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La strage di Bologna

ago 18 2008 Published by admin under Blog

A proposito delle piste libanesi


L’ intervista / Parla Bassam Abu Sharif, leader storico del Fronte popolare: «Vi passavamo notizie su quel che gli Usa facevano nel vostro Paese». «Trattai io il lodo Moro Mani libere a noi palestinesi». «Trasportavamo armi e l’ Italia era immune dai nostri attacchi»

DAL NOSTRO INVIATO GERICO – L’ occhio di Bassam Abu Sharif vaga verso le montagne di roccia rossa che circondano Gerico. L’ altro è fisso da oltre trent’ anni nello stesso sguardo cristallizzato. «Un regalo del Mossad», dice. Nel 1970, era il portavoce del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, finito sulla copertina di Time come il «volto del terrore», durante i dirottamenti di Dawson’ s Field. Quel volto viene devastato da un pacco bomba, spedito a Beirut due anni dopo. Con la mano destra mutilata, si sforza di infilare le piccole pile nell’ apparecchio acustico. Ora è pronto a ricordare il periodo a fianco di George Habash, nell’ ufficio politico del Fronte. E’ lui che ha reclutato Ilich Ramirez Sanchez (e lo ha battezzato con il nome di battaglia Carlos), è lui che ha seguito, tra gli anni Settanta e Ottanta, la «politica estera» dell’ Fplp, i rapporti internazionali, compresi quelli con l’ Italia. Fino alla rottura con il gruppo e al ruolo di consigliere per Yasser Arafat. E’ un uomo di 62 anni che, dopo la conversione a sostenitore della pace, ha voglia di raccontare. A volte fatica a ricordare le date, a volte le usa come appiglio per la memoria. Premette di poter parlare della «strategia generale», senza dettagli sulle operazioni. «Quello che le dico è la verità, non tutta la verità». Francesco Cossiga, in un’ intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, parla di un accordo tra l’ Italia e i palestinesi. Lo chiama «lodo Moro». Esisteva un’ intesa con il Fronte popolare, potevate trasportare armi e esplosivi, garantendo in cambio immunità dagli attacchi? «Ho seguito personalmente le trattative per l’ accordo. Aldo Moro era un grande uomo, un vero patriota. Voleva risparmiare all’ Italia qualche mal di testa. Non l’ ho mai incontrato. Abbiamo discusso i dettagli con un ammiraglio, gente dei servizi segreti, e con Stefano Giovannone (capocentro del Sid e poi del Sismi a Beirut, ndr). Incontri a Roma e in Libano. L’ intesa venne definita e da allora l’ abbiamo sempre rispettata». Che cosa prevedeva? «Ci veniva concesso di organizzare piccoli transiti, passaggi, operazioni puramente palestinesi, senza coinvolgere italiani. Dovevamo informare le persone opportune: stiamo trasportando A, B, C… Dopo il patto, ogni volta che venivo a Roma, due auto di scorta mi aspettavano per proteggermi. Da parte nostra, garantivamo anche di evitare imbarazzi al vostro Paese, attacchi che partissero direttamente dal suolo italiano». Chi dovevate informare dei transiti? «I servizi segreti. Chi altro? Non il ministero del Turismo». L’ intesa era valida anche per altre organizzazioni palestinesi? «Posso parlare per il Fronte popolare». Qual era il ruolo di Saleh Abu Anzeh in Italia? Viene arrestato dopo il sequestro di due lanciamissili, destinati al Fronte popolare, e trovati in possesso di militanti di Autonomia Operaia. «Saleh, Saleh… Adesso è grassissimo (ride). L’ incidente è avvenuto prima dell’ accordo, altrimenti l’ avrei giustiziato personalmente, perché contravveniva al patto che io avevo sottoscritto». Il caso è del ‘ 79, l’ accordo doveva essere già in vigore. «E’ vero era già in vigore. Vuol dire che Saleh aveva ricevuto ordini da altri». Durante il processo, il Fronte popolare chiede la restituzione dei lanciamissili e la scarcerazione di Abu Anzeh. Avete minacciato ritorsioni contro l’ Italia? «No. Mai. Saleh è stato trattato bene e noi non siamo mai venuti meno al patto». Nessuna trasgressione? «Diciamo che se un ex Brigate Rosse stava scappando, aveva bisogno di un rifugio per qualche tempo e ci chiedeva aiuto, non potevamo cacciarlo. Gli preparavamo un passaporto e lo facevamo andare via. Piccoli militanti, non gente importante. Le autorità italiane lo sapevano: il povero Giovannone veniva a protestare da me». In che modo le Brigate Rosse erano collegate al Fronte popolare? «Qualcuno di loro faceva parte dell’ "Alleanza" che venne stabilita nel 1972, assieme a organizzazioni di tutto il mondo. Erano le "operazioni speciali" guidate da Wadie Haddad. Questi gruppi stranieri non sono mai stati ai nostri ordini, c’ era solo coordinamento». Cossiga ha detto, sempre al Corriere: «La strage di Bologna è un incidente accaduto agli amici della "resistenza palestinese", che si fecero saltare colpevolmente una o due valigie di esplosivo». «In che anno è avvenuta la strage?» Il 2 agosto del 1980. «Non c’ entriamo niente. Nessuno ordine è venuto da me. Il massacro non ha niente a che vedere con organizzazioni palestinesi. Neppure un incidente. Non c’ era nessuna ragione per farlo, soprattutto a Bologna». Carlos ha dichiarato: «Siamo convinti che la strage di Bologna sia stata organizzata dai servizi americani e israeliani». «Io posso parlare dei fatti che conosco. Vuole un’ analisi? La Cia o il Mossad potrebbero aver usato un palestinese, un loro agente. E’ stato fatto esplodere, senza che lo sapesse, per accusare noi. Gli americani non erano affatto felici della nostra cooperazione con l’ Italia. Soprattutto perché passavamo agli italiani informazioni top secret su quello che gli americani stavano facendo nel vostro Paese». Ancora Carlos ha raccontato all’ Ansa che l’ ultimo tentativo del Sismi per salvare Moro è saltato per una sua «imprudenza». Ci sarebbe stato un accordo per scarcerare alcuni brigatisti e portarli a Beirut. «Avrei potuto salvare Moro. Nessuna imprudenza. Ho chiamato un numero, ho lasciato un messaggio dopo l’ altro. Nessuna risposta. Davvero strano: una linea speciale e nessuno risponde». Qual è stato il ruolo del Fronte popolare nella trattativa con le Brigate Rosse? «E’ complicato. Posso dire che eravamo pronti a fare quello che veniva richiesto» * * * Personaggi e riferimenti * * * Chi è Ex portavoce Bassam Abu Sharif, nato nel 1946, è stato portavoce del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, consigliere speciale di Yasser Arafat. Nel 1970 finì sulla copertina della rivista Time come il «volto del terrore», durante i dirottamenti di Dawson’ s Field La lettera-bomba Nel 1972 rimase vittima di un attentato a Beirut, in Libano, nel quale perse quattro dita e un occhio: ha sempre attribuito il pacco bomba al Mossad. È lui che ha reclutato Ilich Ramirez Sanchez (e lo ha battezzato Carlos), è lui che ha seguito, tra gli anni Settanta e Ottanta, la «politica estera» dell’ Fplp.

