Il Fatto Quotidiano

22 maggio 2012
Le armate di Grillo e il ghigno di Bersani

di LUCA TELESE

Le ricorderemo le elezioni amministrative del 2012: un terremoto bipolare e un rompicapo elettorale da decrittare, come un enigma, una giornata di sorrisi di cartapesta, sguardi torvi e di facce pietrificate. Un vortice dove tutto turbina e nulla è come appare a prima vista. Nella politica formato Polaroid, che finisce in cortocircuito fra la cosiddetta “Foto di Vasto” e la cosiddetta “Foto di Palazzo Chigi” (ovvero l’alleanza di governo twittata da Pier Ferdinando Casini), che foto è la “foto di Par-ma”, e cosa ci dice oggi? Quali sono le conseguenze che il “Parmacotto” grillino Pizzarotti introduce nel già terremotato sistema politico della Seconda Repubblica? Proviamo a partire dal Movimento Cinque Stelle. Il paradosso del raddoppio Ha vinto la sua sfida, su questo non c’è dubbio. Passa dal 5 % delle elezioni regionali alla conquista di una grande città, alla prova del governo. Vince a Mira, Comacchio e (già al primo turno) Sarego. Tant’è vero che Beppe Grillo annuncia trionfante: “Dopo Stalingrado ora ci aspetta Berlino! E adesso riprendiamoci questo Paese”. Poi c’è la vittoria del centrosinistra. La coalizione raddoppia il numero dei suoi sindaci da 45 a 92. Si porta a casa 15 comuni su 27 nelle città capoluogo (prima ne aveva solo 9). Dovrebbe gioire. Ma se è così, allora, perché nella sede del Pd la faccia di Pier Luigi Bersani è nera, la bocca è ripiegata all’ingiù come quella di un Gargamella, il tono vagamente incazzoso? I leader del Pd italiano sono una varietà politica unica al mondo, tristi quando dicono di aver trionfato. Festosi quando perdono. Se fosse vera la prima cosa, Bersani dovrebbe almeno cambiare faccia. O magari evitare frasi boomerang che entreranno nella storia. Come questa: “Ci sono anche dei comuni dove abbiamo ‘non vinto ‘ come Par-ma e Comacchio”. Il tono è vagamente sarcastico con i giornalisti. Ma nessuno gli ha ancora fatto una domanda, perché quando parla così, è ancora alla sua dichiarazione introduttiva. Subito dopo, il segretario, inanella un’altra perla memorabile della conferenza stampa, questa curiosa considerazione: “Voglio sfatare l’idea che noi contro i grillini perdiamo sempre. A Budrio e Garbagnate vinciamo noi!”. Excusatio non petita, difesa non necessaria. Bersani mostra l’istogramma dei comuni vinti, ma rivela di sentirsi quasi ferito dal successo grillino. La Serracchiani dice di più: “Parma oscura tutto il resto”. Grillo invece parla già della presa di Berlino, ma non può ignorare che senza il doppio turno (alle politiche il ballottaggio non c’è) la “presa di Stalingrado” sarebbe stata impossibile. Tormentone Udc Altro fermo immagine, il riverbero su scala nazionale. Il Pd viene indicato dal sondaggio della Emg di Fabrizio Masia al 25 %. Ancora in calo. Primo partito, ma in retromarcia. Grillo, nello stesso sondaggio sulle intenzioni di voto nazionali sfiora il 13 %, per la prima volta. Il secondo fermo immagine, nel Pd, di ieri è di nuovo nello studio de La 7, nello speciale di Enrico Mentana. Anche Enrico Letta sembra inquieto. Ha un sorriso senza luce quando dice: “Bisogna capire che queste elezioni sono un grandissimo segnale di disagio. Ci serve una legge elettorale per allargare le alleanze, perché si governa solo con coalizioni più larghe e con il doppio turno”. Poi, durante lo spot, se gli chiedi perché mai, ti spiega: “Dobbiamo cercare l’alleanza con l’Udc”. Se il Pd non può sorridere, dunque, è perché in questa vittoria è prigioniero di due paradossi. Il primo è che (esattamente come il Pdl) nelle grandi città non è stato in grado di selezionare o di produrre una classe dirigente vincente. Anzi. Nelle grandi città vincono candidati selezionati con le primarie come Marco Doria (sostenuto da Sel) o come Leoluca Orlando, il “vintage” che non invecchia mai, che si porta 30 consiglieri dell’Idv in consiglio (con l’ 11 %!) e cita Picasso sorridendo sotto le sue belle occhiaie: “Servono molti anni per imparare ad essere giovani”. Il secondo motivo per cui mezzo Pd è inverosimilmente listato a lutto è perché vince – sì – ma con l’alleanza che una parte importante del suo gruppo dirigente (veltroniani, lettiani, fioroniani e centristi) non voleva. Non solo quella con Italia dei Valori e con Sel, ma, in moltissimi casi, anche con la Federazione della sinistra. Tant’è vero che, sempre Letta, ieri ripeteva: “Mi chiedo. Di Pietro può essere considerato di sinistra? Possiamo vincere le elezioni e pensare di governare con i comunisti? Io l’ho già fatto nel 1996 e non voglio ripetere l’esperienza!”. Ed ecco il problema: la base del centrosinistra e questeelezionihannoaffondato i sogni di convergenze post-democristiane al centro, e indicato una strada diversa. Il prezzo di Monti Il terzo punto decisivo è questo: è vero che erano elezioni amministrative, ma a sinistra vincono i candidati che sono fuori dalla maggioranza Monti. Stravince chi come Doria ripete: “Questo governo non ha risposto al disagio sociale”. Anche nel centro-destra questo è un effetto destabilizzante, che rafforza il partito dello staccate-la-spina. “Grillo – spiega Daniela Santanchè, la massima esponente – ha vinto con i nostri voti. Abbiamo offerto al popolo del Pdl un residence per terremotati di tagli e tasse, quello del governo Monti. E loro hanno preferito cambiare casa e prenderne in affitto un’altra, dai candidati del movimento Cinque Stelle. Possiamo recuperarli – conclude la pasionaria pidiellina – solo se cambiamo rotta”. È già pronta la sfida delle primarie con la granitica cerbiatta governativa, Mara Carfagna. Sono stati puniti i partiti del governo. Ma anche quelli del vecchio governo. È stata piallata la Lega, che perde sette ballottaggi su sette. E manda in tv un Bobo Maroni terreo, che ricorda il Claudio Martelli del 1993. Eredita un partito da raddrizzare, forse fuori tempo massimo. La mappa della Lega che non c’è più, è anche quella del M 5 S, che eredita i suoi voti. Provate a sentire cosa dice Giovanni Favia, il più visibile dei grillini: “Primo: abbiamo fatto boom, e questa volta lo hanno sentito tutti”. Secondo: “Si è dimostrata una balla l’idea che per vincere dovevamo coalizzarci”. Poi: “Terzo: vedo che il Pd è depresso. Hanno ragione perché a Parma hanno capito che gli rompiamo il giochino. Ormai lottano per sopravvivere. Presto dovranno trovarsi un lavoro vero – conclude con l’ultima stoccata e per loro non sarà facile”. In questo mondo al contrario, in questo valzer di maschere che si scambiano i ruoli, anche un grillo – per una volta – può avere un sorriso caimano.

