Il Fatto Quotidiano

5 ottobre 2010
Il sangue di Pansa

E con questo siamo a sei. Esce domani il sesto volume della costellazione di saggi dedicati da Giampaolo Pansa alla Resistenza e alla guerra civile del ’43-‘45. Una vera e propria “pentalogia”, distillata in una miscela esplosiva difficilmente incasellabile tra i generi letterari. Un po’ romanzo, un po’ feuilleton, un po’ pamplhet e molto scavo saggistico, anche se dissimulato volutamente sotto gli stilemi della scrittura popolare, in una combinazione assolutamente inedita: con questo libro il “pansismo” si fa saga, senza contare che è già diventato feuilleton, l’anno scorso con un romanzone storico, “I tre inverni della paura”. Così, l’uscita de “I vinti non dimenticano”, può diventare l’occasione per riflettere sul senso, il merito (e i limiti) di una battaglia storiografica che è allo stesso tempo figlia e debitrice del carattere del suo autore: eclettica, sanguigna, appassionata e condotta senza rete, tra polemiche, duelli, scambio di fendenti e persino spedizioni punitive (se è vero che alla presentazione del terzo volume della saga, a Reggio Emilia, nel 2006, intervenne un drappello di contestatori).
Ma procediamo con ordine: prima di assumere la sua stratigrafica monumentalità, il “ciclo dei vinti” (quello di Pansa, non quello di Giovanni Verga) si apre nel 2003 con un libro-choc. “Il sangue dei vinti”, primo folgorante episodio della serie, esaurisce trecentomila copie in un anno, e poi diventa un libro carsico, un exemplum, un long seller, un tascabile, e persino un film (prima in sala e poi sul piccolo schermo). Il libro scatena da subito un inferno di polemiche. I “Vinti” del 1945 sono ovviamente loro, “i fascisti”, le “carogne nere”. E nel mirino di Pansa, con un libro che si alimenta scientificamente di una storiografia minore messa al bando dagli storici, ma che è frutto di una minuziosa ricerca personale c’è il mito buonista della Resistenza. Governa le sinistre, la Liberazione è un totem intoccabile, “Il sangue” incide nella carne viva perché per la prima volta costringe gli storici a confrontarsi con qualcosa che hanno sempre ignorato. Ci sono state ai margini della lotta partigiana, stragi e misfatti perpetrati all’ombra del Cln? Apriti cielo. La prima accusa che si abbatte sulla testa di Pansa – che all’epoca, non va dimenticato – è ancora condirettore de L’Espresso- è quella di aver recuperato le vecchie tesi dei libri di Giorgio Pisanò, indomabile storiografo missino. Ma è già la prima balla: Pansa tornava sui suoi passi a a ben 43 anni dalla propria tesi di laurea, che era dedicata proprio alla Resistenza nel nord Italia, e che era già diventata un libro a metà degli anni ottanta (L’esercito di Salò, Mondadori).
Ma i tratti distintivi del Sangue dei vinti erano altri, e li ritroviamo tutti anche nel prossimo volume della serie, “I vinti non dimenticano”. Pansa non usa note (indica in pagina, dentro il testo, tutte le sue fonti). Pansa usa espedienti dichiaratamente drammaturgici: ad esempio l’invenzione di Livia Bianchi, ipotetica bibliotecaria che lo aiuta nella ricerca, e che in realtà altri non è che l’ater ego narrante dello scrittore. Ma è un gioco dichiarato fin dalla prima pagina: “L’unico personaggio immaginario è lei, la bibliotecaria di Firenze che mi affianca nella resa dei conti dopo il 25 aprile. Tutto il resto – recita il folgorante attacco di quel primo libro – è vero”. (“Il sangue dei vinti” pagina IX). Infine c’è l’anomalia dell’autore. In tutta la campagna promozionale del libro, e anche nei primi anni successivi il padre del bestiario continua a ripetere: “La Resistenza era e rimane la mia patria morale”. Il libro fa divampare la polemica, e dopo la pausa di un libro sulla Jugoslavia – trova subito un seguito. Si tratta di “Sconosciuto 1945”. Siamo nel 2005, la casa editrice è sempre la Sperling & Kupfer, è fin dal primo capitolo di nuovo si incrociano gli ingredienti che hanno prodotto il primo successo. Il titolo del libro – spiega Marco Ferrario, ex amministratore delegato della casa editrice – fu cambiato all’ultimo momento, e fu un colpo di genio. Avevamo già fatto le prove delle copertine, Giampaolo arrivò da uno dei suoi viaggi con un targa anonima e disse: ‘Voglio che sul libro ci sia questa”. Era una targhetta di metallo, sporca, arrugginita, quasi illeggibile, l’epigrafe di un’epoca. I Grafici ci lavorarono per ore, alla fine il libro andò in stampa così, e fu un altro successo.
Molti degli storici progressisti non presero bene né il primo né il secondo libro. “Mancano le fonti”, scrissero (ma non era vero, perché erano sempre indicate). “La vena narrativa compromette l’attendibilità scientifica”, aggiunsero (e non era vero, perché come abbiamo visto, Pansa dichiarava con nettezza la separazione tra le due dimensioni). Dissero infine che attingeva a una storiografia di parte, squalificata e inattendibile. Ma con l’istinto del cronista, Pansa era già diventato una macchina da guerra: loro riportavano de relato da fonti ufficiali (e talvolta celebrative del dopoguerra) lui setacciava già i registri anagrafici. Dissero allora che Pansa era “diventato di destra”, e lui si arrabbiò sempre di più. Anche se a ben vedere era vero che Pansa (e lo dichiara esplicitamente in questo libro, dialogando con la solita bibliotecaria), stava cambiando: “Scrivere il sangue de vinti e i libri successivi mi ha molto cambiato. Ho smesso di essere manicheo, di dividere il mondo in due, di qua i buoni, di là i cattivi” (“I vinti non dimenticano”, pp.33). Ma era davvero solo questo? Quando nel 2006 avevo pubblicato “Cuori neri” (un libro in cui raccontavo gli anni piombo partendo dalle storie delle vittime “di destra”), Pansa, che tutti i colleghi conoscono per la sua proverbiale generosità, mi chiamò per farmi dei complimenti, e aggiunse: “Adesso sei un revisionista pure tu”. Nacque allora una lunga discussione, tra noi, che abbiamo completato a cavallo di due o tre anni, ai margini di diverse presentazioni. Io ero convinto che “revisionismo” non fosse una bella parola. Né tantomeno la consideravo il termine adatto a raccontare quello che pensavo di avere fatto. “Il revisionismo” sul dopoguerra aveva partorito come estrema filiazione il “negazionismo”, ed era sempre e comunque un estremo. Ovvero – secondo una definizione che mi costruii proprio nel dialogo con Giampaolo – “il ribaltamento di un luogo comune storiografico nel suo contrario”. Ma era davvero questo il senso del suo lavoro? Si poteva affermare che la Resitenza era ancora oggi una “patria morale”, e subito dopo ribaltare lo stereotipo dei “fascisti bestie feroci” in quello dei “partigiani assassini”?
