Interviste

1 ottobre 2010
Elio Germano

“Questa estate, sono ripartito da zero”.Elio Germano ti racconta che dopo i fasti di Cannes, non ha speso nemmeno un minuto ad autocelebrarsi, e ha iniziato a girare l’Italia portando in scena un monologo sperimentale Basato sul niente tratto da una piece dell’autore americano Will Eno. E’ stato più che un viaggio, per lui, un ritorno alle origini, al teatro: “Solo io sulla scena: nessuna scenografia e la mia parola”. Elio inizia a raccontare del suo spettacolo, e lo fa con un registro autoironico e apparentemente minimale, che è lo stesso con cui alla fine sceglie di raccontarti tutta la sua biografia: “Che devo dirti? E’ un testo che parla di se stessi, dell’amore e quindi della vita. I monologhi non si possono raccontare: o si recitano o si sentono”.
Lo cerchi per una intervista, l’attore italiano più celebre del momento, reduce dai trionfi del festival più prestigioso d’Europa, dalle stilettate polemiche al ministro Sandro Bondi (che non era andato a Cannes in polemica con i cineasti italiani) e non trovi quello che ti aspetti. Nessuna adrenalina, nessun autocompiacimento da star, molti dubbi e una nota di scetticismo sul ruolo dell’attore in Italia e sul futuro della sua carriera. Germano è a dir poco riservato: “Oddìo, si deve proprio parlare della mia famiglia?”. Ma poi, quando inizia a ripercorrere la sua splendida gavetta, il tono cambia, il volto si illumina, sul viso guizzano i sorrisi affilati che hanno fatto la fortuna dei suoi personaggi, il discorso si infittisce di battute e di aneddoti memorabili. Come quello in cui lui e Libero De Rienzo…
Quando hai iniziato a fare l’attore?
“Mai”
Come mai?
“Non ho mai pensato, nella mia vita, che avrei fatto questo mestiere. E’ accaduto”.
Ma se esordisci addirittura nel 1982 con Castellano e Pipolo, in “Ci hai rotto Papà”…. Avevi 12 anni.
“Fare una parte non significa avere un mestiere. Io ho amato follemente recitare, ma mi sono sentito un attore professionista, uno che vivrà di questo, solo dopo aver vinto il David di Donatello nel 2007 per ‘Mio fratello è figlio unico’”.
Primissimo ruolo nella vita?
“Mamma mia… Forse, a pensarci bene, una recita in Colonia, al mare. Credo che facessi Moogly, ne ‘Il libro della Jungla’. Avrò avuto sei anni. Considerarlo un esordio è pericoloso, direi. Però provai il desiderio di riprovarci con gli amici nel paese dei miei, a Duronia. Le prime repliche, eh eh…”.
Avevi altri destini possibili?
Ero e sono un grafomane. Riempio quaderni. Ma ero sicuro che avrei fatto il disegnatore o il grafico. Non mi presero alla scuola di fumetti, cercai il teatro.
La sliding door che ti cambia la vita?
Una coincidenza: A piazzale degli Eroi, dove i miei nonni erano portinai, abitava Jole Silvani, un´attrice di Paolo Poli. Lui mi consigliò la scuola del Teatro dei Cocci finii lì e fu la mia fortuna.
Sono veri quei luoghi comuni sul teatro che ti cambia la vita?
Mi prendevano in giro: ‘A Dàstiiin!’. Per dire che assomigliavo a Dustin Hoffman. C’era del vero: non sapevo parlare bene, comunicare con le ragazze, esprimere le mie idee. Ero muto. Recitare, anche se non era ancora una lavoro, era già una liberazione”.
Quando hai iniziato la gavetta delle pubblicità, però, hai iniziato a professionalizzarti….
“Nemmeno. L’ho fatto con leggerezza, senza mai pensare che da lì potesse iniziare un percorso serio”.
Ho il dubbio che sia una posa: non si fa teatro se non si sogna di vivere sul palcoscenico.
“Per lungo tempo ho pensato che fosse una carriera causale”.
Dopo il liceo scientifico eri già al teatro dei Cocci.
“Con lo stesso spirito con cui molti fanno pianoforte o tennis, ma non per questo aspirano a diventare Rubenstein o Panata…”.
La prima vera parte dopo la recita in Colonia?
“Non posso scordarla. Arturo, nel ‘Re Giovanni’ di Shakespeare. Cominci dai piccoli ruoli sperando di iniziare a fare il protagonista, ma senza nessuna certezza…”.
