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6 luglio 2012
“Non morire manettaro”

«Ero stufo di papelli, politologia, teoremi astrusi. A volte, invece che stare sul campo a scotennare i pochi superstiti, è importante accorgersi che la guerra è finita». Luca Telese è spavaldo, ora che ha ufficialmente divorziato dal quotidiano di via Orazio per approdare in edicola, da settembre, con una testata tutta sua. Del resto anche il Fatto quotidiano, creatura di Antonio Padellaro (direttore) e Marco Travaglio (vicedirettore e uomo icona) è nato da alcuni “dissidenti” dell’Unità (Furio Colombo in primis). E la ruota, prima o poi, gira. Pubblico sarà un giornale di 20-30 pagine, formato Berliner (leggermente più grande del tabloid, utilizzato soprattutto dai quotidiani francesi), molto colorato, pieno di disegni. Il modello di business sarà lo stesso del Fatto: gruppo di soci promotori che detengono il 51 per cento del capitale, per un investimento iniziale complessivo di 650 mila euro. Distribuito su quasi tutto il territorio nazionale, con tre centri stampa in Sardegna, a Milano e a Roma. Aspettative? «Se vendiamo diecimila copie, andiamo in pareggio. Se non vendiamo, chiudiamo». Quindici i redattori, con l’obiettivo di raccontare l’Italia della crisi, «dagli imprenditori suicidi agli operai bidonati da Marchionne». Nonostante non sia un buon momento per l’editoria (Nielsen registra -241 milioni di euro di investimenti pubblicitari nel periodo gennaio-aprile 2012 rispetto all’anno precedente), il campo di gioco è piuttosto affollato. Mentre i partiti di centrosinistra si preparano a rimescolarsi in vista delle elezioni del 2013, anche un altro giornalista “compagno” è alle prese con un debutto cartaceo nel prossimo autunno: si tratta di Piero Sansonetti, già condirettore all’Unità e poi di Liberazione, che ha in cantiere un tabloid, Paese, in distribuzione con alcune testate del Sud. Poi c’è il Manifesto, “salvato” dal decreto editoria approvato dal Senato.

Telese, col Fatto quotidiano non vi siete lasciati benissimo, stando al comunicato stampa con cui le hanno sarcasticamente augurato «buona fortuna».
Al Fatto eravamo divisi tra Bosnia-Erzegovina e Croazia. Politicamente, a un certo punto, hanno preso il potere i croati. Parlo di Marco Travaglio e del suo gruppo. Non ho insultato nessuno: ho solo precisato che c’era una differenza di linea. In generale non ci sono stati scontri, anche perché in questi tre anni sono rimasto in redazione certo più di Marco. Faremo persino una partita di calcetto, Pubblico contro i colleghi del Fatto.

Sarà una partita appassionante, visto che in una recente intervista Travaglio ha detto: «A Telese non rispondo: preferisco ricordarmelo da vivo».
In casi come questo c’è davvero poco da aggiungere. Fa ridere? Non mi pare. È spiritoso? Nemmeno. Intende dire che è come se fossi morto? Se sì, mi preoccupo per lui. Io invece gli auguro di fare un ottimo giornale, e di parlare di mafia finché avrà fiato per farlo. Io faccio un altro mestiere.

Si riferisce alle conversazioni telefoniche, pubblicate sul Fatto, tra Nicola Mancino e il consigliere del Quirinale Loris D’Ambrosio in relazione alla presunta trattativa tra lo Stato e Cosa nostra?
È da venti giorni che il Fatto tratta la vicenda come se Napolitano fosse Totò Riina. È “giudiziarismo” giacobino, esasperato. Conduce alla non realtà. Il problema di Travaglio è l’antiberlusconismo tardivo, a oltranza. È come se nell’America odierna ci si ponesse il problema di liberare gli atolli dagli ultimi soldati giapponesi.

Eugenio Scalfari, fondatore ed editorialista di Repubblica, l’aveva predetto con un pizzico di sadismo: ora che non c’è più Berlusconi, Marco Travaglio avrà qualche problemino.
È l’ideologia del nemico. Il rischio è quello di recitare la commedia anche quando il sipario è calato. Marco è molto carismatico, ma è rimasto un po’ prigioniero del suo ruolo. Che qualcuno pensi di essere portatore di una verità rivelata a me, personalmente, inquieta molto. Contemporaneamente, Beppe Grillo è sembrato una facile via d’uscita: è un partito in forte ascesa? Sì. Ha bisogno di un quotidiano di partito? Diamoglielo.

Perché no?
Che senso ha scagliarsi per anni contro un imprenditore televisivo per poi mitizzare un comico? Serve altro per fare politica. Non basta urlare a un microfono “siete tutti morti!”. Purtroppo in tempo di crisi tornano in auge i comici e le fattucchiere. Quando invece serve fare, non distruggere.