Il terzo volume della serie “La grande bugia” (Sperling & Kupfer 2006) era uno squillo di tromba che lasciava questa domanda in sospeso. Era il polemista a prendere il sopravvento su tutto: “A me è successo di imbattermi in tre sorprese. La prima è di essere aggredito dalla mia parte culturale, quella antifascista. Non da tutti, ma da molti sì. La stima è scomparsa. E al suo posto è emersa l’ostilità”. Le nuove storie che continuano ad emergere dai lettori che gli scrivono si combinano con il duello contro i suoi detrattori (ad esempio lo storico Angelo D’Orsi) e l’autobiografia (con l’irresistibile aneddoto del direttore Italo Pietra che a Il Giorno chiedeva: “Chi di voi ha bruciato la mia casa in quel rastrellamento sul monte Penice?” (“La grande bugia”, pp.24). Aneddoto folgorante: voleva dire che parlava a dei redattori che nella guerra del ’45 avevano combattuto sui fronti opposti e che nell’Italia spensierata degli anni sessanta la linea di demarcazione dell’odio sembrava finalmente sepolta. Il libro conteneva passaggi irresistibili contro l’ex sindaco di Milano Aniasi, contro la codardìa verificata dall’autore rispetto ad alcuni dirigenti (Piero Fassino, Walter Veltroni, prodighi di solidarietà in privato, ma assai avari in pubblico) strali micidiali contro Giorgio Bocca, il rivale giornalistico di sempre, che si era autoproclamato difensore della Resistenza: “Bocca – racconta Pansa a una immaginaria Emma – non è stato solo un campione della carta stampata: è stato anche, e lo è ancora, un campionissimo delle contraddizioni”. E poi, con lo stiletto tra i denti: “Oggi è un antifascista d’acciaio. Ma prima di fare il partigiano è stato anche un fascista e un antisemita. Oggi è tra i più aspri nemici di Berlusconi, ma ha lavorato per le televisioni del Cavaliere, e con ottimi contratti. L’ho fatto per soldi’, ha spiegato in una intervista a Oreste Pivetta per l’Unità del 14 marzo” (“La Grande bugia, pp.66).
Questa citazione rivela molte cose insieme. Primo, l’arma più micidiale di Pansa, il suo archivio, usato con uguale capacità contundente sia nella contemporaneità che nelle storiografia. Secondo, il gioco di ribaltamento con l’eterno rivale: Bocca è un voltagabbana che difende la Resistenza, perché ha scheletri nell’armadio, io ne critico le magagne disinteressatamente.
Ma qui accadono due episodi di cui sono in qualche modo testimone oculare. Il quarto libro del ciclo “I gendarmi della memoria”, riproduce esattamente la formula del terzo, proprio come questo ultimo segue la falsariga del primo. E’ un libro “autofago” e autogenerante. Perché come in un gioco di specchi Pansa può raccontare (e sono pagine thrilling) dei Militant che a Reggio Emilia contestano la presentazione del suo libro precendente, che a sua volta contestava le critiche al libro precedente (“I gendarmi della memoria”, pp. 21). Il “ciclo dei vinti”, con i “Gendarmi” entra in un labirinto di specchi. E Pansa, sul cassero del suo vascello di carta, composto ormai da più di un milione di copie diventa come Achab, alla caccia di Moby Dick. La “patria morale” è sempre più sullo sfondo, sempre più rarefatta. Anzi, ad un tratto scompare. Il papà del Bestiario, infatti, distingue tra una “resistenza democratica” e una “anti-democratica”. Quella democratica (liberal azionista) era minoritaria, quella anti-democratica (ovvero il Pci) era maggioritaria. Quindi il senso di assoluto del grande giornalista diventa la trappola in cui rimangono incastrati anche lo storico e il pamphlettista. “I Tre inverni della paura” (Rizzoli, 2008) segna un altro passaggio. Anche se in una forma dichiaratamente e totalmente narrativa (che lo porta fuori dalla dimensione saggistica), qui la resistenza è diventata “cattiva”. Sono cattivi i fattori comunisti, ideologici e feroci, sono umanissimi i ragazzi che scelgono Salò. Le prime pagine di racconto sono scritte con una qualità narrativa avvicente, ma poi i personaggi diventano maschere. E’di nuovo l’autore del ciclo dei vinti, che ruba la mano al narratore per condurre la sua battaglia? “Il Revionista” (secondo libro Rizzoli, 2009) torna al saggio storico-autobiografico-pamphlettistico. Le storie sono tutte vere, tutte rigorosamente verificate, ma tutte a senso unico. Cosa succede se si raccontano tutte le vittime, nome per nome, di una sola parte? Cosa succede se si racconta della strage delle ricamatrici di Arcevia? Cercando di rincorrere tutti i fili e tutte le storie, Pansa abbandona dichiaratamente La Storia. Sublima il suo revisionismo orgogliosamente proclamato in un paradosso relativistico in cui ci sono solo le atrocità dei Vincitori. E arriva a paragonare i partigiani ai terroristi: “Domandiamoci cosa sarebbe accaduto se, nell’Italia degli ani settanta e ottanta il partito clandestino guidato da Curcio e Moretti avesse potuto contare su centinaia di uomini disposti a sparare e ad uccidere in tutte le regioni italiane”. Forse adesso sarebbe ora che Pansa fermasse il timone, schiodasse dall’albero maestro il doblone che ha inchiodato, mettesse per un attimo da parte il nonno fascista di Dario Franceschini e il fratello nero di Prodi e smettesse di inseguire la balena bianca della Resistenza.

