Il Fatto Quotidiano

15 maggio 2012
Gli altri paesi votano e Supermario invecchia in fretta

di LUCA TELESE

Dal premier serafico al premier cupo, dal Super Mario radioso beatificato dai giornali, a quello affaticato e cauto che domenica ad Arezzo diceva di sentirsi – che tenero – “una piccola rondine” e parlava di fronte a una sala semideserta. The times they are a-changin’, cantava Bob Dylan e i tempi cambiano anche per lui, per giunta in modo terribilmente veloce. In questo sconquasso le elezioni in Europa stanno pesando sul governo dei tecnici e sulle sue aspettative di vita quasi più di quelle italiane. Cosí, per meglio capire cosa separi queste due istantanee del premier è il caso di interrogarsi su cosa sia accaduto in questi cinque lunghi mesi. Ve lo ricordate il giorno del passaggio di consegne? LE PASSEGGIATE e i bagni di folla davanti a Palazzo Chigi? Ricordate il sorriso radioso di Mario Monti di fronte al volto incupito di Silvio Berlusconi, il cenno solenne mentre scuoteva il campanellino d’argento con un rintocco che sembrava annunciare un passaggio epocale? Avete idea di come riposasse in modo staticamente impeccabile il suo ciuffo cotonato bianco nei giorni del loden e dei trolley? E potete quasi sentire l’eco delle battute a raffica, pronunciate ancora spensieratamente, alla conferenza stampa di fine anno. Era l’invenzione di un codice, di uno stile, nello scenario austero della sala polifunzionale della presidenza del Consiglio alla Galleria Colonna, che con i suoi legni scuri, i suoi marmi, e la sua aria da istituto di magia saltata fuori da un libro di Harry Potter, era stata la vera scoperta della portavoce Betty Olivi: “Appena l’abbiamo vista, quella sala, abbiamo capito che era ciò che ci serviva”. Già: il modo per chiudere, anche iconograficamente l’era berlusconiana. Quel refettorio austero fu il teatro dell’austerità, delle lacrime forneriane, delle riforme previdenziali e lavorative, degli schiaffi aggiustati ai sindacati e ai modelli concertativi. E Il professore era in quei giorni il primo ministro dello “Humour Monti”, un modello di stile. Dispensava freddure che magari capiva solo lui, ma di cui si divertiva molto: “Presidente, ma è vero che avete fatto un vertice nel tunnel?”. Sorriso angelico: “La ringrazio dell’ottimo interrogativo: anche questo quesito dimostra quanto possono essere profonde le domande di voi giornalisti”. E che dire della spietatezza e del distacco olimpico che lo facevano sembrare così alieno e diverso dai “politici”? Monti approfittava delle conferenze stampa per dispensare messaggi in codice, ad esempio agli economisti che lo criticavano dalle colonne del Corriere della Sera, come Alberto Alesina e Francesco Giavazzi: “Come sottolineano i due colleghi economisti di cui ora non ricordo… Non trovo il ritaglio stampa”. Li spazzolava ferocemente, insomma, con il codice spietato dell’Accademia, che declassa gli avversari sgraditi, derubricandoli ad anonimi senza nome. Fa una certa impressione verificare che, solo cinque mesi dopo, l’anonimo e dimenticato Giavazzi è stato arruolato a Palazzo Chigi come “tecnico dei tecnici”, con il piacevole effetto collaterale di riportare nel cuore del governo uno dei suoi principali critici. Bacia la mano che non puoi tagliare, e il montismo si è virato in andreottismo. COSÌ COME il discorso di domenica, preoccupato ed ecumenico: “Il presente è segnato da una crisi economica che però se non è affrontata con convinzione e con coraggio può diventare una crisi di parole”. Lo stesso premier solo pochi giorni fa diceva: “Non dobbiamo stupirci che l’Europa abbia bisogno di gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono cessioni di sovranità nazionale a un livello comunitario”. E invece, adesso, Monti dice “che bisogna uscire dalla crisi insieme”, e passa dalle battute improvvisate ai discorsi letti su carta. La verità è che in queste ultime due settimane il premier ha dovuto improvvisare un precipitoso cambio di copione: in Italia era il rigorista implacabile che si prepara a fare da becchino dei partiti e da successore al Quirinale. In Europa era l’alleato della Merkel che autentificava orgogliosamente il suo pedigree: “Sono stato considerato il più tedesco degli economisti italiani”. Era il poliziotto buono nella squadra del poliziotto cattivo, quello che chiede il rigore, ma anche la clemenza. E adesso rischia di diventare come il sodale delle Sturmtruppen, “il fido alleato Galeazzo Musolesi”, quello che gridava proclami di guerra e mandava le cartoline alla mamma. I quotidiani italiani hanno accettato fedelmente la direttiva che le amministrative non riguardano il governo, ma resta un fatto che tutti i partiti di governo abbiano perso voti. Così come resta un fatto che il comunicato dettato la sera della vittoria di François Hollande pareva scritto da Fausto Bertinotti. “Una finanza pubblica – scriveva Mario ‘social’ Monti – è condizione sufficiente ma non necessaria per l’obiettivo chiave: una crescita sostenibile, creatrice di occupazione e di equità sociale”. Una frasetta da girare agli esodati, per farli sorridere. Ma che spiega anche l’af faticamento, i sospiri, i puntini sospensivi che punteggiano i discorsi di Monti di queste ore. Napolitano prova ad aiutarlo: “È un anno abbastanza brutto ma ci sono le condizioni per venirne fuori”. Non ce ne siamo quasi accorti: ma la Westfalia, la Francia e la Grecia son diventati l’8 settembre del Super Mario rigorista. Se ci sono le condizioni per inventarne un altro, “partigiano” dei diritti e della crescita, è tutto da verificare.

