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14 febbraio 2011
“Quasi quasi vado al Grande Fratello. A leggere Manzoni…”

E viene fuori la figura di un sognatore che vorrebbe aprire “la più grande catena di librerie dell’usato e vedere il Cagliari vincere lo scudetto”. Lui che è sardo di nascita e romano d’adozione, “cresciuto in un angolo dimenticato di periferia”, riesce ancora ad incazzarsi per “ l’ingiustizia e la prepotenza contro chi non si può difendere.”
Berlingueriano doc. Talmente comunista da essersi innamorato della figlia di Berlinguer, Laura. Iscritto alla FGCI dal 1984, in una giornata storica per il Paese, “dove in piazza c’era una bellissima Italia”, Luca Telese è uno che non le manda a dire e senza peli sulla lingua fa un mini-ritratto dei maggiori leader politici italiani, racconta le polemiche con Emma Marcegaglia e Filippo Facci e ci rivela un inaspettato segreto: “Quasi quasi vado al Grande Fratello. A leggere Manzoni, pensa come sarebbe divertente…”
Sei rimasto uno dei pochi – insieme a Santoro e qualche altro – che continua a definirsi ancora comunista: non ti senti come quel kamikaze giapponese a cui nessuno ha detto che la guerra è finita?
No. Assolutamente. Perché il mio modo di sentirmi comunista è un modo preciso, berlingueriano, che poi è la cultura politica più importante che ci sia ancora oggi nella sinistra italiana. Mi sono iscritto alla FGCI nel 1984, nel giorno dei funerali di Berlinguer, dove in piazza c’era una bellissima Italia.
Tra l’altro sei un comunista molto sui generis: hai lavorato per Il Giornale e hai rifiutato L’Unità…
Non penso che debba vergognarmi di qualcosa in un paese di ladri, corrotti e voltagabbana.
In più c’è l’aggravante: hai una “predilezione vera per Marco Travaglio”, non esattamente un comunista…
Figurati che siamo anche colleghi ora, forse quell’intervista è di qualche tempo fa.
Quando Concita De Gregorio ti voleva all’Unità, Furio Colombo bocciò apertamente questa decisione.
Pensava che fosse uno sgarbo al vecchio direttore e siccome il primo “acquisto” di cui i giornali parlavano – per Concita – ero io, mi attaccò su questo punto. Dopodiché questo non ci ha impedito di trovarci d’amore e d’accordo al Fatto.
Mi dai un aggettivo non banale per definire Berlusconi.
Per definire Berlusconi?
Non è semplice.
(dopo 40 secondi buoni…) Un flaccido geniale.
Scilipoti?
Fra uominicchio e quaquaraquà.
D’Alema?
Una vecchia zia che ha problemi a comprare le scarpe.
Veltroni?
Un film romantico di seconda visione.
Rosy Bindi?
Una tosta, che non trova il copione giusto.
Bocchino?
Un numero uno della politica.
Fini?
Un incompiuto.
Di Pietro?
(dopo 30 secondi abbondanti…) Uno dei più grandi attori italiani viventi.
De Magistris?
Un magistrato in cerca d’autore.
Il migliore giornalista italiano?
Francesco Merlo e Filippo Ceccarelli per la carta stampata; Michele Santoro per la televisione.
E il peggiore?
Troppo facile: Minzolini.
In un’intervista di qualche tempo fa hai definito Floris e Vespa dei “leccaculisti bilaterali”.
Amano compiacere la loro parte ma quando serve anche gli avversari. E invece il modello del buon giornalismo – com’è noto – è l’equiferocia: “cattivo” con gli altri e con i tuoi.
Nella stessa intervista dicevi di Mentana che fa un “giornalismo splatter, fatto di cognismo e delitti, tette e vallette.”
È totalmente cambiato il giornalismo di Mentana, è diventato un giornalismo politologico, indipendente, che porta sullo schermo quello che dovrebbe essere Il Corriere della Sera sulla carta stampata. A La7 ha fatto – credo – la più grande impresa auditel mai accaduta in Italia: ha preso un tg al 2.5% e l’ha portato al 9% di share. Ci sono pochi giornalisti che riescono a pilotare ovunque una tribù di lettori-spettatori: in carta stampata Travaglio e Feltri, in televisione Mentana e Santoro. Hanno un pubblico granitico che li segue ovunque.
Di Belpietro dicevi che è “un uomo serio e simpatico.” Non so se hai cambiato idea…