Luca Telese

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30 commenti »

  1. Beh, non ho ancora commenti. Sono qui per cercar di leggere l’articolo “Sangue di Pansa”. Sono più sulle corde di Giuseppe Cruciani che sulle Tue. Peraltro, Tu sei un “viso nuovo” che ha portato una ventata di freschezza nel mondo dei commentatori TV. E Ti riconosco un’onesta intellettuale che vedo rara nei pensatori di “sinistrs” (termine insulso, ma tant’è). Quindi, voglio “capirti” meglio e, percio, Ti leggo, se posso.

  2. Secondo me Pansa racconta molte verità occultandone un paio e mistificando una definizione. Le verità che occulta sono due dati di fatto: in guerra si DEVE fare distinzione fra buoni e cattivi, nel senso che ognuno crede di combattere per i buoni(persino i nazisti avevano con sè e su di sè il motto”Dio è con noi”), in caso contrario gli uomini comuni non sarebbero così propensi a morire. L’altra verità è che l’alternativa, ma spesso si tratta di un combinato disposto, per convincere uomini a combattere e morire è il desiderio di vendetta. Ora, evidentemente, fra i partigiani vi era sia la certezza di essere i buoni(ma pure fra i repubblichini)sia un desiderio di vendetta e rivalsa non solo personale ma anche politico e collettivo; che questo abbia reso possibile una guerra civile è scontato, che in quella guerra siano avvenute atrocità è lapalissiano…ma questo che c’entra con la Liberazione? La Liberazione non è una somma di sparatorie, è un movimento culturale, militare e sociale risultanta dalla somma di più fattori, uno dei quali furono i partigiani. La mistificazione, infine, è che in un mondo capitalistico Pansa non può attribuire ad altri(Bocca)ciò che vale anche per lui, o qualcuno non potrebbe dire che ci tedia con ben sei libri per fare soldi?

  3. Le vicende e le polemiche di questi giorni (vicenda Belpietro) sono figlie (o nipoti visto il tempo trascorso) di quello che fu allora. Una guerra civile e ideologica. Io sono figlio di una famiglia di perdenti ed ho vissuto la loro sconfitta per tutta la vita, proprio perchè prolungata dalle vicende italiane. Pansa ha sempre scritto bene e questo me lo rendeva particolarmente antipatico, anche se nei suoi scritti c’era sempre l’ombra di una luce, che forse un giorno avrebbe potuto illuminare le vite di coloro che scelsero la parte sbagliata…. o quella sconfitta… termini equivalenti. Mi sono sempre chiesto: perchè “la parte sbagliata?”. L’unico argomento che sono riuscito a darmi, peraltro enorme, sono state le leggi razziali. Quando raggiunsi l’età della ragione, con cautela, chiesi “ai miei”, che furono fascisti fino alla fine ed anche poi, rischiando la vita loro e dei loro familiari, se “sapevano”. Mi risposero che, anche se oggi può sembrare impossibile, non sapevano nulla. Suppongo che se anche avessero saputo avrebbero continuato a combattere dalla parte sbagliata, perchè se si sbaglia, si deve sbagliare fino in fondo e poi pagare anche fino in fondo. Penso che l’abbiano fatto intermini di lutti e sofferenze. penso anche che qualche cambiale l’ho pagata io…….. Ma adesso basta.