twitter@lucatelese

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10 commenti »

  1. Egregio,
    ho scoperto che il programma di Monti é di origine evangelica.
    Infatti apprendiamo dal vangelo di Luca XIX,26 27:

    Perfetto per l’ex funzionario europeo!!!
    Cordialità da
    frenand

  2. Le forze politiche che appoggiano il “governo delle tasse” sono state bastonate dagli italiani che hanno preferito disertare le urne e quei pochi che hanno votato lo hanno fatto per Beppe Grillo!

    Un ex-comico che adesso fa sul serio. E’ lui il “terzo polo” della politica italiana!

    Il riconoscimento istituzionale gli viene legittimamente conferito dalle recenti elezioni amministrative. Ma soprattutto è lui il primo in assoluto nelle attese di quegli italiani che sono alla ricerca di qualcuno che interpreti il forte disagio della “genteperbene” di questo Paese e che guidi la protesta, pacifica e democratica, ma al tempo stesso dura, ferma ed efficace, contro i professionisti della vecchia politica – corrotta, incancrenita, avvilita e svilita – troppo distanti dai problemi reali del Paese, presi come sono dal curare i propri ed esclusivi interessi!

    La gente è sì per bene, ma non per questo cieca e sorda, non per questo fessa a tal punto da non rendersi conto che i sacrifici imposti dai professori, con l’avallo dei partiti, per ripianare i “loro” debiti, sono mirati sempre, soltanto ed esclusivamente a bastonare i “soliti noti”, risparmiando i “loro” apparati, le “loro” strutture, i “loro” privilegi.

    L’attuale classe dirigente pretende rigore da tutti tranne che da sé stessa, incapace com’è di tagliare la spesa pubblica!

    La “genteperbene” si sta finalmente svegliando dal torpore imposto dai talk show televisivi. Naviga su internet, scrive ai giornali, crea blog, scende in piazza e vota Beppe Grillo delegittimando i vecchi partiti!

    Del resto se i politici rubano, gli amministratori sprecano e il governo chiede sempre più soldi per mantenere questo stato di cose, “loro” non hanno più alcun diritto di rappresentanza, né tantomeno di continuare ad usare il fisco per spremere le famiglie italiane!

    E allora la “genteperbene” vota quelli del MoVimento5stelle!

    Esprimendo così quella voglia di cambiamento, di equità e di giustizia sociale che i partiti e il governo dei professori stanno da troppo tempo soffocando, nel nome dell’euro e dell’Europa, governando e amministrando la cosa pubblica soltanto per compiacere i poteri economici, infischiandosene degli italiani massacrati da una tassazione senza precedenti!

    Se continua così, Beppe Grillo alle prossime elezioni politiche sarà il nuovo presidente del consiglio a furor di popolo! Altro che anti-politica!

    Non ci è dato sapere se alla fine pure i “grillini” ruberanno come “loro”, anche se in questo è sinceramente difficile pensare di superarli, né ci è dato prevedere se porteranno il Paese al definitivo sfascio, anche se peggio di come ci hanno ridotto “loro” è praticamente impossibile fare.

    Sappiamo soltanto che hanno dimostrato che in questo strano quanto meraviglioso Paese si può fare politica senza finanziamenti pubblici, senza partiti, senza giornali né televisioni, senza voti di scambio, senza avere alle spalle nessun “mammasantissima”, senza escort e senza portaborse.