Ando Gilardi, uno dei personaggi più significativi della fotografia italiana, parlando del rotocalco Lavoro (organo della Cgil) si espresse così, riferendosi al prototipo di operaio da lui fotografato: «Si alzava la mattina troppo presto (…) e dopo troppe ore ecco che usciva e raggiungeva faticosamente casa, dove stanco morto cenava. Ora secondo la stampa illustrata di sinistra quel disgraziato, prima di andare a letto, avrebbe dovuto leggere un giornale che gli parlava della sua vita? Dio remuneri con la Gazzetta rosa tutta la stampa sportiva che è la sola che ha fatto allora, e spero continui a fare, qualcosa di utile per i lavoratori». È un rischio? La gente vuole solo evadere dalla crisi o vuole essere ritratta?
C’era un bisogno, almeno per me, di puntare il riflettore sull’Italia che soffre. Vorrei raccontare storie di coraggio, di persone che pur nella crisi reagiscono, senza stipendio, senza paracadute. Di certo sarà un giornale di sinistra. Parafrasando Hollande, il giornale del cambiamento. Perché per uscire dalla crisi occorrono soluzioni. I cosiddetti tecnici si sono rivelati dei totali incompetenti, e sento l’esigenza di difendere lo stato sociale da un assalto che si compie togliendo i diritti ai cittadini, dandoci in pasto all’antipolitica.

E qualora i vendoliani di Sel rientrassero in Parlamento, voi accettereste un finanziamento pubblico?
Vogliamo abbonati e lettori: ci basiamo su quelli, anche perché tutti i giornali finanziati sono falliti. Bisogna aspettare due anni, è rischioso. Stiamo presentando il giornale ovunque: andiamo ai circoli Idv, passando per Fli e le feste del Pd. Su Lusi e Penati andremo giù col Napalm, perché siamo al di là del bene e del male, siamo nel campo della criminalità. Ma con grande rispetto per chi cucina i cappelletti o fa volontariato, come i militanti Pd di Bagnacavallo, con cui parlavo qualche sera fa. Una signora, ostetrica, mi ha chiesto: vorrete mica criticare Bersani? Certo che sì. Serve un Bersani meno bollito.

Per esempio un Nichi Vendola?
Un giornale non fa politica: suggerisce alla politica un’agenda. La mia sarà una posizione molto laica, dato che non ho tentazioni. Conosco Vendola da anni, e sono libero di dire quando sbaglia e quando la fa giusta. Conosco bene Di Pietro: su personaggi come Scilipoti lo critichiamo, se propone un referendum utile, come quello coltro la riforma Fornero, lo sosteniamo. Ho conosciuto bene pregi e difetti dei politici, e non ho il complesso del vampiro. È Travaglio quello che considera la politica come una sorta di virus contaminante.

 

Chiara Sirianni – Tempi.it

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6 commenti »

  1. Qui si capisce bene che ha intezione di dare il giornale in mano a Vendola e a quel pò che resta del PD che crede ancora di essere il vecchio PCI “non sapendo che moriranno Democristiani”.
    Vedo gia Federico Mello che si spara rasponi mentre scrive pezzi contro il M5S va bhè contenti voi contenti tutti :-)

  2. telese…sei bello. Vai a fare l’attore…!
    il giornalismo alla MONTANELLI…non fa per te…non ne sei capace.

  3. Penso che, sul 99% dei temi, ci troviamo su posizioni assolutamente speculari, ma ho avuto modo di apprezzare, già in TV, la tua trasparenza di pensiero e,soprattutto, l’intelligenza del cuore.
    Mi sono, infatti, sempre chiesto, come riuscissi a proseguire la convivenza con Travaglio; informatissimo, per carità, ma gelido come un pezzo di ghiaccio: una persona con un codice penale, al posto del cuore.
    Hai tutta la mia stima!
    In bocca al lupo, per il giornale!

  4. i misteri del FQ.
    1) come ha fatto Travaglio a fianziare la fondazione del giornale, se poco prima quando ancora scriveva su voglio scendere affermava di avere appena 30 mila euro in banca e guadagnare sui 1600 mensili (relativamente alla precettazione di 1/3 di stipendio a causa della condanna per diffamazione a favore di Dell’Utri)
    2) come fa un giornale nato come libero dalla politica a divenire politico pro M5S, con tanto di ban ai commentatori che dissentono e con giornalisti del tipo Giulietto Chiesa che per anni all’Unità come inviato estero ha ricevuto soldi dal PCUS, attraverso la croce rossa, per portarli all’Unità/PCI italiano senza far risultare ufficialmente questo finanziamento estero alla politica italiana? Sarà mica IPOCRISIA?!
    3) con tutto rispetto per Travaglio:
    la lettera al mullah omar segna l’ignoranza del giornalista quando esce dal campo del berlusconismo. E’ sensato, se ti sei specializzato su un argomento. Quello che non ha senso è come mai Travaglio abbia smesso di trattare i voltafaccia di Ciancimino Junior, dopo che le prime affermazioni che tanto erano state pubblicizzate su Fatto Quotidiano e Servizio Pubblico, iniziavano a crollare con l’aumentare delle piroette e dei voltafaccia del figlio del mafioso.

  5. un altro giornale di sinistra? certo che si,seguire il m5s mi sembra semplice opportunismo.

  6. Salsicciotto dell’informazione filoguidata in quota PDmenoL .. e un pò rifondarolo .. ma con una spruzzatina cossuttiana e vendoliana .. alias @Luca Telese .. con questa intervista/dichiarazione hai confermato quello che ti postavo anni fa su questo stesso blog .. TU al FQ c’azzeccavi come Di Pietro coi congiuntivi .. solo che c’hai messo un pò a capirlo .. c’è voluta una Luisella silurata dal programma su LA7 e un Porro a farti tornare/ritornare rabdomante dell’editoria .. e dire che di posti in miniera ne potresti ancora trovare .. il giornalismo è a te precluso per ovvie ragioni .. in primis .. la testa che c’hai .. oltre all’ego da .. libero col guinzaglio ..

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