twitter@lucatelese

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7 commenti »

  1. bel pezzo complimenti! analisi acuta ed aderente alla realta’!

  2. il mov 5 stelle ha STRAvinto MERITATAMENTE senza un centesimo difinanziamento pubblico ai partiti, bello smacco !!

    il pd mantengono i voti dagli italioti , gli unici che continuano imperterriti a votare i ciuchi che volano,……….”ah gia’ ma lo hanno letto sull’unita’ ”

    gli unici elettori che si sono rivelati gli ” indignados ” della politica sono perlopiu’ quelli di centro dx che non sono andati a votare GIUSTAMENTE e rappresentano….. il 60%………

  3. Berlusconi e Bossi hanno finito la corsa: sono cavalli azzoppati che aspettano solo di essere abbattuti. Il PD puzza di cadavere lontano un miglio e Bersani, trascurando il boom dei grillini e le sconfitte a ripetizione collezionate nelle primarie, è semplicemente grottesco nel cantar vittoria: dovrebbe mettersi le mani nei capelli che non ha, invece esala il solito tono saccente, di chi non ha capico un’acca di quel che gli succede attorno. Tipico dell’idiozia diffusa che caratterizza i papaveri dell’ex PCI-PDS-DS: si credono sempre più intelligenti deglia altri, senza se e senza ma. Peccato che lo pensino soltanto loro e mai uno dell’altro: penosi. Il M5S intercetta i sentimenti anticasta ma non è ancora credibile come alternativa al sistema, se non a livello locale. Dipenderà molto dalla prova che darà di sé il nuovo sindaco di Parma (auguri). Terzo polo non pervenuto. Aggiungerei che la maggiore sorpresa negativa è Monti, che crolla nei sondaggi, spreme gli italiani come nessun altro ha mai fatto, non tocca nemmeno di sfuggita gli interessi della casta, non risolve nessun problema, ma moltissimi ne crea (suicidi alle stelle, imprese in coma, macelleria sociale sugli esodati, recessione profonda, prospettive di crescita zero). Un becchino dai guanti bianchi di cui disfarsi al più presto possibile..