  4. Uno dei più grandi sbagli commessi in Italia è stato quello di non aver fatto dopo la guerra un processo ,modello Norimberga,per ricostruire quello che era stato commesso durante il ventennio fascista. Mi rimane difficile chiamare vincitori quei partigiani che hanno perso moglie, figli ,padri ,madri e ridotti in miseria da questi gentiluomini e vinti coloro al quale vanno imputate dette responsabilità.Fortunatamente oggi si può pubblicare anche i libri di Pansa ma durante il ventennio dei vinti Gramsci lo poteva fare? Pansa lo chieda alla sua Bibbliotecaria ?Giampaolo Pansa è stato un grande giornalista,un numero uno, ma gli ultimi libri quando li trovo al mercatino dell’usato li metto sotto la pista della polistil di mio figlio per fare il ponte.In libreria potrebbe stare vicino a quel bestiario su Sbardella “Lo sqaulo “e sinceramente …stonerebbe.

  5. caro Telese
    ho letto con interesse il tuo articolo recensione sull’ultima opera di Pansa. Il mio libro “I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie” (Ediesse 2009) racconta di quegli stessi luoghi altre storie, meno tristi, nelle quali migliaia di famiglie comuniste, contadine e operaie, si impegnarono nel più grande movimento di accoglienza verso l’infanzia meridionale e non solo. Nel mio piccolo, perché la casa editrice del mio libro non ha la potenza editoriale di altre, ho provato a raccontare, anch’io andando casa per casa a rintracciare i testimoni diretti, una storia collettiva rimossa al pari di altre. Una storia però di solidarietà e impegno politico inteso come ricostruzione collettiva di un Paese distrutto fisicamente e moralmente. Il mio libro in quei luoghi (il famoso “triangolo rosso”) è stato vissuto come riscatto e orgoglioso recupero di una dignità che altre storie avevano minato. Ti allego una delle tante mail ricevute dopo una delle presentazioni in Emilia Romagna che presenta questo stato d’animo: “[…] Sono lieto di informarti che, com’era prevedibile, il tuo bellissimo libro “I treni della felicità” qui da noi è diventato un piccolo best seller dei regali natalizi. Penso il più bello e intelligente. La scusa degli auguri di Natale è per me solo l’occasione per rinnovarti i complimenti e, come ti ho già detto,il ringraziamento per aver voluto dedicare il tuo tempo a restituire un po’ … dell’onore alla mia comunità bersagliata per tanti anni da penne, anche autorevoli, spesso intinte nel veleno. E non perché non ci fosse nulla di vero, ma perché completamente e volutamente decontestualizzate. Ma da noi il dopoguerra non è stato solo la vendetta e, se permetti, a volte la giustizia (in presenza della colpevole latitanza di quella dello Stato legittimo), ma è stato anche quello che tu hai raccontato. Mi premeva aggiungere che, a Voltana e non solo, quel filo rosso della solidarietà che trova la sua matrice prima nel valore morale del lavoro, iniziato ai primi del ‘900, non si è esaurito in quei tempi travagliati. Oggi il nostro volontariato ne è la naturale continuazione e il ruolo del “cittadino che vuole essere protagonista ” e non spettatore della vita della sua comunità, non è mai stato dismesso. […]”. Mi piacerebbe che tu leggessi il mio libro

  6. E’ UN VERO PECCATO CHE LEI NON ABBIA LA LEVATURA INTELLETTUALE E STORICA DEL PANSA PER SFORNARE LIBRI CHE DANNO SOLO FASTIDIO ALL’INTELLIGHENZIA COMUNISTA, E’ RISAPUTO CHE I DEMOCRATICI VOGLIONO DARE SOLO LA LORO VERSIONE RIGIARDO ALLA RESISTENZA, E GUAI CHI SI PERMETTE DI CONFUTARE LE LORO MENZOGNE! MA LEI CHE CI INTINGE QUOTIDIANAMENTE IL PANE NEL PROPORCI LA SOLITA MINESTRA, NON NE E’ ANCORA STUFO? SE VOI VOLETE UN CONFORMISMO POLITICO, LASCI CHE ALTRI PRETENDANO UNA PIENA LIBERTA’, ANCHE QUELLA DI RISPOLVERARE FATTI VOLUTAMENTE CELATI DAI PSEUDODEMOCRATICI CHE LEI OSTINATAMENTE DIFENDE. NO PASARAN!

