di LUCA TELESE
Fateci caso. In questi tempi in cui la politica è debolissima ce l'hanno tutti con noi giornalisti. Fateci caso: uno di quelli più arrabbiati è Beppe Grillo, ovvero l'uomo che più si era avvantaggiato delle inchieste sulla Casta. E, fateci caso di nuovo: nel tempo in cui un errore o un infortunio comunicativo possono distruggere un leader (o addirittura un intero partito) molti politici, tradizionali e non, di questi tempi ce l'hanno con Report, con la sua conduttrice, i suoi redattori e con le loro inchieste, come se fossero diventati vittime di una maledizione, la "maledizione della Gabanelli".
L'ultimo protagonista eccellente di Report è proprio Beppe Grillo, che da giorni sembra non riuscire a fare i conti con il proprio insuccesso elettorale. E che, ironia della sorte, appena una mese fa aveva indicato proprio la Gabanelli come candidato ideale alla presidenza della repubblica: "Milena – diceva entusiasta solo il 16 aprile – sarebbe un nome straordinario per il Quirinale!". Mentre il 31 maggio, da Mirandola, ha aperto il fuoco sul suo programma: "Report ha fatto delle domande e noi abbiamo dato delle risposte. Certo, lo ha fato forse in maniera un po' superficiale, dato che eravamo anche sotto elezioni. Ma io la capisco Milena, lei non è completamente libera, lavora anche lei per un'azienda che ha degli interessi…". Come, "Non completamente libera"? Da quel giorno nulla è stato come prima. Domenica scorsa, ad urne ancora aperte, Grillo ospitava sul proprio blog (che è anche un organo di partito), una irata invettiva contro Sabrina Giannini. E chi è la Giannini? È l'autrice del reportage con cui il programma di Raitre si era occupato delle sponsorizzazioni del blog animato dal comico genovese, e di come Gianroberto Casaleggio utilizza i proventi pubblicitari del sito: "Giannini ridens!", aveva titolato caustico Grillo, paragonando la giornalista, senza troppe perifrasi, ad una jena. E che dire di Gianni Alemanno, sindaco di Roma? Nello stesso giorno si trovava anche lui (per le conseguenze di un'altra inchiesta) ad inveire contro il programma di Raitre per un servizio firmato da Paolo Mondani: "La puntata di Report 'Romanzo capitale' – ha detto il sindaco di Roma commentando il voto nella prima conferenza stampa a caldo – è stato il punto culminante della campagna di diffamazione nei nostri confronti: un comportamento da analizzare quasi sul piano psichiatrico". Mal gliene incolse, al sindaco, che tra otto giorni dovrà affrontare un ballottaggio da secondo con poche possibilità di vittoria.
Così vale la pena di raccontarla nei dettagli, questa storia, perché "la maledizione di Report" è nata nel giro di pochi mesi , ma non ha risparmiato nessuno: chi viene toccato da quel programma muore (o rischia di farlo). Ne sa qualcosa anche Antonio Di Pietro, che é finito per primo nella lente ustoria della macchina da video-inchieste di Raitre: "L'Italia dei valori – si è sfogato in una celebre intervista a Carlo Tecce su Il Fatto quotidiano – è morta una domenica sera, dopo quella puntata di Report". E si riferiva anche lui ad una inchiesta della Giannini, che riguardava le proprietà immobiliari dell'Italia dei valori e quelle della sua famiglia. Aggiungeva Di Pietro: "Qui a maggio andiamo a casa: non entriamo in Parlamento. La storia già la conosco. L’Italia dei Valori è finita domenica sera, mediaticamente siamo morti. Siamo vittime di un killeraggio – aggiungeva – di un sistema politico e finanziario che non ha più bisogno di noi. Combattiamo – spiegava ancora l'ex pm – ma sarà dura: porte sbarrate a sinistra, porte sbarrate ovunque. Siamo isolati". Qualcuno immaginava che Di Pietro stesse impiegando troppa enfasi vittimistica in queste valutazioni, oppure che mettesse le mani avanti per giustificare una flessione. E invece, malgrado le polemiche furibonde ("Querelerò la signora Giannini e con il ricavato mi comprerò un'altra casa"), quell'autoprofezia negativa fatta a caldo si è avverata: a partire dal giorno dopo Report l'Idv è stato subissata di mail di militanti sotto choc, poi ha rinunciato a presentare il proprio simbolo, e addirittura anche a ricandidare quasi tutti gli eletti. L'ultimo tentativo di Di Pietro (presentare se stesso e altri tre dirigenti nella lista di Rivoluzione civile) è naufragato per il mancato raggiungimento del quorum. "È stata una manovra orchestrata dal Quirinale", mormoravano i dirigenti dell'Italia dei Valori. Invece "la jena" di Report respinge tutte le accuse al mittente.