Frattini Davide (14 agosto 2008) – Corriere della Sera

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La lettera / Cossiga: «Non vidi le carte, ma l’ ho sempre saputo»


Caro Direttore, accade talvolta che un uomo politico o che abbia fatto parte di apparati dello Stato quando dice qualcosa che non sia stata resa nota con una nota stampa ufficiale sia considerato un millantatore o un «intossicatore». Ho sempre saputo non da carte o informazioni ufficiali – che mi sono state sempre tenute segrete -, dell’ esistenza di un «patto di non belligeranza» segreto tra lo Stato italiano e le organizzazioni della resistenza palestinese, comprese quelle terroristiche quali la Fplp, che si è fatta viva nuovamente in questi giorni. Questo patto fu ideato e concluso da Aldo Moro, che padroneggiava in modo eccezionale la materia e che aveva una straordinaria capacità di guida dei servizi di intelligence nonché delle forze speciali poste a loro ausilio e di cui disponeva direttamente saltando la scala normale gerarchica, a motivo della totale fiducia che gli uomini di questi apparati avevano per lui. Le clausole di questo patto prevedevano che le organizzazioni palestinesi potessero avere basi anche di armamento nel Paese, che avessero libertà di entrata e uscita e di circolazione senza essere assoggettati ai normali controlli di polizia perché «gestiti» dai servizi segreti, in pratica l’ unico servizio segreto, ieri come oggi, funzionante e legibus solutus. Nessuno mai disse di tutto ciò né quando fui sottosegretario alla Difesa con una delega politica, voluta da Moro, per la struttura Gladio, né da ministro dell’ Interno, da presidente del consiglio e da inutile inquilino del Palazzo del Quirinale. Me ne accorsi però quando Moro mandò me, allora ministro, fortemente riluttante per scrupoli di correttezza e legalità di cui lui sorrise, ad incontrare la moglie e il figlio del generale Miceli, capo del servizio segreto militare, arrestato e in carcere con il mandato di che cosa egli dovesse dire o non dire o occultare sotto l’ eccezione del segreto all’ autorità giudiziaria. Me ne accorsi quando da ministro dell’ Interno il Sds del Ministero scoprì che gli uomini dell’ Olp erano dotati a difesa delle loro residenze di armi pesanti; poiché erano coperti da immunità diplomatica in quanto inquadrati nella rappresentanza diplomatica della Lega araba: mi fu detto di non preoccuparmi ed io riuscii a convincerli a dismettere l’ artiglieria pesante e accontentarsi di quella leggera! Me ne accorsi durante il sequestro di Moro quando la polizia e i carabinieri mi riferirono che avevano sentore che si sviluppassero azioni parallele e vere e proprie trattative via terrorismo internazionale di sinistra sostenuto dall’ Est-servizi segreti della Jugoslavia e della Ddr-resistenza palestinese, con l’ ausilio di strutture militari italiane, azioni aventi come scopo la liberazione di Moro attraverso scambi di prigionieri a livello internazionale. Infruttuosi i tentativi di un sottosegretario nominato ad hoc, di un ministro dell’ Interno, di un presidente del consiglio e poi di un, se pur inutile, capo dello Stato, di sapere qualcosa. Certo mi meravigliai quando il capo di una organizzazione terroristica palestinese con un telegramma inviatomi tramite la nostra residenza del Sismi a Beirut mi intimò di restituirgli un missile terra-aria intercettato da una normale pattuglia della Stradale e pilotato per la strada da un noto esponente della sinistra extra-parlamentare! In questo quadro è non solo verosimile ma probabile assai che la strage di Bologna sia stata causata dallo scoppio involontario di una-due valigie di esplosivo trasportate in base all’ «accordo» da esponenti palestinesi e destinata a obiettivi esteri e non, come da accordi, italiani. E sorrido quando vedo gli uomini politici misurarsi tra di loro sui punti e le virgole delle leggi di riforma dei servizi di informazione, quando la riforma se la faranno «loro» quando vorranno e come riusciranno a farla anche in relazione ai rapporti di forza, non certo determinati del potere politico! E non pretendano i politici di conoscere i veri segreti di Stato: purtroppo non c’ è più neanche la vigilanza del Partito Comunista che qualche volta ce ne metteva a parte!

Cossiga Francesco (15 agosto 2008) – Corriere della Sera

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Cinema & Terroristi /2

ago 15 2008 Published by admin under Blog

DOPO IL "SOL DELL’AVENIRE", L’IRA FUNESTA DI BONDI RISCHIA DI FAR SALTARE "MICCIA CORTA", DAL LIBRO DI SERGIO SEGIO, CON SCAMARCIO – CHI SE LA SENTIRÀ AL MINISTERO DI FINANZIARE UN FILM DEL GENERE?…

Michele Anselmi per Il Riformista

Attorno a "Il sol dell’avvenire", fino a qualche giorno fa, c’era l’interesse dell’Istituto Luce. Ora non più. Per fortuna il documentario di Pannone e Fasanella, messo all’indice da Bondi alla vigilia dell’esordio locarnese, arriverà in libreria grazie a una piccola casa editrice, "Chiarelettere". Una mezza buona notizia. Resta la gravità di un gesto, censorio e miope, che non fa onore al ministro ai Beni cultuali, su Dagospia subito ribattezzato Don Abbondi. Perché la questione posta ieri dal "Riformista" esiste, eccome.