  7. Buongiorno,
    Ho letto il primo libro della serie, poi ho abbandanato, convinto della malafede dell’operazione imbastita da Pansa.
    Non si trattava infatti di revisionismo, che in alcuni casi è sicuramente positivo e chiarificatore della storia, ma di negazionismo. Pansa voleva (secondo me a ragione) mettere in crisi una lettura buonista ed a senso unico della Resistenza, ma lo ha fatto replicando alla rovescia lo stesso errore della storigrafia che effettivamente dipinse in toni troppo accondiscendenti i Partigiani.
    Nel libro di Pansa si descrivono le violenze (che in guerra fisiologicamente avvengono) commesse dai partigiani (ma non quelle commesse dai fascisti) senza indicarne i possibili motivi (il fascismo aveva segnato per oltre vent’anni l’Italia con guerre, abusi, oppressioni, orrori e morti di ogni tipo: cosa ci si può aspettare dalle vittime e dai loro amici e parenti, un buffetto e via come se nulla fosse?). Il tutto per di più infarcito da imprecisioni spesso evidenti ed importanti (ne riporto una sola – non l’unica- ad esempio: le vittime della strage di Oderzo erano VOLONTARI in quanto allievi ufficiali della RSI, non vittime ignare rimaste intrappolate in un meccanismo più grande di loro reclutate a forza. Erano quelli che venivano adestrati per riservare ai partigiani lo stesso trattamento di cui furono vittime, come dimostrarono, ad esempio, gli impiccati di Bassano).
    Il libro di Pansa avrebbe avuto senso se le stragi compiute dai partigiani fossero avvenute in una realtà nella quale non c’era nè guerra nè una dura dittatura più che ventennale (che Pansa infatti omette di riportare: racconto che mi hai sparato, ma non che io l’ho fatto per primo e che ti ho ammazzato famiglia ed amici).
    Ma la guerra e gli abusi del fascismo c’erano, erano successi e non erano certo stati una scelta dei partigiani…
    Sono sicuro che al di fuori del contesto storico che Pansa omette, il suo libro non avrebbe avuto granchè da raccontare.

    Saluti

    PaoloVE

  8. La tesi dei suoi libri sarebbe che anche i buoni sbagliano ogni tanto? Wow. E i Beatles ed i Rolling Stones non hanno mai pubblicato i dischi in contemporanea. E ci vogliono una mezza dozzina di libri per dirla? Pansa è morto.

    Se non sbaglio ricordo un Bestiario dove egli rivendicava tranquillamente di aver chiamato Bondi lamentandosi per mancate presentazioni di un suo libro.

    Come tutti gli anti-anti ha fatto il giro ed è passato dall’altra parte.

    Sono contento però che negli ultimi capolavori sia caduto vittima del suo stesso gioco.

    Pensione!

  9. Tra un po’ mi aspetto che Pansa ci scriva che in fondo, se trascuriamo tutto il male che hanno fatto, Hitler e Mussolini erano due bonaccioni vittime della protervia del resto del mondo.

    Ancora saluti

    Paolo

  10. Caro Telese, ti devo dire una cosa. Ascoltandoti alla Zanzara mi stavi proprio sulle palle. Spocchioso, fatuamente ciarliero, decisamente schierato, pedissequamente anti Cav. Passando davanti alla libreria guardavo Cuori Neri come si può guardare un figlio scavezzacollo e problematico. Devo, invece, darti atto che pur non essendo d’accordo con te su tante cose, hai onestà culturale e sei in grado di non seguire sempre stereotipi. Avere una persona così con la quale non essere d’accordo è un vero piacere. Detto questo, ti rendi conto leggendo quello che scrivono i tuoi lettori dell’abisso di faziosità, autocommiserazione, mancanza di autocritica, ottusità all’altro che è riuscita a produrre questa Italia? Con questi qui non si va da nessuna parte, al massimo sulla tromba delle scale di Belpietro con una pistola….. sono fermi al Medio Evo…. sono convinti che il Bene è da una parte e il Male dall’altra……. Altro che Minculpop…. sono quelli delle “sedicenti brigate rosse”….. “del terrorismo è solo nero”…. più la Storia li condanna e più si convincono..

  11. Caro Luca Telese, la sua recensione dell’opera di Pansa è superficiale e ignorante. ‘La disonestà’ della scrittura pansiana ‘consiste […] in questo: che ha la pretesa di essere uno studio storico, ma ha l’alibi della letteratura’, come sottolinea Angelo del Boca. Il nodo è tutto qui. Non è sufficiente una tesi sulla resistenza nell’alessandrino per definirsi e qualificarsi come storico. E anche lei dimostra di non avere alcuna chiarezza su che cosa significhi ‘storia’ e quali siano gli strumenti e la materia della ricerca storica. L’indicazione delle fonti – e Pansa non le elenca tutte – non ha un valore intrinseco: una fonte, documento o testimonianza, va valutata e interrogata con idonei strumenti, di cui lei e Pansa siete assolutamente privi, per fare emergere la reale sostanza, SEMPRE e in misura diversa deformata per molte ragioni che non è il caso di elencare qui. La dichiarazione di netta separazione tra le dimensioni narrativa e storica è solo presunta: i libri di Pansa sono un unico impasto omogeneo di dati storici e narrazione, dal momento in cui si utilizzano i primi come ingredienti di una personale ricetta.
    Per quanto riguarda i ‘romanzi-saggi’ di Pansa le suggerisco la lettura di un capitolo de ‘La storia negata. Il revisionismo e il suo uso politico’ di Angelo del Boca.

    http://temi.repubblica.it/micromega-online/dal-revisionismo-al-rovescismo-la-resistenza-e-la-costituzione-sotto-attacco/

    Vorrei soprattutto suggerirle, per evitare grossolani giudizi, come quelli espressi nel suo articolo, di leggere un libro fondamentale per comprendere la storia come scienza: ‘Apologia della storia’ di Marc Bloch. Non è un libro rivolto agli specialisti, sono sicuro che potrà comprenderlo e gradirlo.