Sabrina Giannini, dal punto di vista progessionale, è nata di fatto a Report: "Prima dell'incontro con Milena scrivevo sulle rivisti e patinate milanesi di animali, viaggi e avventure…". Firmava per riviste come Marieclaire o Airone, poi nel 1995 legge che una giornalista che lavora per la Rai sta cercando free-lance per un programma di inchieste ed è l'incontro che le cambia la carriera. Milena si è formata come inviata di guerra alla scuola di Giovanni Minoli. Sabrina, invece, aveva studiato psicologia, si era laureata con una tesi In antropologia culturale sul Giappone. Il padre è linotypista, la madre casalinga: alla Gabanelli piace e l'arruola subito. Il programma all'epoca si chiamava -ancora "Professione reporter", e la Giannini passa subito "Dalle rotte delle balene al racconto delle donne in Iran". Ride, al ricordo: "In quegli anni eravamo un programma dignitoso ben fatto ma anonimo, un giorno mi ero fatta due conti e avevo scoperto che ci stavo rimettendo". Nel 1997 Professione Reporter diventa Report, ed è ancora la Giannini a firmare l'inchiesta su un tema apparentemente laterale (l'Amalgama a base di mercurio nelle otturazioni interdentali!) che però finisce su tutti i giornali e porta al bando del metallo dalle leghe odontoiatriche. Sempre lei firma anche quella sugli "schiavi del lusso", ovvero sui lavoratori della moda che a Napoli lavorano tutti in nero. Il potere simbolico dei marchi è tale, che la notizia fa il giro del mondo, e decine di inviati si precipitano in Italia per parlarne. Lo stile di Report è innovativo, soprattutto in Rai: niente troupes, niente operatori, telecamerina digitale anche per le interviste, appoggiata al tavolo. Ma la barchetta si è ormai trasformata in una portaerei. "Ancora oggi – spiega la Giannini – siamo nove, e nessuno di noi è assunto: la nostra forza è quella di essere rimasti free lance: alla Rai siamo il programma che costa meno".
Il primo politico di prima fila a finire nelle inchieste di Report è Giulio Tremonti, Che si arrabbia per un reportage firmato da Sigfrido Ranucci e intitolato: "La Banca degli amici". Lui é ancora ministro, si infuria, chiede rettifiche, spiega: "Mi diffamano!". Poi c'è l'allora sindaco di Napoli Antonio Bassolino, che perse le staffe nel fuorionda davanti a un altro inviato di Report, Bernardo Iovene: "Se me lo dicevi prima, io mi informavo in Commissariato, chiedevo chi cazzo è questo Arena!» (gli avevano chiesto notizia di una consulenza affidata al professore Umberto Arena). Anche Berlusconi minaccio querela (senza peró farla) e la Gabanelli puó dire con orgoglio: "Contro di noi non ha vinto mai nessuno". Eppure i casi che fanno riflettere sono proprio quelli di Di Pietro e Grillo, ovvero dei due movimenti che erano diventati simbolo dell'anti-politica: "Io a Casaleggio ho chiesto dei suoi bilanci – osserva la Giannini – è colpa mia se come un politico di vecchissima scuola mi ha detto: 'A questa domanda non rispondo?'". aggiunge:,"È sfuggito alle domande come tutti, sarebbe quello
il Grande stratega? direi piuttosto che è un pessimo comunicatore!".
E a Marco Travaglio che tre giorni fa ha definito "deliri" i suoi servizi risponde: "Noi non abbiamo screditato nessuno, ma non facciamo nemmeno sconti a chi ci è simpatico: non compiacere il proprio pubblico é l'unico servizio pubblico che riesco a immaginare". Questo peró non toglie che Report ormai muova consensi, voti, crei e disfi fortune, sia diventato determinante nel certificare la credibilità come un marchio di origine controllata. Non è colpa della Gabanelli o della Giannini: ma della politica che, vecchia o nuova, è comunque fragile, bisognosa di consenso, vulnerabile al dubbio. E soprattutto fragile.
(da L'Unione Sarda)
Rispondi