E la notorietà della pubblicità, i primi soldi veri?
(Risata sonora) “Ma quale notorietà! Arrivai a fare lo spot del Kinder Bueno, quasi per caso. Una parte terrificante: ero l’adolescente che mangiava lo snack e faceva segni strani dalla finestra. Ti riconoscevano gli amici. Recentemente ho ripensato a quello spot sperando che qualcuno distruggesse le prove… ”.
Cercheremo le foto. Che anno era?
“Il 1995, forse. E’ come se stessi facendo outing, sono cose che dovrebbero essere dimenticate”.
La pubblicità rendeva molto, potevi permetterti cose che agli altri adolescenti erano negate…
“Macché vivevo normalissimamente! Ti racconto un dettaglio: i primi soldi che ho guadagnato io in realtà non li ho mai spesi”.
No?
“No. Li ho ancora da parte, cento banconote da mille conservate scaramanticamente, in un cassetto, a casa dei miei. Era come se fossero un amuleto, per me”.
E come mai?
“Credo che fosse una proiezione inconscia: hai guadagnato qualcosa, ma non è ancora un lavoro. Quindi non li spendi. Adesso sono soldi fuori corso cosa vorrà dire?”.
Oggi che rapporto hai con il denaro?
“Non è un problema, per me, solo un accessorio importante della vita. Alterno momenti parsimoniosi e periodi dispendiosi”.
Altri momenti della tua carriera che i biografi ufficiali non dovrebbero conservare?
(Altra risata). “Già che ci siamo. Distruggiamo anche la pubblicità del dado Knorr. C’era la solita mamme in cucina… Però si vinceva un motorino. E così, per farlo vedere, arrivava guidato da un ragazzetto ingelatinato con un sorriso da fesso. Io”.
Vedi che cerchi sempre di minimizzare? Intanto passavi da una scrittura all’altra…
“Si vede che non conosci quel mondo, il sottobosco dei provini romani…. Non era quello di ‘Non è la Rai’, il colle Palatino delle ragazzine in cerca di futuro. Era un tirare a campare, una burocrazia capitolina. Andavamo in agenzie come la Wind, stavamo per tre ore in fila, cazzeggiavamo per ingannare l’attesa e poi non ci prendevano”.
E invece arrivava il gran momento del colloquio.
(Altra risata, riproduce il dialogo romanesco del selezionatore tipo) “Come te chiami bello? Elio- Bella Elio! Profilo destro-profilo sinistro- Ciao”.
Caspita.
“Capisci? Era una carriera di episodi strani e di speranze tragicomiche. Ci siamo fatti le ossa in quel periodo, dietro le quinte dei casting di Cinecittà, una generazione di futuri attori che non immaginavano mai di arrivare: io, Libero De Rienzo, Claudio Santamaria…. Ho incrociato anche la Cortellesi, prima che diventasse la Cortellesi”.
I primi ruoli che per te hanno contato?
“Nel teatro. Cose che si mettevano su senza soldi. Ricordo ‘Cruda’, nel 1995: avevo la parte di un giovane ragazzo che veniva mangiato… E poi un ruolo serio: ‘A pesca di corvi’, di Marcello Conte, su tre deportati in un campo di concentramento. Io e Libero facevamo coppia fissa: estraniati, beffardi, complici”.
Artisticamente?
“No, nella vita. Ti racconto un’altra cosa di cui dovrebbe sparire il ricordo: lui girava con i capelli tinti di blu e con la gonna”.
Con la gonna.
“Sì, per stupire. A volte anche il cagnolino”.
E tu?
Per non sfigurare, al suo fianco, iniziai a portare una bombetta: dovevo pure darmi un tono”.
E funzionava?
“Altroché. Hai presente quella fase della tua vita in cui quando sei ragazzo, e tutti ti chiedono burocraticamente: ‘Ma-tu-che-lavoro-fai?’. Io rispondevo: ‘Teatro!’. E tutti ribattevano: ‘Ah…’, come se avessi comunicato un lutto in famiglia. E poi guardano Libero come se fosse un povero demente: ‘E lui?’. Non sapendo che rispondere tacevo”.
E con la bombetta?
“Cambiava tutto. Già la domanda si riempiva di curiosità: ‘Ma-tu-che-lavoro-fai!!??’. E io: ‘Teatro…”. E tutti ribattevano: “A-àààhhh!”, come se fosse una cosa fichissima. E poi guardano Libero ammirati: ‘Anche lui vero?’. E io: ‘Di più, di più…’”.