Bondi assicura di aver impartito "precise direttive" affinché "venga impedito in futuro che lo Stato possa finanziare opere" (come "Il sol dell’avvenire") ritenute prive di qualità culturali, addirittura "immorali" nonché colpevoli di "riaprire drammatiche ferite nella coscienza etica del nostro Paese". Insomma, d’ora in poi "nessun finanziamento su questi temi sarà erogato senza il consenso dei parenti delle vittime".

Si può immaginare lo stato d’animo dei cineasti che, "su questi temi", attendono di sapere se usufruiranno o no di un fondo di garanzia ministeriale. Francesco Patierno lavorò a lungo su "Banda armata", storia dei terroristi neri Mambro e Fioravanti, e non se ne fece nulla. Bocciato ogni volta il progetto, l’ultima su pressione di alti esponenti di Alleanza nazionale. Ci si augura che non tocchi la stessa sorte a "Miccia corta", che Renato De Maria ("Paz!", "Amatemi") ha tratto dall’omonimo libro di Sergio Segio, ex capo di Prima Linea. Ci sono già gli attori, Riccardo Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno; la sceneggiatura, firmata da Sandro Petraglia, Ivan Cotroneo e Fidel Signorile; il produttore, Andrea Occhipinti, titolare della Lucky Red.

Il prossimo 30 settembre, dopo l’audizione interlocutoria del 15 luglio, la commissione guidata da Gaetano Blandini è chiamata a decidere se finanziare o no il film per un importo attorno a 1 milione e 700 mila euro, su 5 totali. Ma, a questo punto, dopo la sortita di Bondi, con che animo gli esperti ministeriali potranno ragionare serenamente sul copione?

De Maria preferirebbe non commentare. Poi, misurando le parole, precisa. "La cautela è giustificata. Siamo consapevoli della delicatezza del tema. Ma noi vogliamo fare un film corretto, che non offende la memoria di chi ha già tanto sofferto. Segio e Susanna Ronconi hanno commesso azioni efferate che nessuno intende idealizzare o nascondere". Perché proprio Segio, il famigerato "comandante Sirio"? "Perché fino ad ora il cinema ha preferito concentrarsi sulle Brigate rosse, sulla loro dimensione militare. Prima Linea è un fenomeno diverso, più irrazionale, quasi incomprensibile. Mi sembrava interessante, anche utile, ricostruire la fisionomia di quei due giovani ‘rivoluzionari’ che hanno provocato tanto dolore, attraverso un racconto utile a comprendere, non a giustificare".

De Maria, dispiaciuto per la polemica legata a "Il sol dell’avvenire", teme di finire nel tritasassi mediatico "dopo due anni di duro lavoro". Si può capirlo. Anche perché "Miccia corta" ricostruisce l’assalto al carcere femminile di Rovigo che Segio pilotò il 3 gennaio 1982. Erano passate da poco le 15.30 quando una carica esplosiva, ben venti chili, distrusse le mura di cinta. Servì a liberare Susanna Ronconi, compagna del terrorista, e altre due detenute, Federica Meroni e Loredana Biancamano.

"Doveva essere un’azione motivata dall’amore e dalla solidarietà verso i nostri compagni… Si risolse invece in un nuovo lutto", riconobbe Segio ventitré anni dopo. In quell’azione trovò la morte un passante sessantaquattrenne, Angelo Furlan, iscritto al Pci, che rimase ucciso dalle schegge. Per quella e altre azioni criminali Segio ha scontato ventidue anni di carcere. Oggi si occupa di volontariato con il gruppo "Abele" di Don Luigi Ciotti.

Segio dice di non aver voluto usare "la memoria come una clava, assolutizzandone alcuni frammenti, per coltivare all’infinito uno spirito di rancore o per mantenere un atteggiamento di reticenza e autoassoluzione". Sapremo, vedremo, se il film restituirà con rigore il succedersi degli eventi, senza indulgere in scivolate "epiche", mantenendo saldo il punto di vista su quel disegno sanguinario e dissennato.

Ma certo non ha torto Fasanella quando, nel suo blog, ammonisce: "Ho visto produttori, distributori, registi, attori, sceneggiatori fare cose imbarazzanti di fronte al potente di turno. Occorrerebbe un sussulto di dignità per sganciarsi dai protettorati politici, cacciare lo Stato dal cinema e creare le condizioni per un’industria non assistita, libera, indipendente, che si regga esclusivamente sulla qualità del prodotto".

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