, come giudichi Monti?
«In parte mi ha deluso. Ha fatto un errore concettuale: l’ Italia va liberata, lui pretendeva di educarla».
A Roma Bertolaso dice: «Tolleranza zero».
«Giusto. Lui si riferisce agli immigrati. Il senso è che la Sicurezza e il rispetto delle leggi sono un problema per molti».
Quindi?
«Tolleranza zero significa che non sono tollerabili comportamenti illegali di nessun tipo. Da parte di tutti».
Ti senti vincolato o sostenuto dalla coalizione?
«Mi hanno garantito massima libertà».
Quando dicono «Parisi è un clone di Sala» ti arrabbi?
«Sorrido. Abbiamo due percorsi simili, ma personalità diversissime. Mi pare…»
Della tua vita di manager cosa ti porti dietro?
«Un metodo: il rigore nel valutare gli effetti delle decisioni».
I politici non hanno questo metodo?
«Trovo strano che chi governa vanti come successo le leggi approvate. Sarebbe come se un manager prendesse premi per aver approvato un buon business plan e non per la sua realizzazione. Assurdo».
Sei accentratore?
«Delego. Non si può governare una grande metropoli senza farlo».
E i manager pubblici vanno pagati bene?
«Il populismo per cui il dirigente pubblico va pagato meno è una sciocchezza che combatterò».
Perderai dei voti…
«Per vincere un candidato deve saper andare controcorrente. La politica deve liberarsi dal populismo».
La macchina comunale di Milano è efficiente?
«No. La sua riorganizzazione è il primo obiettivo. Ma i 15mila dipendenti si devono sentire parte di un progetto. La gente demotivata negli uffici è un ostacolo al cambiamento».
Come giudica Pisapia?
«Una persona di assoluto valore. Per motivi oggettivi, relativi alla sua maggioranza, non ha governato, non ha promosso la crescita della sua città, ha vissuto sugli allori».
Esempio?
«La skyline di Milano è figlio dalla giunta Albertini. L’ Expo è merito di Letizia Moratti».
Ha amministrato bene, almeno?
«Alcuni degli assessori di Pisapia che hanno ereditato questi lavori erano gli stessi che contestavano quei progetti».
Micro test di governo, in giunta: le giornate di stop al traffico…
«Non servono a nulla. Contro l’ inquinamento servono investimenti e incentivi per chi investe nelle eco-tecnologie nelle abitazioni».
Quindi niente stop?
«Sono inutili, non abbattono di un millimetro le polveri sottili. Dipende più dal vento che dal traffico. Bisogna premiare chi fa eco investimenti e produce occupazione».
Come?
«Incentivi fiscali, deregolazione, volumetria premiante».
Ti daranno del palazzinaro… «E chi se ne frega». Altra riunione di giunta: privatizzare o no le Municipalizzate?
«È un errore parlarne in campagna elettorale: le decisioni giuste al momento giusto».
Risposta diplomatica?
«No, buonsenso. Sono scelte importanti. Se ne parli oggi crei effetti speculativi sul mercato. La mia parola d’ ordine è: va-lo-riz-za-re».
Cioè vendere?
«Non ho un punto di vista ideologico su questo tema. Caso per caso si decide: una cosa è l’ A2A, un’ altra gli aeroporti».
La bussola quale è?
«Il pubblico deve delegare al privato quello che il privato può fare».
Terzo consulto: da sindaco andresti alla manifestazione del 25 aprile?
«Sì. è la nostra storia, ed è anche la storia di Milano. La memoria è molto importante».
Quarta riunione di giunta: si o no al progetto di un nuovo stadio, forse due?
«È una cosa intelligente da fare: ma d’ accordo con le squadre».
Tua moglie farà la First lady a tempo pieno?
«Il minimo indispensabile.
Si occupa soprattutto del suo paese, Israele».
E troverai il tempo di accudire le tue figlie?
(Ride) «Hanno entrambe più di vent’ anni, Il problema è se loro hanno tempo per me».
Cosa fai se hai due ore libere?
«Corro e vado bicicletta».
Qual è la tua passione?
«Il cinema. Ho visto un film che devono vedere tutti: “Il figlio di Saul”. Un racconto straordinario sulla shoah. Un’ altra delle memorie che ci devono guidare nel presente».
E le vacanze?.
«Con gli amici. Ho una casa in campagna».
Un giudizio, sincero, su Renzi?
«Mi piaceva, ha cambiato la politica. Ha avuto un ruolo importante, ha deluso molte aspettative».
Se vince diventa il prossimo leader del centrodestra nazionale?
«Se vinco divento sindaco di Milano. Punto».

LUCA TELESE

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