L’impero romano e il Pci

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Posted by staff@lucatelese.it at 11:03 AM UTC
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Le mie congratulazioni per il suo lavoro. Lo trovo illuminante e, per certi versi, sconvolgente. Rivela la tragica approssimazione di un’intera classe dirigente nel gestire gli storici cambiamenti dal 1989 in poi, alla luce dei quali non possono stupire gli esiti politici e sociali italiani. Mi permetto di suggerire un punto di riflessione. Nel libro viene presentata come ulteriore prova dello smarrimento della sinistra l’emorragia d’iscritti avvenuta nei passaggi PCI-PDS-DS-PD. Sicuramente ciò corrisponde alla realtà. Il popolo della sinistra si riconosce sempre di meno nei nuovi partiti, verificando l’inutilità della propria militanza. Vi è, però, un’ulteriore questione: a mio avviso il calo dei militanti si inscrive anche in una strategia coscientemente perseguita dalle leadership. Ci troviamo di fronte a nuovi partiti di notabili, simili, per alcune caratteristiche, ai partiti ottocenteschi. Non a caso si teorizza la presunta superiorità del partito leggero su altri modelli organizzativi, giudicati ormai obsoleti. Questo permette, naturalmente, di ridurre la complessità organizzativa e le spese: ci si mobilita in imminenza delle elezioni, nel resto dell’anno la comunicazione, immediata e semplice, a tratti semplicistica, è affidata ai media. Ciò favorisce, d’altra parte, i leader, sempre più distanti dalla base e sempre più liberi nei loro comportamenti. Il punto è questo: si cerca di realizzare un modello di partito alternativo al partito di massa ed alle sue successive evoluzioni. Potremmo chiamarlo, riprendendo la letteratura in materia, partito elettorale. Questo accade, tra l’altro, ignorando il ruolo fondamentale svolto dalle organizzazioni di massa di qualsiasi colore dal 1945 in poi, educando e socializzando alla politica il popolo italiano. Chi educa ora? La risposta è ovvia, le conseguenze evidenti: la televisione.
In conclusione del libro ho trovato stimolante il paragone tra l’impero romano al suo tramonto e la parabola del PCI. L’impero era spacciato, aveva provato a riformarsi, aveva cambiato assetto, l’alchimia non era riuscita. Mi chiedo se il PCI fosse nella stessa situazione. Era inevitabile uno sconvolgimento così radicale? Alla luce della storia del partito, della sua diversità dal comunismo dell’est, siamo sicuri che sarebbe stato travolto dalle macerie del muro?
Sicuramente il nodo del fallimento del socialismo reale andava affrontato, ma rinnegare il proprio passato, senza sottolinearne i pregi al pari degli errori, costituisce un atteggiamento autistico.
Francesco Abondi

1 commento

Comment by Carlo

Ritengo che oltre all’aspetto sentimentale che legava gli iscritti al P.C.I. ci fosse anche altro. Così come il compagno Marchetto scelse gli sgobboni, i comunisti, allo stesso modo la scelta del P.C.I. da parte degli altri iscritti fosse data dal fatto che il Partito avesse qualcosa da dire, avesse idee e sapesse anche come dirle, senza vergognarsene e senza doversi vendere durante il varietà di Morandi per poter essere credibile. Ora invece gli ex ed i post….non hanno niente da dire. Mi viene in mente il Moretti di : “D’Alema, dì qualcosa di sinistra….dì qualcosa”. Ed invece siamo bravissimi nei tecnicismi di partito, lo siamo stati in molti talk show…ma non abbiamo più niente da dire. E quando lo abbiamo manca il coraggio di dirlo.

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