No, non ho cambiato idea. Belpietro è un giornalista di centro-destra, cosa che a molti lettori di centro sinistra non entra in testa. Lui dice: io difendo Berlusconi perché sono pro Berlusconi, cosa che ovviamente non ci fa impazzire ma è un suo diritto d’opinione, però dà tutte le informazioni. Credo che Libero sia stato l’unico giornale a pubblicare in integrale i verbali dell’Olgettina . E quindi è il contrario del modello Minzolini. È un avversario giornalistico con cui è bello parlare.
Di Emma Marcegaglia hai detto, con tutte le conseguenze del caso, che è “una cretina”.
Ho pagato un buon prezzo per questa cosa. Sono stato cacciato da Radio 24. Non capisco perché di questa donna bisogna dire che è intelligente. Stesso discorso per John Elkann: nessuno nota che non ha mai fatto un’intervista vera. Devo pensare che non è in grado di parlare?
Perché la Marcegaglia sarebbe una cretina?
In quel caso era riferito al suo atteggiamento vagamente surreale nel caso Porro. Lei, senza parlare con nessuno, riferendo una notizia di seconda mano dal suo addetto stampa, anziché fare ciò che avrebbero fatto tutti – se mi sento minacciata mi rivolgo ai carabinieri, se non mi sento minacciata chiarisco con Feltri – si è rivolta a quello che lei pensava fosse il padrino de Il Giornale, cioè Fedele Confalonieri. Non contenta si è rivolta anche a Mauro Crippa, il direttore dell’informazione di Mediaset, cioèil dirigente di un’altra azienda. Si è comportata in maniera preoccupante. Ma ha fatto anche di peggio dopo: è andata in televisione a difendere la Fiat, cioè una società che era uscita da Confindustria. Bisogna darle un premio…
Una delle conseguenze di questa querelle tra te e la Marcegaglia è stato il commento di Filippo Facci, che molto amichevolmente ti ha definito “ridanciano, pettegolo, forte con i deboli ma buffo con i forti.”
Facci è arrabbiato con me perché ho parlato delle sue mèches in televisione (nel programma “Niente di personale”, ndr). Dissi che portava le chatouches e lui rimase quasi scioccato. È ancora avvelenato. Ma nonostante questo lo considero uno dei migliori giornalisti di centro destra che esistano su piazza.
Hai detto: “In tv svelo perché vince la destra: sa usare il sesto potere”: vale a dire?
Non me lo ricordo! Però ho sempre trovato incredibile il fatto che quelli di destra riescano a difendere posizioni impossibili, perché sono dialetticamente bravi, e quelli di centro sinistra sbagliano i rigori a porta vuota. La Santanchè, quando deve difendere le mantenute siliconate dell’Olgettina, riesce a prevalere perché tre ospiti di centro sinistra non hanno il coraggio di chiamare le cose con il proprio nome e non si sono studiati le carte. E quindi si fanno fregare. Una Santanchè vale dodici D’Alema-Bersani messi insieme.
Perché la sinistra ha la sindrome da Tafazzi?
La destra crede in quello che dice anche quando lo crede per contratto. Ed è più rispettabile della sinistra che da venti anni non crede più a quello che dice, anche quando avrebbe buone ragioni per farlo.
Come si esce dalla profonda crisi in cui versa il Paese?
Bisogna voltare pagina, lo spettacolo del berlusconismo crepuscolare deve arrivare a compimento. Berlusconi non ha tradito le idee della sinistra, ma ha tradito le idee della destra: il federalismo, la riduzione delle tasse, il rispetto delle istituzioni. Bisognerebbe spiegare agli elettori di destra che il Governo ha portato la pressione fiscale al 44%. Questo dovrebbero dire i leader di centro sinistra, che invece vivono su un altro pianeta e riescono a dire cose che non interessano a nessuno.
Stai dicendo che gli elettori di destra sono tardi di comprendonio?
Se l’alternativa che offre la sinistra non è ragionevolmente allettante, perché lasciare il vecchio negozio?
Quelli di sinistra ci sono o ci fanno?
Purtroppo, ci sono e ci fanno. Sono fulminati come le lampadine fulminate. C’è il gruppo dirigente più vecchio del mondo: quando in Grecia c’era il padre dell’attuale premier Papandreou e negli Stati Uniti c’era il padre del Bush cacciato da Obama, quindi venti anni fa, la segreteria dell’ultimo PCI era composta dagli stessi dirigenti del PD di oggi. Vanno rottamati, nella migliore delle ipotesi.
