Luca Telese

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Giornalista, autore e conduttore televisivo e radiofonico

Sardegna, l’isola senza lavoro

di LUCA TELESE

"È vero. Qui ci sono due ristoranti sempre pieni. Però sono quelli della Caritas”. Cominciamo da qui, dalla battuta amara di Giannu Nieddu e la Sardegna torna di nuovo metafora: l’immagine spettrale di un futuro prossimo agghiacciante che potrebbe diventare lo scenario di un futuro prossimo per tutto il Paese. Cammini per Porto Torres con Tino Tellini, uno degli operai che divenne il leader dell’isola dei cassintegrati, negozi vuoti, vetrine che strillano di sconti al 70 per cento. Non si vende piu nulla. Arrivi alla Torre aragonese, da anni occupata e trasformata in un monumento al disagio. La città simbolo dell’industrializzazione sarda che fu, e che oggi rischia di diventare una ghost town, uno dei presìdi cimiteriali dell’Italia del non-lavoro. Giri il reticolo di strade che circondano il petrolchimico. Un anno fa ero venuto a raccontare la crisi della Vinyls. Adesso è tutto spento. La situazione è precipitata, lavora un solo impianto, quello delle gomme. Per quanto, ancora? LA POLITICA qui è scomparsa, il governatore Cappellacci si rifiuta persino di ricevere i sindacati delle aziende in crisi. E forse ha ragione. Che cosa potrebbe dirgli? Se ne va l’Eni. Chiude la Vinyls. Licenziano anche le multinazionali dell’energia, come l’Eon che qui gestisce centrali a carbone e fotovoltaico. Corri lungo la costa fino alla centrale Eon di Fiumesanto. È di proprietà di un gruppo tedesco, alimenta il 40 per cento della rete sarda. Ha quattro impianti, due dei quali inquinanti e obsoleti, a carbone. Dovevano essere già chiusi, ma l’azienda, pur avendo tutti i permessi, non costruisce quello nuovo, che darebbe lavoro, ma costerebbe investimenti. E invece qui, mentre al ministero delle Attività produttive dormono, si impone il mordi e fuggi e si risparmia anche sulla manutenzione. UN ANNO FA la rottura di un oleodotto ha prodotto una fuoriuscita di olio combustibile che ha avvelenato il mare di cinque comuni, con i direttori dell’impianto sotto processo per disastro ambientale. Davanti ai cancelli trovi le bandiere dei sindacati e le macchine degli operai delle imprese di servizio. Hanno in tasca le lettere di licenziamento. Dieci righe per comunicare che ti mandano a casa entro aprile. Anche qui è iniziata la guerra fra poveri. Si licenziano i tecnici delle ditte che da vent’anni fanno manutenzione alla centrale per assumere giovanissimi, senza specializzazione e senza diritti. Oppure qualcuno dei licenziati delle ditte “storiche” purché accettino di essere pagati la metà. Il viaggio de Il Fatto in Sardegna inizia in questo scenario desolante, in questo moderno far west in cui tutte le promesse si sono dissolte come neve al sole, mese dopo mese. Nella terra in cui tutti i compratori sono stati fatti scappare, in cui la gente è allo stremo. Ad esempio i lavoratori buttati fuori dal mercato un anno fa. Ad esempio quelli delle cooperative che erano l’indotto della Vinyls. Per loro niente cassa integrazione. Solo la mobilità. Con il piccolo particolare che in un anno di quel sussidio accordato sulla carta ancora non hanno pagato un centesimo. Ed ecco perché l’industria più fiorente è quella del debito. È un urlo di dolore che fa accapponare la pelle quello di questi disoccupati: “Siamo allo stremo – dice uno di loro, Quirico Desole – siamo in mano alle finanziarie, abbiamo già speso più del doppio di quello che dovremo avere se ad aprile finalmente ci riconoscono il sussidio. Io da mesi non pago le bollette, non pago la casa, non pago più nulla, con due figli a carico. Viviamo sulle spalle di mia madre che ha la pensione sociale di 500 euro”. Aggiunge un altro lavoratore, Paolo Canu: “Mi sveglio con l’incubo di perdere l’ultima cosa che mi è rimasta. I mobili di casa. Siamo insolventi, pignorano tutto senza pietà”. Qui a Porto Torres, se ne va via anche la banca dallo stabilimento. “Ci sono già 5100 disoccupati. Quando traslocano anche loro – mastica amaro Tellini – vuol dire che è davvero finito tutto. A meno che non ci sia una reazione vera”. 

twitter@lucatelese


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5 risposte a “Sardegna, l’isola senza lavoro”