  4. Ocse: possibili nuove tasse. Istat: cresce divario Nord-Sud.
    Nonostante tutto – e per tutto ci riferiamo alla solita politica fiscale di lacrime e sangue rivolta a spremere sempre e soltanto i “soliti noti” – l’economia italiana è in recessione a causa della debolezza generale dell’economia europea, per l’inconsistenza della natura politica e sociale della Ue e per le conseguenze immediate delle misure di consolidamento fiscale. Lo stima l’Ocse, nel suo Economic Outlook. Il declino “proseguirà probabilmente anche nel corso dell’anno prossimo” mentre la ripresa potrebbe partire “verso la fine del 2013″. In Italia la recessione potrebbe richiedere ”l’adozione di alcune misure di bilancio supplementari”. E’ quanto si legge nella parte dedicata all’Italia delle prospettive economiche dell’Ocse 2012, presentate oggi a Parigi. In Italia il prodotto interno lordo calerà dell’1,7% nel 2012 e dello 0,4% nel 2013. Lo afferma l’Ocse nell’Economic Outlook. ”La crisi nell’eurozona è diventata più seria recentemente, e resta la più importante fonte di rischio per l’economia globale”. Nel 2012 il Pil dell’eurozona si contrarrà dello 0,1%. In particolare, il Pil sarà stabile nel 1° trimestre, subirà un calo dello 0,3% nel 2° e tornerà a crescere nel 3° e 4°, rispettivamente dello 0,3% e 0,7%. Questo per quanto riguarda l’Ocse. L’altro campanello dall’arme vine invece dal rapporto annuale Istat i cui dati riferiscono che il divario economico tra Meridione e Nord Italia è sempre più largo: al Sud sono povere 23 famiglie su 100, al Nord 4,9 (dati 2010). Il 67% delle famiglie e il 68,2% delle persone povere risiedono nel Mezzogiorno. Nel Mezzogiorno ad una più ampia diffusione del fenomeno si accompagna una maggiore gravità del disagio: l’intensità della povertà raggiunge, infatti, il 21,5%, contro il 18,4% osservato nel Nord. Particolarmente grave risulta la condizione della famiglie residenti in Basilicata, Sicilia e Calabria. È poi peggiorata la condizione delle famiglie più numerose: in condizione di povertà relativa vive il 29,9% delle famiglie con cinque o più componenti (+7% rispetto al 1997). Nelle famiglie con almeno un minore l’incidenza della povertà è del 15,9% e complessivamente vivono in condizioni di povertà relativa 1 milione e 876 mila minori. Diminuisce invece, dal 1997 al 2010, la povertà nelle famiglie con a capo un anziano: l’incidenza di povertà scende dal 16-17% al 12,2%. I separati e i divorziati, osserva l’istituto di statistica, sono più esposti al rischio povertà (20,1%), rispetto ai coniugati (15,6%). Le ex mogli sono più esposte (24%) rispetto agli ex mariti (15,3%). Dal 1993 al 2011 i salari sono fermi. Tra il 1993 e il 2011 le retribuzioni contrattuali in Italia in termini reali sono rimaste ferme. Di fatto la crescita delle retribuzioni è stata di quattro decimi di punto l’anno. Una donna su tre è senza reddito. L’Italia è in fondo alla classifica europea per il contributo ‘rosa’ ai redditi della coppia: il 33,7% delle donne tra i 25 e i 54 anni non percepisce redditi, contro il 19,8% nella media Ue27. A superare l’Italia è solo Malta dove tale percentuale sale al 51,9%. Subito dopo il Belpaese c’è la Grecia (31,4%). Al contrario, nei paesi scandinavi le coppie in cui la donna non guadagna sono meno del 4%; in Francia il 10,9% e in Spagna il 22,8%. Ascensore sociale “fuori uso”. Bassissima fluidità sociale in Italia dove le opportunità di miglioramento rispetto ai padri si sono ridotte e i rischi di peggiorare sono aumentati. Solo l’8,5% di chi ha un padre operaio riesce ad accedere a professioni apicali. La classe sociale dei genitori – prosegue l’Istat – condiziona fortemente il destino dei figli. L’ascensore sociale appare bloccato anche nei percorsi formativi: tra i nati negli anni ’80 si è iscritto all’ università il 61,9% dei figli delle classi agiate e solo il 20,3% di figli di operai. La percentuale di chi raggiunge la laurea è molto diversa tra le classi: si va dal 43% dei figli della borghesia nella generazione dei nati nel periodo 1970-1979 al solo 10% di quelli della classe operaia. La famiglia di origine pesa anche nel raggiungimento del diploma. Infatti, mentre le differenze nei tassi di iscrizione sono ormai minime, il tasso di abbandono è molto più alto per gli studenti delle classi meno agiate: il 30% dei figli di operai nati negli anni ’80, contro il 6,7% dei figli di dirigenti, imprenditori e professionisti. Le differenze sono più esasperate nel confronto tra il Sud e il resto del Paese. Nel Mezzogiorno le difficoltà a salire i gradini della scala sociale sono maggiori. È più difficile ottenere una posizione lavorativa stabile negli anni successivi all’inizio di un lavoro atipico. A distanza di dieci anni, solo il 47,6% ha trovato un’occupazione stabile, al Nord, questa percentuale è superiore al 70%.
    Ma nel 2013 si andrà a votare per il rinnovo del parlamento italiano e di questa classe dirigente ormai datata. Stando alle previsioni e valutando i recenti dati elettorali, dovrebbe esserci un vero e proprio terremoto a Montecitorio e dintorni. Allora sarà davvero interessante vedere come il Movimento di Beppe Grillo – che sicuramente per le politiche farà un “boom” che nessuno potrà dire non aver sentito – si porrà concretamente di fronte a questi problemi, che sono soltanto una minima parte dei malanni di una nazione massacrato da decenni di cattiva politica, e quali saranno le soluzioni che prospetterà al Paese! Matteo Renzi, sindaco di Firenze, dal canto suo lancia così la sua personalissima sfida al M5S: “Certo adesso i grillini dovranno uscire dalla rete e fare i conti con i problemi concreti. Sono curioso di vedere se Pizzarotti saprà… tagliare il numero degli assessori (io li ho dimezzati), se saprà valorizzare le presenze femminili in giunta (nella mia squadra ci sono cinque donne su otto), se saprà ridurre i costi (io ho venduto le auto blu), se saprà far fuori i vecchi tromboni dalle aziende municipalizzate (io l’ho fatto)!”.