In cosa sono diversi i politici ladri e puttanieri della seconda Repubblica da quelli dei rampanti anni 80, De Michelis &Co su tutti?
Quelli, malgrado tutto, avevano letto qualche libro. Questi l’unica cosa su cui possono essere informati sono le puntate di Amici e del Grande Fratello. Quelli almeno erano preparati. Questi sono solo gaglioffi.
Se apri un qualsiasi giornale degli ultimi 50 anni sembra che si parli sempre delle stesse cose: disoccupazione giovanile, diritti delle donne, rapporti tra mafia e stato, politici che si fanno i bip loro.
No. Prima avevamo toccato il fondo, adesso abbiamo toccato il sottofondo. Si parla di problemi molto più grandi di prima, quando non avevamo la camorra al governo o le puttane a Palazzo Chigi.
Non mi pare che Pomicino e Andreotti fossero due santi.
Si, però avevano stile. Persino nel farsi processare Andreotti ha più stile di Berlusconi. E visto che la democrazia è anche un insieme di forme, non è irrilevante la differenza tra chi insulta i magistrati e chi si fa giudicare. Ormai il mio maestro di democrazia è Cirino Pomicino che mi dice: “La DC sapeva che si vinceva col 51 % dei voti ma si doveva governare almeno col 60% dei consensi.” Invece Berlusconi vuole governare col 40% dei voti e col 30% dei consensi.
Ti faccio una domanda che ultimamente mi appassiona: Fazio e Saviano, nel programma “Vieni via con me”, hanno posto un dilemma, soprattutto per i più giovani: restare o partire?
È una delle tante cose che non mi sono piaciute di quella trasmissione. Bisogna restare sempre. Partire è uno sport per ricchi e io, cresciuto in un angolo dimenticato di periferia, lo escludo proprio come formazione mentale.
Però chi resta, chi scrive o in qualche modo fa battaglie di impegno civile si ritrova a sbattere con il muso contro il disinteresse, contro chi dice che “tanto non cambierà niente”, contro chi dice “che Berlusconi fa bene”, contro chi farebbe carte false pur di andare a cena ad Arcore. Come si combatte tutto questo?
Costruendo un altro sistema di valori. C’è una bella frase di Brecht che cito spesso: “Non aspettarti un’altra risposta all’infuori della tua.” E Brecht si poneva la domanda su come avesse potuto vincere Hitler. Siamo in un tempo in cui, grazie a Dio, si può ancora combattere democraticamente e affermare le proprie idee.
Se tuo figlio ti dicesse: “Papà! Vado al Grande Fratello!”, come ti sentiresti?
Non credo che potrebbe accadere. Vorrebbe dire che ho sbagliato qualcosa. Ma comunque… un po’ di calci in culo e se volesse andarci gli consentirei di farlo. Diciamo che bisognerebbe intervenire prima, anche se il problema non è chi va al GF ma cos’è il GF: uno spettacolo noioso per lobotomizzati. Se poi qualcuno prende il biglietto da duecentomila euro e riesce a farci qualcosa – come Serena Garitta e Luca Argentero – ben venga. Quasi quasi ci andrei pure io, a leggere Manzoni, pensa come sarebbe divertente. È molto più stimabile Serena del GF4 che il bambino di 13 anni trascinato sul palco dei radical cheap, come li chiamo io. Quello del Pala-Cachemire, per capirci.
Quindi se ti chiedo tre cose che vorresti assolutamente fare nella vita, una è il Grande Fratello?
Noooo! Una è aprire la più grande catena di librerie dell’usato, perché sono anche proprietario di librerie; l’altra è scrivere un grande romanzo in una casa affacciata sul mare, come nei film americani e senza dover fare altri tre pezzi durante la giornata; l’ultima è vedere il Cagliari che vince lo scudetto.
Ultimo libro letto?
“Anatomia di un istante” (Ed. Guanda) di Javier Cercas, sul tentativo di golpe in Spagna. Bellissimo. È una rilettura analitica, mediatica, politica e memoriale, ed è un libro che parla della Spagna ma potrebbe benissimo parlare dell’Italia.
La cosa che ti fa più incazzare?
Come sempre, come quando avevo quattordici anni, l’ingiustizia e la prepotenza contro chi non si può difendere.
Un aforisma che ti rappresenta.
Ce l’ho. È un verso di “Le pont Mirabeau” di Guillaume Apollinaire: “Com’è lenta la vita, com’è violenta la speranza.”