  1. Avatar Valentina
    Valentina

    Ciao Luca, leggere il tuo articolo mi ha ricordato la terribile sensazione di disagio provata durante le vacanze di Natale, mentre passeggiavo per le strade della mia città, Sassari. Sono sassarese, e ho vissuto a Sassari fino a tre anni fa. Ora vivo da un anno a Firenze, e prima stavo a Siena, per motivi di studio e di lavoro. Le vacanze di Natale mi hanno lasciato l’amaro in bocca, perchè anche se tutti ti dicono che la crisi c’è, il contrasto tra Sassari e Firenze è stato a dir poco devastante. La Sardegna tutta rischia di diventare un’isola fantasma. Passeggiare per le vie del centro e vedere negozi e bar storici chiusi, poca gente con le buste degli acquisti in mano, giovani quasi assenti dalla città, mi ha fatto veramente male. Qui a Firenze dicono che la crisi si vede, ma non hanno idea di come sia realmente, perchè comunque qua si sta bene, la gente compra, ma soprattutto sorride, vive, si aiuta, gode… Ogni volta che ritorno a casa mi assale una terribile angoscia, carica di dolore per la mia terra, ma anche della consapevolezza di avere le mani legate, di non poter far nulla, di non poter più rientrare, almeno finchè le cose (spero) torneranno normali. Questo tuo articolo mi colpisce ancora di più perchè mio padre (unica fonte di sostentamento della mia famiglia) lavora all’EON da quasi 30 anni. Ha dedicato la vita al lavoro, nel vero senso della parola, quasi non godendosi la famiglia, e trasportandosi le sue responsabilità dignitosamente senza mai farle pesare a noi figli e a mia madre. Ultimamente però, la sua preoccupazione la leggi negli occhi. E quando arrivi a vedere tuo padre che piange per paura di perdere il posto di lavoro, di non poter più dare alla propria famiglia un sostentamento, ti prende una sorta di paura ma anche di rabbia ceca. Preciso, la mia famiglia sta bene per ora, e posso dire che siamo molto fortunati, rispetto alla desolazione che abbiamo intorno. Ma l’ansia della perdita del posto di lavoro divora tutto inesorabilmente. E quando penso a mio padre, a tutte le notti insonni che ha passato, a quanto gli manca ancora per la pensione, a tutti gli “schiaffi” morali che ha dovuto subire e che sta subendo, quando penso a tutti quelli che un lavoro già non ce l’hanno più, che non possono più sostenere la famiglia, i figli, e vedono la propria dignità distrutta da una lettere di licenziamento, ti giuro, tenere a freno la rabbia che mi prende è molto difficile. Dicono tutti che noi sardi siamo testardi e terribilmente orgogliosi. Ho sempre pensato che non lo eravamo mai abbastanza, visti tutti gli sfruttamenti che la nostra terra ha dovuto subire, tutti i soprusi e le oscenità (vedi Quirra) che ancora tentano di tenerci nascosti. Ma dentro sento che se ci porteranno alla disperazione ancora di più, se tireranno troppo la corda, qualcosa scatterà per forza, perchè si, è vero, la crisi è ovunque, ma in Sardegna e al sud è doppia, è più pesante, è una cappa di povertà che colpisce tutti, senza distinzione e senza esclusione di colpi.
    Perdona il piccolo sfogo, ma il tuo articolo è talmente bello che è stato più forte di me.
    Grazie.

  2. Avatar Andrea Esposito

    Ciao Luca,
    Mi ha colpito molto questo pezzo, sono sardo anche io, e mi ha colpito anche l’amaro e impaurito sfogo di Valentina. La cosa che mi sconcerta ancora maggiormente è che quella situazione che tu descrivi è riscontrabile ovunque in Sardegna e, posso garantirti, forse al sud è anche peggio. Le famiglie in queste zone sono andate avanti per anni grazie alle pensioni dei nonni e dei padri che lavoravano qui quando la situazione lavorativa era ben differente, vedi industria estrattiva e chimico. Ora le pensioni stanno diminuendo per ovvi motivi, i vecchi diminuiscono e con loro diminuiscono le possibilità di avere un piccolo aiuto economico. Io son nato a Carbonia, addesso sto a Cagliari, ma anche io, come Valentina, mi incupisco quando torno al mio paese natìo; il mio migliore amico non riesce a sapere se tra qualche mese lavorerà, mia madre ha una pensione ridicola, i miei parenti hanno l’espressione di chi tutti i giorni sta in trincea contro bollette e tasse. La politica davvero non può niente? Nemmeno dare la speranza? Quella che una volta erano definite “zone depresse” sono oramai diventate “zone soppresse”: si può chiedere di stare con le mani in mano ancora per molto? Ho paura che lo scontro, prima o poi, sia inevitabile.
    Grazie per l’articolo, davvero.