  12. Pansa era partito con le migliori intenzioni con il Sangue dei Vinti, ma poi le critiche quasi tutte pretestuose che gli sono piovute addosso lo hanno incarognito e hanno finito per trasformarlo in un vecchio acido e bilioso. Me ne sono reso conto leggendo La Grande Bugia, dove quasi due terzi del libro erano dedicati a rispondere, spesso in modo volgare, agli attacchi che gli venivano mossi ( e poi, va bene l’alter ego, ma possibile che questi parlino e si esprimano nei suo stessi modi? Un po’ più di fantasia, no?), e da allora non ho letto più un suo libro e, visto l’involuzione di questi anni, ho avuto ragione. Per non parlare degli articoli sul Riformista e, soprattutto, su Libero, tant’è che, per evitare che mi caschino le palle, vado a leggere i vecchi articoli fino agli 2001-2002, che, se non fosse per lo stile, non sembrano nemmeno scritti dalla stessa persona.

  13. Caro Alex,

    a me fa piacere che lei sappia sempre tutto, e che ci illumini con la sua scienza. Lei sa come si valuta una fonte, meno male. Io no, peccato. Debbo desumere che lei ha letto i miei libri, o lo ha capito genialmente dalla copertina? Oppure ha trovato su internet qualcuno che lo ha letto e le ha spiegato che non so valutare una fonte? La cosa più divertente è che lei così accecato dalla sua presunzione che non si rende conto di quanto il mio articolo sia critico. Se ne sono accorti altri. Però il mio pezzo è critico, senza scadere nella mancanza di rispetto per il lavoro. Vede, al contrario di quello che fa lei, e i tromboni che la emozionano, io i libri, prima di recensirli me li leggo.
    Luca

  14. FIrmato: unb recensore superficiale e ignorante

  15. Caro Luca,
    prendere d’aceto in questo modo è quasi peggio del subire una critica che, sono d’accordo, avrebbe potuto essere meglio argomentata. Ciò detto, non scherziamo sul rigore scientifico dello “storico” Pansa: che, peraltro, è in ritardo di almeno trent’anni sulla storiografia seria, che già negli anni ’70 – e tu dovresti saperlo – ha iniziato a lavorare scientificamente sulla vulgata resistenziale classica. Scientificamente, per l’appunto, senza l’obiettivo di dimostrare tesi precostituite, sdoganare rigurgiti ignobili
    e scalare le classifiche di vendita. Che non se la sia filata nessuno de pezza è un fatto; che la sinistra – di cui faccio da sempre parte – abbia preferito impiccare De Felice e altri storici impegnati in una rilettura meno agiografica del nostro passato è un altro fatto. Ma erano, per l’appunto, storici, non anziani colmi di bile e convinti di essere in credito col mondo di una carriera mai coronata da una grande consacrazione (detto tra colleghi, immagino sai di cosa parlo).

  16. Caro Mauro,

    io direi che il primo testi scinetifico che mette in discussione la vulgata classica ressitenziale in modo serio (ma il Battalgia, per dire, è un grande libro) è il saggio di Pavone sulla “guerra civile”. Credo di aver letto lì, la prima volta, delle “tre diverse guerre civili” ero al primo anno di università, e ricordo l’emozione con cui se ne discusse.
    Ma detto uqesto l’innovazione radicale de “Il sangue dei vinti”, difficilmente potrà essere messa in discussione. Insisto: Pisanò a parte, la Rsi era più o meno l’impero del male. Il che non significa che io non sdarei andato ad arruolarmi subito nella Brigata Garibaldi (“Avevamo Vent’anni/ ed oltre il Ponte”, direbbe Calvino). Ma piuttosto che senza una codificazione non intellettualistica e ideologica nessuna avrebbe mai spiegato perché nella Rsi entrarono gente come Dario Fo, come Walter Chiari, come tutti quelli che conosciamo . Il lungo viaggio di Zangrandi, della generazione del ’36, dei littoriali o di Ingrao, era accettato. La Rsi, per motivi comprensibili era ancora vista in modo demoniaco.
    Detto questo io non ho scritto un pamphlet storiografico. Ho raccontato la storia di ocme un uomo, Giampalo, è entrato in un singolarissimo paradosso bibliografico, precipitato nella sua Apocalypse noiwa anti-ressitenziale. Chi dice che lo faccia per soldi non ha lam inima idea di quanto Giampaolo sia ricco, austero, di come non gli importi nulla del guadagno. Piuttosto c’è l’ombra di Faust. C’è l’idea che la giovinezza si perpetui con le tirature, la polemica di battaglia e il contatto col il pubblico di lettori che si è cementato intorno al “Sangue”. Capisco che farà meno piacere delle demonizzazioni rassicuranti. Ma è esattamente questo. La radcialità appassionata più la febbre da inchiostro del vecchio giornalista, più la rabbia verso il mondo in cui Pansa è cresciuto e ora non si riconosce più. Io preferisco decrittare congegni umani piuttosto che lanciare invettive.