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61 commenti »

  1. “Partire è uno sport per ricchi e io, cresciuto in un angolo dimenticato di periferia, lo escludo proprio come formazione mentale”.
    Condivido, forse perché anch’io sono una figlia di operai come tanti e penso che chi fa credere che andare via sia davvero facile mente, perché sa che senza soldi non si va da nessuna parte (almeno fisicamente). Credo che, anche se la mia famiglia fosse ricca, non me ne andrei da qui. Magari lo dico perché tanto non posso permettermelo, come la volpe diceva che era acerba l’uva cui non arrivava.

    Per quanto riguarda il definirsi “comunisti” sono un po’ confusa. Sento mio padre raccontare dei tempi di Berlinguer, dei comizi affollati, delle bandiere rosse che sventolavano. Io sono nata un anno dopo la caduta del muro di Berlino e molte volte penso che non ha senso che io mi definisca comunista, perché in realtà non l’ho mai vissuto il comunismo, l’ho solo studiato sui libri, l’ho solo sentito raccontare da mio padre e da mio nonno. Direi di essere una cosa che per questioni storiche non sono mai stata. Dentro di me so di esserlo, ma non come lo è stato mio padre, che ha avuto problemi a votare, alle ultime elezioni, un arcobaleno spuntato al posto di falce e martello.

    Le prime edizioni del GF le ho guardate, ho anche attaccato il poster di Luca Argentero in camera mia, tifavo sfegatatamente per lui. In quella fase della mia adolescenza credevo che più che reality fosse realtà e lui era, ed è ancora, realmente bellissimo, perciò meritava di vincere (ero piccola quando pensavo questo!). Adesso non lo guardo più, ma conosco chi c’è in quella casa, leggo di loro quando vado dalla parrucchiera, mi racconta di loro mia cugina, loro invadono ogni copertina e molti programmi televisivi, così finisco per conoscere tutti gli intrighi e gli intrecci che nascono in quella casa di Cinecittà anche se il GF non lo vedo. È vero, l’ignoranza trionfa in tv, il dialogo civile lascia il posto a litigate furiose, ma finché questo accade al Grande Fratello mi sento quasi sollevata. Il problema, secondo me, è che anche il Parlamento finisce per diventare un mezzo stadio, che anche chi ci rappresenta alla fine sa nascondere bene la sua cultura, perché avere cultura ed essere dei bravi politici non credo significhi pubblicare l’elenco dei 30 e lode.

  2. Elisotta, come sei giovane e carina!

  3. per Tenna : io sono presuntuosa non scrivo mai credo che… ma sono certa che

  4. Bravo Luca ti leggo molto volentieri…anche se io non sono piu’ comunista confeso che lamia anima e’ sempre a sinistra,anche se non riesco atrovare un politico che mi rappresenti,mi piace Matteo Renzi che credo persona sincera e con tanti entuasmi,quelli che abbiamo a me sembrano sepolcri imbiancati.Un caro saluto

  5. @ Margherita.
    Non sempre siamo come vorremmo apparire all’altrui giudizio, ed il vero presuntuoso, mai ammetterà di esserlo.

  6. io lo ammetto caro Tenna Piero

  7. Ammiro molto il tuo stile ironico e incisivo. Ho letto la tua intervista sul Fatto a Staiti Cuddia. Mi sono emozionata. Quando leggo certe è impossibile veicolarle a destra o sinistra. E’ semplicemente coerenza..E poi ti senti apostrofare “radical chic”…Ben felice di esserlo se l’alternativa è votare quello che va a baciare l’anello a Gheddafi.

  8. per Luca Telese : Bisignani. molto interessante.

  9. Bisignani intimo di Lino jannuzzi Jannuzzi intimo di Giuliano Ferrara

  10. caro Luca ho seguito con attenzione Gianfranco Fini a Ottoemezzo : ha detto : non c’è nessuna differenza tra scuola pubblica e quella privata sempre scuola è. Lilli Gruber e Polito zitti. dire a Fini che la differenza fondamentale è che la scuola pubblica è totalmente gratuita mentre la privata è a pagamente e che pagamento !

  11. Come dite a Roma “mi cojoni”,e chi sarà mai il Lepido del commento del 15 febbraio per salire in cattedra e rifilarti ,non bacchettate sulle nocche delle mani come ai miei tempi faceva il maestro quando scrivevi strafalcioni, ma randellate da stendere perfino un Premio Pulitzer. Chi sarà mai? La prosa sembra quella di un gionalista, probabilmente con aspirazioni fallite,consoliamolo,se crede di essere il nuovo Fortebraccio deve farsi una ragione per essere nato troppo in anticipo.

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