    Solo per questo vale la pena “provarli”!
    Se non altro perché li abbiamo provati già tutti!

    Se non altro per averci ridato la speranza che “cambiare” è ancora possibile, che è ancora auspicabile immaginare un futuro migliore e realizzare tutti insieme una società onesta, una vita sana, un lavoro ed una pensione più dignitosi

  3. Sono bastati pochi mesi (salvo ai brontosauri più duri di comprendonio come Bersani e Scalfari), al di là della fugace euforia di non vedersi più rappresentati all’estero da un pagliaccio raccapricciante, per capire che il magnifico rettore Mario Monti, coi suoi decreti accoppa-Italia, avrebbe spremuto i contribuenti imbelli all’inverosimile, senza riuscire minimamente a risanare il Paese né a conseguire il fatidico pareggio di bilancio, e senza nemmeno tentare di colpire le rendite della casta, di mettere il naso sui privilegi acquisiti, di reimpatriare capitali parcheggiati all’estero, di contrastare evasione fiscale, ruberie, corruttele e malaffare. Lo spread (il vero totem della sua politica) addirittura oggi lo speracchia agli italiani e al mondo intero. Ancor più di Berlusconi, Monti è il becchino dai guanti bianchi che officia la “lotta di classe” combattuta a favore dei vincitori (le lobbies bancarie e finianziarie internazionali), mortificando le classi lavoratrici oltre l’immaginabile, inclusa una classe media ormai defunta (oltreché incazzata nera). Per non parlare della macelleria sociale operata con glaciale nonchalanche (“non siamo venuti qui per distribuire caramelle”) sulle pensioni, sugli esodati, sugli imprenditori suicidi. Governo menagramo e manifestamentemente illegale, imposto agli italioti incapaci di governarsi da soli da una supergovernance che non si sa bene dove risieda ma che si capisce benissimo quali interessi difenda. E’ lui l’emblema del’antipolitica, che – come in Grecia – in nome di astratti obiettivi superiori dafrauda i cittadini dal diritto di scegliere il proprio destino e vigilare sui propri diritti.
    Il fallimento della ricetta Monti (che fa il pari con quella spagnola) è ormai sotto gli occhi di tutti. Se ancora sopravvive nel suo incarico di supplenza istituzionale è per il terrore dei partiti rappresentati in Parlamento e sputtanati in tutte le piazze d’Italia di essere spazzati via, da una tempesta che non controllano e non capiscono. Come quella che ribaltò i despoti sulle sponde meridionali del Mediterraneo e che ormai esonda sulle coste italiche.

  4. La Corte dei Conti boccia i tagli al pubblico impiego.
    In tempi di crisi e di tagli torna prepotentemente alla ribalta la spesa pubblica italiana, insostenibile ed eccessiva per i servizi resi alla collettività. E se tagliare il numero dei parlamentari e i loro stipendi è demagogia, tagliare il numero dei dipendenti pubblici è un argomento che di tanto in tanto ritorna la centro del dibattito politico! I sindacati di categoria fanno orecchio da mercante e assecondano le direttive del governo avendo 151 milioni di euro di permessi sindacali da farsi ”perdonare”. A difesa del pubblico impiego, laddove il sindacato latita da decenni, interviene la Corte dei Conti: “La spesa dell’Italia per i redditi dei dipendenti pubblici è in linea con i principali paesi dell’Unione Europea. Il raffronto tra il numero dei dipendenti pubblici e il totale degli occupati, in forte discesa per l’Italia nell’ultimo decennio (dal 16,4% al 14,4%), evidenzia un peso della burocrazia sul mercato del lavoro pari a circa la metà della Francia e di gran lunga inferiore anche al Regno Unito. Con la politica di soli tagli al personale della pubblica amministrazione il risultato è stato un peggioramento della qualità dei servizi pubblici che impedisce il consolidamento di procedure, competenze e professionalità, con inevitabili, negativi riflessi sulla quantità e qualità dei servizi erogati”. Per la prima volta dalla privatizzazione del pubblico impiego il conto annuale rileva una significativa diminuzione del costo del personale, che si attesta su un valore di 152,2 miliardi (1,5% in meno rispetto al 2009). Il rapporto tra Pil e spesa per i redditi dei dipendenti pubblici è in continuo calo e raggiungerà, nel 2014, un valore pari al 10%. La Corte fa una stima dell’esborso per le finanze pubbliche dei permessi sindacali del pubblico impiego: “Nel 2010 il costo per l’erario dei permessi sindacali è di 151 milioni di euro. La fruizione dei diversi istituti (aspettative retribuite, permessi, permessi cumulabili, distacchi), può essere stimata come equivalente all’assenza dal servizio per un intero anno lavorativo di 4mila e 569 unità di personale, pari ad un dipendente ogni 550 in servizio!”. Così si è espressa la Corte nella relazione 2012 sul costo del lavoro pubblico. Alcuni comparti della P.A. sono stati colpiti duramente e si trovano in “forte scopertura” gli organici di forze armate, corpi di polizia, vigili del fuoco, prefetti, diplomatici, magistrati e professori universitari. “Il personale in regime di diritto pubblico – si legge nella relazione – rappresenta nel 2010 circa il 18% del totale complessivo dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, con una spesa pari a 25,5 miliardi. In netta flessione, rispetto al 2009, gli appartenenti alle varie categorie, in particolare professori universitari (-5,6%) e magistrati (-2,8%). Al termine del 2010 i dipendenti in servizio presso tutte le pubbliche amministrazioni con rapporto di lavoro a tempo indeterminato sono diminuiti dell’1,9%, calo che fa seguito a quello di analogo valore del 2009″. Per quanto riguarda poi il metodo meritocratico la Corte sottolinea: “Il blocco della crescita delle retribuzioni complessive e della contrattazione collettiva nazionale hanno comportato il rinvio, da un lato, delle norme più significative in materia di valutazione del merito individuale e dell’impegno dei dipendenti”. I giudici tributari osservano che “nel periodo 2005-2011 il divario tra le retribuzioni contrattuali del settore pubblico e quelle dei comparti privati subisce un drastico ridimensionamento, passando da un valore dell’8% al 2,6%, forbice destinata a restringersi ulteriormente per effetto del blocco della contrattazione collettiva per i soli dipendenti pubblici fino a tutto il 2014.”.