  17. Pavone, esattamente, in ottima anche se non esattamente nutrita compagnia. Pessimamente visto in alcuni momenti, come sai, e preziosissimo. Ma insisto: l’unica novità che vedo nei libri di Pansa è una révanche del tutto personale e poco o punto da storico. Chi ha voluto – e sono stati colpevolmente troppo pochi – addentrarsi nelle analisi e nelle riflessioni (sacrosante) che tu suggerisci non ha certo dovuto attendere i pamphlet di Pansa, e ci si è avvicinato, ritengo, con ben altro spirito e sincera volontà di soppesare certi passaggi della nostra storia. Quanto, invece, allo spirito che anima Pansa: sono assolutamente d’accordo Luca, la tesi del Pansa prezzolato è del tutto risibile. L’ombra di Faust: la sottoscrivo. Ma aggiungerei anche: sai meglio di me quanto a una primadonna di quel calibro possa bruciare il perenne titolo di vice e l’essere stato sempre considerato una “seconda fila” – magari di lusso, ma pur sempre seconda fila – rispetto ai grandi della sua generazione.
    P.S. forse la tua reazione piccata non era al commento di Alex…

  18. No,
    Giampaolo non è mai stato una seconda fila. Ti sbagli. Capisco che potrebbe spiegare bene, ma ha un solo limite. Non é vero. Giampaolo ha rifiutato fior di direzioni, ha sepolto il povero bocca. Strano che non ti venga in mente che si sceglie un destino per forza, e non per debolezza.

  19. scusate se uso questo spazio per fare una riflessione su Pippo Baudo, grande commediografo della rai, uomo di potere, uomo di tv..tutto vero..bla bla bla…ma il modo VILE con il quale si è compartato con Morena Zapparoli è stato indecente…lei Telese era presente e ha notato che questo infame quando la Morena ha detto che “furono scambiati gli applausi della Bindi con quelli che aveva avuto Funari”…ebbene è bastato questo per scatenare il democristiano Baudo che ha attaccato addirittura il governo dicendo “fin quando ci sono i delinquenti la spazzatura non sparirà”..e poi altre provocazioni e vigliaccate con Morena soggiocata dal mostro…ma perchè dobbiamo nel2010 assistere ancora a questi indecenti show politici alla rai????????? la prego cortesemente, Luca telese, di rispondermi…grazie

  20. quello STRONZO di baudo! verrebbe da dire alla Sgarbi…alè Vittorio, alè Vittrio! almeno c’è lui che ci fa respirare ogni tanto libertà e cultura..”libertà e cultura” questo magari sarebbe un bel partito..altro che “fututo”..alleanza e mignottate varie che di liberal non hanno proprio un cazzo!

  21. Nel caso la risposta piccata fosse riferita anche a me, preciso che ‘superficiale’ e ‘ignorante’ sono riferiti alla recensione, non alla sua persona, di cui ho un’opinione differente. La ascolto alla radio o la leggo spesso e con piacere. Ritengo però che anche i più intelligenti e colti e preparati tra noi possano talvolta compiere un passo falso e quindi un’azione sciocca. Ciò che mi ha fatto arrabbiare – immagino che il tono delle mie parole fosse anche troppo evidente – non è tanto la sua descrizione del percorso di Pansa, ben delineato nel suo articolo, quanto la sua personale opinione su alcuni aspetti dei suoi romanzi, che non posso assolutamente condividere:

    ‘Molti degli storici progressisti non presero bene né il primo né il secondo libro. “Mancano le fonti”, scrissero (ma non era vero, perché erano sempre indicate). “La vena narrativa compromette l’attendibilità scientifica”, aggiunsero (e non era vero, perché come abbiamo visto, Pansa dichiarava con nettezza la separazione tra le due dimensioni).’

    Per quanto riguarda il resto, la presunta avidità dello scrittore o la sua ricerca di un’eterna giovinezza attraverso un rapporto intento, nel bene e nel male, con il pubblico o la polemica, non posso dire nulla, anche se la sua idea di un destino scelto per forza mi convince.
    Saluti.

  22. Conosco – de relato, ma la fonte è vicina e affidabile – alcune vicende della lunga storia fra Pansa e L’Espresso, che hanno fatto maturare in me la lettura che riportavo. Ma non ha grande importanza, nè è il pettegolezzo da redazione il tema. Credo tuttavia difficile contestare che Pansa non verrà , in futura memoria, accostato a Biagi o Montanelli: giusto o sbagliato che sia, credo che la “categoria percepita” dal lettore sia differente. Se ne vogliamo fare invece una questione di contributo intellettuale, il mio punto di vista è che, ad esempio, le inchieste e gli scritti di Bocca sul terrorismo – pur se anche lui è invecchiato maluccio – abbiano uno spessore maggiore di qualsiasi cosa scritta da Pansa. Ma sto andando fuori tema, e me ne scuso con te e gli altri lettori.