Fantastico.
“Adesso che mi ci hai fatto pensare, dovrei risponderti che il primo vero ruolo che ho recitato con successo nella mia vita è stato quello: l’aspirante attore. Era già qualcosa, capisci?”.
La svolta della tua vita, però, è il 1999: sei impegnato in una tournè, teatrale – recitano le biografie – e invece sei folgorato sulla via dei Vanzina.
“Sciocchezze. Nessuna folgorazione. Il centesimo dei provini a cui partecipammo, con Libero, fu il loro. Cercavano un ragazzino per ‘Il Cielo in una stanza’. Incredibilmente mi presero. E allora, se volevo fare il film, non potevo proseguire lo spettacolo che stavo facendo con Giancarlo Corbelli. Ma non c’era nessuna scelta di campo”.
Ma oggi passi molto tempo sulla tua pagina fan di Facebook?
“Facebook? Non frequento social Network”.
Ecco, esce fuori l’autore snob che dice di non curarsi della celebrità.
“Macchè. Anzi, il contrario. Mi sarebbe piaciuto ma sono troppo obsoleto. E’ successo la stessa cosa con Winnie 11… quando me ne sono accorto era troppo tardi”.
Con chi è successo?
“Un videogioco. Sai come succede, no? Improvvisamente la febbre si diffonde, e tu te ne accorgi perché vedi gli amici, uno a uno che ci cascano. E’ la moda. Tutti iniziarono a giocare a Winnie 11 e io iniziai a prendere in considerazione l’ipotesi di adeguarmi ai tempi. Avevo appena deciso di farlo, che era uscito Winnie 2. Praticamente ero fuori corso, come le banconote del primo lavoro. E’ una costante della mia vita. Non gareggio perché non sono competitivo. Così è accaduto con Twitter e tutte le altre cose”.
Cioè?
“Intuisco che potrei trovare cose interessanti. Ma troppo tardi per poterci capire qualcosa: e il treno è già passato”.
Viene da una famiglia importante, da una dinastia del cinema?
“Figurati. I miei, persone fantastiche, socialmente parlando sono niente. Una impiegata e un architetto: considero una fortuna avere avuto una famiglia normale”.
Sei credente?
“Non sono nemmeno battezzato”.
Sei fidanzato?
“Felicemente fidanzato. Ma se mi chiedi con chi, e cosa fa lei è già troppo: preferisco non parlarne”.
Anche dopo i grandi successi del cinema a Roma hai continuato ad abitare in un quartiere popolarissimo, Spinaceto.
“No…”.
No?
“Non è una scelta epica. O una posa. Non ho ‘continuato’ eroicamente”.
Però, una star del cinema, potrebbe essere tentata da un appartamento di pregio, le terrazze romane…
“Lì avevo la casa, e lì sono rimasto, senza la pretesa che questo diventasse un accessorio della mia immagine pubblica. Vedi, è curioso questo lato della celebrità: per lungo tempo abiti in un posto e ti considerano quasi uno sfigato. Poi vinci a Cannes e ti trovi i paparazzi appostati, come se fosse una cosa da Zoo… Ecco perché non è snobismo. Preferisco non parlarne”.
E’ la legge della bombetta…
“Al contrario però”.
Hai difeso pubblicamente Corviale, il palazzo più lungo di Roma che molti considerano il simbolo del degrado.
“Perché proprio non sopporto il radicalchicchismo di quelli che sussurrano: che posto terribile! Se vanno a Parigi e vedono Le Courbusier è un genio. Se vanno a Corviale gridano “Che schifo!’. Nessuno dice che quella struttura era pensata con campi da calcio, sale comuni, teatri… Certo, se si permette che la gente chiuda una terrazza per farsi l’appartamentino abusivo, poi fa schifo”.
Torniamo alla carriera. Lavori con Scola, Crialese, per quel capolavoro che è ‘Respiro’. Conquisti parti in film importanti come ‘Che ne sarà di noi’ di Veronesi, e ‘Romanzo Criminale’ di Placido…
“Ma non sono mai ruoli da protagonista. E’ la stessa logica del tempo dei provini, in grande. In questo periodo mi sentivo ancora come un operaio di giornata che trovava lavori saltuari”.
Poi la consacrazione: con “Napoleon” e “Mio fratello è figlio unico” la critica si accorge di te, scrivono: “E’ nata una nuova stella”.