  5. Non credo ci sia molto da decrittare se il risultato viene vista dalla parte della gente comune. I partiti hanno semplicemente ottenuto quello che meritavano. Partiti ciechi, abbarbicati come piovre ai rimborsi elettorali, ai privilegi, ai lauti stipendi ma pontificano sull’equìtà tutelata. In occasione del terremoto in Emilia la prima cosa che sia venuta in mente per reperire i soldi è stata di aumentare la benzina che i parlamentari non comprano. Nessuno di loro ha pensato a devolvere l’ultima trance dei rimborsi ai terremotati. Di questo passo con il malcontento che regna sono destinati all’estinzione. Altro che Grillo demagogo e populista. Continuano a dire che l’insuccesso è dovuto a errate alleanze ma non scendono mai a toccare quello che realmente vuole l’elettorato.

  6. Berlusconi è chiaramente allo sbando, come un vecchio bisnonno rincitrullito che parla a vanvera. L’abuso di viagra deve avergli mandato il cervello in fumo. Le dichiarazioni raccolte da Repubblica sulla nascita di un nuovo partito organizzato attorno ai suoi ottuagenari compagni di merende (Fede, Confalonieri, Buonaiuti ecc.) lasciano capire come il poveruomo sia ormnai sganciato dalla realtà.
    Ma è più rincoglionitp Berlusconi o Bersani, nel suo trionfalismo bevero senza se e senza ma, pubblicamente sbertucciato non solo da Grillo, ma dal “fuoco amico” composto da Debenedetti, Repubblica, rottamatori, alleati e compagni di partito?
    Se pensa di candidarsi premier e riuscire a vincere alle elezioni, Bersani ha fatto male i conti. Il PD è costituzionalmente incapace di attrarre consensi: perde voti da quando è stato fondato, perde tutte le primarie che pure organizza in proprio e ha un leader desolantemente senza idee, senza carisma, senza fiuto politico. Un brontosauro del vecchio politburo che, come Berlusconi, non ha nessuna voglia di farsi da parte.
    Il centrodestra probabilmente si riorganizzerà attorno a un asse Monti-Montezemolo-forse puntellato da Fini e Casini e qualche fuoriusciti presentabile del PDL, senza Berlusconi e senza Lega. E darà così un segnale di discontinuità con il tetro ventennio berlusconiano. Ma il centrosinistra mi sembra incartapecorito attorno alle cartoline di Vasto e alle solite stesse facce di bronzo, in piena collusione con la Casta (se Bersani pretende di guidare la colazione non essendo capace nemmeno di controllare il prorpio partito senza esser spernacchiato le rare volte che apre bocca, tanto varrebbe candidare l’orrido Penati a premier). Senza segnali di discontinuità e un programma politcio anti-casta le prossime elezioni non si vincono, Bersani rischia di far la fine di Occhetto, condividendone l’ottusità politica.

  7. E’ interessante questa rivendicazione dei voti a Grillo da parte di biechi personaggi di destra. Mi fa riflettere. Zanza visto che sei del gruppo, potresti dire se sei daccordo con il programma dei 5 stelle e, quindi, se questo potrebbe essere adottato dal PDL o come si chiama? Parlo di programma vero non di slogan anti casta acchiappa voti.

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