  5. …………..pero’,pero’……………………pero’,pero’……………..una cosa bisogna ammetterla, pur con tutti i suoi milioni di difetti : l’unico che PRENDEVA PALESEMENTE PER IL CULO il rigore merkelliano, appoggiato da sarko, fu il cavaliere che si presento’ al summit con una semplice letterina di intenti…………………anziche’ con una sfilzata di tasse !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    poi, si e’ vendicato con chi l’aveva destituito, appoggiando monti !!

  6. Il fantasma della dracma a braccetto con la lira!
    La Borsa scende, lo spread sale, il debito pubblico aumenta, la benzina pure, l’inflazione idem, gli stipendi e le pensioni – quando e se si percepiscono – sono quelli, giusti giusti, per non morire di fame! Su tutto questo incombono due provvedimenti presi dal governo tecnico che porteranno al collasso finale le famiglie italiane: l’IMU e l’aumento dell’IVA. E tutto questo per restare nell’euro! Ma qualora dovessimo riuscire nell’impresa impossibile di saldare il nostro debito pubblico con l’Europa, l’Europa ci sarà ancora? Un fatto è certo: oggi sono in tanti a volere uscire dall’euro per tornare alla vecchia Lira! L’eurozona trema dopo il terremoto elettorale che ha spezzato l’asse Berlino-Parigi! L’aggravarsi della crisi greca e i mutati scenari europei – non da ultimo quello italiano che alle recentissime amministrative ha tolto consensi ai partiti che appoggiano l’attuale esecutivo – riaprono la partita sulla crisi dell’eurozona. La Cancelliera tedesca Angela Merkel, indebolita dal tracollo elettorale alle regionali in Nord Reno Westfalia, deve anche affrontare la svolta francese. Con il socialista François Hollande all’Eliseo è probabile che la linea del rigore nella finanza pubblica venga messa in discussione. Potrebbe passare l’idea della creazione di un debito pubblico europeo, cui Berlino si è sempre opposta! Ma se non si agisce in fretta e bene sul debito sovrano c’è il rischio che la Germania rimanga l’unico stato membro della Ue! La Grecia, infatti, è ad un passo dal default e la sua imminente uscita dall’euro potrebbe innescare una crisi ancor più profonda, che avrebbe reazioni a catena sugli altri paesi in difficoltà, come Spagna e Italia. Il ripristino delle monete nazionali è pertanto un fantasma che sta prendendo sempre più corpo e che aleggia su tutti gli stati membri. La Grecia è ormai un paese ingovernabile, incapace sia di dare vita a maggioranze effettive di governo, sia ad un esecutivo in grado di applicare le misure di austerità e di rigore finanziario richieste dall’Unione Europea. Se saranno indette nuove elezioni non è affatto detto che saranno in grado di produrre un risultato diverso da quello attuale: l’ingovernabilità! Priva di un governo tale da garantire le condizioni imposte dalle istituzioni comunitarie, la Grecia non riceverà gli aiuti finanziari europei, necessari per onorare, almeno parzialmente, il debito pubblico. Ciò comporterebbe un default incontrollato e, di conseguenza l’uscita dall’euro. Ma il ripristino della dracma aprirebbe uno scenario di inflazione generalizzata e di isolamento economico, dalle conseguenze imprevedibili. Nessuno può oggi sapere con precisione quale sarebbe l’effetto domino del default totale di Atene. Ne sarebbero toccati il delicato funzionamento della moneta unica, le sue quotazioni internazionali, mentre molti istituti di credito dovrebbero azzerare nei loro bilanci i titoli greci. Insomma, già la Grecia da sola può pregiudicare il sistema dell’euro, figurarsi dunque cosa potrebbe succedere se il contagio investisse paesi come l’Italia e la Spagna? Sarebbe la fine dell’euro! Ma il ripristino delle monete nazionali sarebbe un problema di gravità immane per tutte le nazioni e l’Italia ovviamente rischierebbe di ritrovarsi con i guai maggiori avendo uno debito pubblico che è secondo solo alla Grecia. E comunque, il ritorno alla lira sarebbe un’operazione tanto complessa, quanto fallimentare. In principio, occorrerebbe restaurare il valore di conversione stabilito al momento della nascita dell’euro, pari a circa 1937 lire (…lo stipendio raddoppierebbe in un sol colpo!!!). Ma nell’istante in cui la conversione dovesse avvenire inizierebbe l’immediato deprezzamento della nostra moneta (…lo stipendio crollerebbe della metà di quello percepito oggi in euro!!!) con un’inflazione tanto devastante da far rimpiangere anche al più accanito degli anti-europeisti quello stesso istante!