  3. Avatar Sandra
    Sandra

    Grazie Luca Telese per avere fatto questo articolo e capisco benissimo Valentina. La vita dei giovani sardi non e’ mai stata facille. Ho 45 anni, lavoro ancora e spero di lavorare come dipendente nonostante la crisi,ho sempre sentito parlare del problema del lavoro nella mia vita e per laurearmi ho dovuto studiare di notte, all’alba e nel fine settimana in quanto durante il giorno, per fortuna, dovevo lavorare. I guadagni non sono serviti per gli studi soltanto ma anche per aiutare i genitori a pagare tasse esagerate relative alla loro attivita’ commercialle in un centro storico,bellisimo e abbandonato a se stesso. Spesso si dice che i commercianti sono”evasori” ma la realta’ nelle citta’ e’ che il piccolo commerciante onesto che vuole pagare le tasse vive in uno stato psicologico insopportabile se non riesce ad onorare i propri debiti. I ns governi non hanno mai voluto attuare un sistema che impedisca realmente l’evasione ma allo stesso tempo consenta a chi nel commercio non sta incassando di non fallire. Sono sempre più’ convinta che a tutti i livelli la classe dirigente debba cambiare,devono consentirci di nominare direttamente i ns rappresentanti e la carriera politica a vita deve essrere abolita. I centri storici devono essre ripopolati dando spazio ai giovani artgiani che devono essere ben formati nelle scuole, i negozi devono essere affittati a prezzi che non siano da usura ed e’ necessaria anche una politica di agevolazione per chi vuole abitare nei centri storici . Tutti i problemi, quelli degli operai, delle industre, del commercio ,dell’agricoltura e del turismo sono collegati e la soluzione di un problema non puo’ prescindere dagli altri.

  4. Avatar giuseppe
    giuseppe

    grazie luca telese, per essere venuto ad ascoltare noi sulla torre aragonese di portotorres e poi gli altri lavoratori del resto dell’isola e quindi raccontare del disagio del lavoro in sardegna.
    i governanti, omini e donnine, dovrebbero ascoltare queste voci oneste che con pacatezza ed acutezza riferiscono i problemi veri e quotidiani dei lavoratori e degli ex-lavoratori!
    grazie luca, sono contento di aver incontrato, oltre che che un attento ascoltatore, una brava persona.

  5. Avatar Simone
    Simone

    Ho letto con attenzione il post di Valentina e lo condivido in toto.
    Ho 48 anni e lavoro da 28 dei quali 23 nella centrale ex-ENEL, ex-ELETTROGEN,
    ex-ENDESA Italia, ora E.ON di Fiume Santo. Come scrive Valentina, posso confermare
    di aver investito tutto me stesso per il lavoro, sin dal percorso scolastico,
    in prospettiva di un impiego in campo industriale che è sempre stato molto fiorente
    nel nostro territorio e in Italia. La Grande Comunità della Centrale è arrivata ad occupare anche 1000 lavoratori, fra diretti e Terzi, ora lavorano circa la metà delle persone. C’è tuttora lavoro per tutti, la E.ON non è affatto in crisi come confermano i dati pubblicati dall’azienda stessa e le dichiarazioni fatte dal suo A.D.””Il peggio è passato”” dice lui…Eppure dalla vigilia di Natale il Personale tutto vive con grande angoscia, forse la più grande: la possibile perdita del posto di lavoro. L’azienda non ha finora emesso alcun comunicato scritto, nessun piano industriale di ristrutturazione che giustifichi gli esuberi indicando i reparti interessati, non risponde alle convocazioni che Sindacati e Istituzioni le inviano, non rispetta accordi firmati con gli Enti Locali.
    Non riesco a descrivere il disagio che provo quando vengo precettato e obbligato a
    lavorare, rinunciando ad esercitare il mio diritto allo sciopero, pensare che
    potrei essere nella lista degli esuberi e che al mio ritorno a casa potrei trovare
    la lettera di licenziamento. Ipotizzare che tra qualche mese potrei non avere la possibilità di pagare il mutuo, far completare l’istruzione a mia figlia o non poter provvedere al sostentamento della mia famiglia fa stare molto molto male. Il nostro lavoro è complicato, pericoloso ma ben pagato. Siamo altamente professionalizzati e questo ci permette di limitare al minimo incidenti e infortuni ma, ultimamente, guardando l’atteggiamento aziendale scorgo un latente mobbing generalizzato: lanciano dichiarazioni terroristiche e se ne stanno zitti zitti alla finestra per vedere cosa succede nella piazza. Non mi pare l’atteggiamento di una azienda
    seria che pone, come dichiara nel suo sito, la persona e la sua dignità al primo posto.
    Nel mio lavoro ci credo ancora molto, ma non so per quanto tempo ci crederò ancora ma spero che i “nostri dirigenti” capiscano che se una azienda produce annualmente decine di milioni di € di utile netto, una piccola parte del merito va a coloro che si “sporcano le mani” quotidianamente e che meriterebbero maggiore rispetto piuttosto che trattarli come pesi morti da alienare quanto prima e che la produzione di energia è un settore di importanza strategica per un Paese che richiede programmi industriali a lunghissimo termine: costoro, invece, attuano una politica industriale mordi e fuggi, prendi i soldi e scappa! Mi scuso per la lunghezza del post e Vi saluto ringraziandoVi dell’attenzione.

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