  23. Caro Luca, ti seguo sempre con piacere sulla / anche se spesso, e mi sembra giusto, non sono in sintonia con il Telesepensiero. Anche il tuo articolo sul libro di Pansa e le risposte che hai dato a certi commenti mi lasciano perplesso. In pratica stai dando del “rincoglionito” al Nostro che ha avuto il torto di scrivere su un tema ancora oggi spinoso e fonte di inevitabili polemiche. Ho 60 anni e mi ricordo che nei libri di storia che ci venivano dati a scuola (elementari e medie) la storia d’Italia finiva alla guerra 15/18. Poi nello spazio di 3 righe veniva scritto che sarebbe seguito un ventennio di dittatura guidata da un pazzo di nome Mussolini e che l’Italia sarebbe poi stata liberata dai feroci fascisti/nazisti dai nuovi eroi, i Partigiani…..la mia generazione è figlia di quel periodo, mio padre è stato fascista convinto e repubblichino pagando la scelta con il carcere, mia moglie è figlia di partigiano comunista che ha fatto la resistenza. C’è voluto tanto amore e sana diplomazia per mettere insieme le due famiglie….
    Ma tornando alla tua critica ti faccio una domanda: come mai Montanelli è stato per anni osteggiato dalla stampa di sx, considerato uomo di dx, postfascista etc… salvo poi, in età piuttosto avanzata diventare l’eroe della nuova sx, forse solo perchè parlava male di un certo Cavaliere??? E allora forse Pansa scava in un passato ancora troppo scomodo, ma quando potremo serenamente e pacatamente parlare del famigerato ventennio e della guerra civile (perchè in parte tale è stata) in Italia???

  24. Parlare di Pansa mi da un forte senso di malessere! Per una volta mi comporterò come chi non avendo idee spara insulti e luoghi comuni.In estrema sintesi: Pansa, mi fai schifo!

  25. Il metodo Pansa, da Telese tanto lodato: prendete la copertina del Sangue dei vinti. E’ una foto tratta dalla Storia della guerra civile di Pisanò. Pansa scrive nella diodascalia “fascista ucciso il 29 aprile 1945”. Peccato che non fosse un anonimo fascista, ma Barzaghi, l’autista di Colombo, il comandante della Muti. Barzaghi a Milano se lo ricordono ancora come “il boia del Verzee”. Ecco il metodo Pansa ed ecco perché non mette note, fonti ed altre cose fastidiose ed inutili…

  26. Telese,
    il giorno in cui voi comunisti la smetterete di piangere solo i vostri morti l’italia forse sarà pacificata.
    Ogni volta attaccate pesantemente, vedi Pansa, chi la storia la vuole vedere a 360° e porta alla luce verità scomode.
    Cercate di uscire da quel piccolo recinto squallido dove vi siete confinati, oggi l’anello al naso non lo porta più nessuno

  27. Quello che la sinistra (e non solo) , e tutti coloro che hanno una cultura totalitaria, è il fatto che i portabandiera della resistenza (rossa) non riescono a comprendere come degli omicidi compiuti dai partigiani siano del tutto ingiustificabili. Sono e rimangono degli omicidi politici. Qualcuno dice che erano fascisti, ma se si doveva ragionare solo con l’accusa di essere fascisti bisogna uccidere 3,5 mil di iscritti al PNF!! Ultimamente circola sul web il documento di appartenenza al PNF di Nilde Iotti , (sarà vero?) . Nella cultura di molta sinistra c’è questa idea di odio politico, odio di classe, l’idea morale della lotta di classe come evento taumaturgico della Societò.Ecco perchè i libri di Pansa sono “immorali”. Caduta la stampella di “mamma Russia” era rimasta quella della resistenza in cui erano protagonisti i partigiani rossi. Se “scricchiola” questa mitologia sono guai!

  28. Pansa racconta la cruda verità che per 50 anni noi figli di anticomunisti e antifascisti conoscevamo , ma non potevamo manifestare. Finalmente iniziamo a distinguere tra “liberatori” e servi di Stalin ( imboscati , criminali , rubagalline e stupratori ).
    Lo stesso clima lo viviamo con Battisti ancora considerato un eroe partigiano per i perdenti conservatori della sinistra degli agiati.

  29. Credo che Lei, Dott. Telese, si sia troppo impegnato nel commentare l’ultima opera (e speriamo sia veramente l’ultima) di Pansa.
    Sarebbe bastato dire che Pansa è un furbacchione che ha capito (forse troppo tardi) che poter fare molti molti soldi conveniva convertirsi al vento berlusconiano, negando buona parte delle convinzioni che aveva maturato quando veramente faceva ricerca storica.
    Non sarà il primo nè l’ultimo fatalmente sedotto dal potere e dal denaro: vi è una lunga schiera di servi sciocchi che sono approdati alla corte di berlusconi.
    La cosa più triste è questo continuo tentativo di infangare la Resistenza e, con essa, l’essenza stessa della nostra Repubblica che dalla Resistenza nasce.

  30. la Resistenza si è infangata da sola, sotto le gesta criminali di molti loro protagonisti. Giampaolo Pansa a differenza della stragrande maggioranza dei giornalisti, degli storici e dei pseudo intellettuali italiani, è persona onesta e obiettiva. Dice semplicemente come stanno le cose, senza partigianeria politco-ideologica ed ha il merito di aver smascherato 60 anni di menzogne, di storpiature e di veti imposti dai “vincitori”. Pansa non è schierato politicamente, a differenza di quanto i suoi detrattori vanno dicendo (non avendo altri argomenti per ribattere alle verità inconfutabili che egli ha documentato in modo inoppugnabile). Ma soprattutto ha il merito di aver dato voce a tutti quei morti che altri volevano far tacere per sempre, prima fisicamente, poi moralmente. Spero che il suo insegnamento possa aprire una nuova fase, una generazione di giornalisti e storici onesti, obiettivi, non condizionabili dalle logiche di partito, come per mezzo secolo è successo in questo paese. Forza e Onore a Pansa, uomo per bene, professionista vero.

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