  7. freeskipper, io non ho tanto tempo come te da dedicare al web, ma visto che fai il professorino, prova ad immaginare all’eurolira ;una moneta di solo transito interno………..pur rimanendo nell’euro …………………..ci sono arrivato io tre anni fa’, mentre esimi proff…….

  8. una moneta di solo transito interno?
    si rimane basiti anzicheno.
    Qua sò tutti apprendisti stregoni!
    e sò pure meglio degli esimi proff…
    MAH!

  9. L’antipolitica sono proprio “loro”!
    Quando si tratta di far passare certi provvedimenti che vanno a colpire con la scure i “soliti noti” nei punti vitali di una civile e democratica esistenza, quali la casa, il lavoro, le pensioni, “loro” – gli onorevoli “pianisti” – sono tutti lì presenti, uniti e compatti, a suonare il piano, a votare senza tentennamenti. Anche se poi, non appena usciti dall’Aula e al cospetto di microfoni, taccuini e telecamere, si arrampicano sugli specchi della menzogna e dell’ipocrisia per cercare le scuse più assurde e grottesche atte a giustificare il “loro” mal-operato dinnanzi agli occhi di quei pochi elettori che ancora gli sono rimasti de-voti! Quando però è la volta di votare contro i “loro” benefit e i “loro” privilegi, allora i “pianisti” disertano l’Aula! In questi giorni alla Camera si discuteva del dimezzamento dei rimborsi ai partiti. Un appuntamento molto importante nell’agenda politica del Paese e, finalmente, l’occasione per ricucire la distanza abissale tra i parlamentari e la fiducia degli elettori. Un provvedimento, almeno a chiacchiere, perorato da tutti i parlamentari! Peccato però che a votare il suddetto emendamento fossero presenti solo 20 deputati su un totale di 630!!! Ad osservare l’indecente spettacolo dell’Aula praticamente vuota c’era una scolaresca pugliese in visita studio a Montecitorio. Un assenteismo inaudito e, nella fattispecie, altamente diseducativo! La politica con la “p” minuscola ha colpito ancora, presentando solo 20 deputati su 630 per discutere sui tagli ai partiti. La politica con la “p” minuscola era al completo per affermare la presunta parentela di una nipote di Mubarak. La politica con la “p” minuscola era presente al 100% per impedire l’arresto di deputati-inquisiti. Questa è l’unica, vera e poco onorevole antipolitca!

  10. ginad

    economia monetaria, nel piano di studi universitario, e’ scelto veramente da pochi ; tra quei pochi vi ero anche io !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

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