“Ho capito come è curiosa la vita. Il film di Paolo Virzì sulla carta sarebbe dovuto essere un grande successo. Quello di Lucchetti era un esperimento coraggioso ma rischioso: malgrado entrambi film per me fossero bellissimi è accaduto il contrario. Grande successo al botteghino per Mio Fratello, risultato deludente per Napoleon”.
Presentando il film di Lucchetti, tratto dal romanzo di Antonio Pennacchi, avevi detto: “Per me la cosa più difficile di questo film è stato calarmi nei panni di un fascista”.
“Non volevo dare nessuna connotazione spregiativa alla frase. Era una difficoltà vera, per la mia storia e la mia cultura: mi considero antifascista”.
Sei di sinistra.
“Sì. Anche se come tutti, in questo momento, ho serie difficoltà a capire dove sia la sinistra in Italia”.
Spiega.
“Ti poni delle domande, per esempio, quando vedi che c’è una sinistra che difende il liberismo più sfrenato, o i licenziamenti alla Fiat, e che magari c’è una ultradestra che fa battaglie giustissime come quelle per il diritto alla casa o al mutuo sociale.
Parli di Casapound, i centri sociali di destra.
Sono lontano anni luce. Però mi incuriosisce questo paradosso.
Sei di sinistra ma vorresti un’altra sinistra, non sei di destra, ma apprezzi alcune battaglie della destra radicale.
Se vuoi. La cosa che più mi preoccupa è vedere che su temi importanti come la guerra, o l’immigrazione, i grandi partiti finiscono per dire le stesse cose.
Si può provare a trovare un filo conduttore nei grandi ruoli che hai interpretato: a partire da “La nostra vita” sono tutti personaggi controversi, lunari, in cui la linea di divisione fra bene e male è molto sottile.
(scherza) “Detto così mi preoccupo”
Ti disegnano cattivo, come Jessica Rabbit ma non lo sei?
(Ride) “E’ vero questo mi interessa molto. Non è una cosa pianificata a tavolino, è il modo in cui ho interpretato questi ruoli. La rottura degli stereotipi bene/male e buono/cattivo è una cosa che mi interessa molto”.
Ti intriga….
“Dovrebbe essere persino banale, visto che il teatro del più grande dei grandi, Shakespeare è tutto fondato sulla duplicità. Ma nel cinema italiano, per lungo tempo, hanno dominato le maschere fisse. Quando riesco a rompere questo tabù, io ne sono felice”.
Lo sai che devo farti la domanda terrificante sui progetti nel cassetto?
“Tanto la risposta è facile. Non ne ho. Uscirà un film tedesco che ho già girato, ‘La fine è il mio inizio’ tratto dall’ultimo bellissimo romanzo di Tiziano Terzani”.
Adesso concediti un ruggito di orgoglio: sei cooprotagonista al fianco del grande Bruno Ganz.
“E’ stata un’esperienza bellissima, anche sperimentale. Ognuno ha recitato nella sua lingua, e poi ci siamo doppiati per le edizioni nazionali. Questo significa che non esiste un audio originale del film”.
E cosa è cambiato, per voi?
“Tutto. A volte, con il copione in mano, finisce che fai finta di ascoltare, e ti concentri tutto sulla tua parte, su quando devi partire. E intanto pensi: ‘Che faccia sto facendo mentre quello parla?’. Invece così sei così immerso in questa sfida linguistica che ti dimentichi di contemplarti mentre fai finta di ascoltare”.
Lo vedi che ora sei una star?
Ti racconto questa: mi premiarono nel 1999, mi diedero il premio: ‘Attore rivelazione’. Non dico che mi fossi montato la testa, mami chiedevo: ‘E ora’”.
Cosa accadde?
“Si dimenticarono di me”.
A Cannes, nel discorso d’onore per il premio, hai attaccato Bondi:
“Ho avuto dei dubbi solo su come dirla, quella cosa. Ma era giusto farlo: un attore, senza il suo ambiente non è nulla. Un ministro non può disertare il più importante festival d’Europa perché c’è un film che politicamente non gli piace”.
Ma adesso ti senti arrivato o no?
(Allarga un altro sorriso). “Adesso sono un attore. Ma se mi hanno dimenticato una volta, può accadere ancora. Un film è un regista, un produttore, la truope, la distribuzione…. Tante cose che non controlli. Per questo riparto dal teatro. Per ritornare a crescere, con i piedi per terra: anzi, sul palco. Dove tutto dipende da me”.

Luca Telese

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