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6 Luglio 2019
Il ricatto e la trappola sulla pelle dei migranti: Salvini e il suo tranello alle Ong

In queste ore, sulla testa della Alex Mediterranea, del suo equipaggio e del suo comandante, si è giocato un ricatto e si provato a tendere una trappola. Il ricatto comincia quando una nave con quaranta persone a bordo stipate in venti metri non viene rifornita dai soccorritori di acqua per alimentare i sistemi idrici.

Prosegue quando si chiede al comandante – giunto alle porte di Lampedusa senza che per sette ore nessuna indicazione arrivasse: “Adesso tornate indietro e portateli a Malta”. Prende corpo in maniera inquietante quando si scopre che l’Italia, pur di non far sbarcare questi naufraghi, accetta di prenderne in carico altri cinquanta che sono a Malta: uno scambio di figurine animate da almanacco della disperazione.

Le vite degli uomini e delle donne vengono trasformate in pacchi postali da spedire attraverso il Mediterraneo, di qua e di là, come palline di un flipper. Il ricatto prosegue perché il nostro governo dice: tu li hai salvati ma io ti impedisco di portarli in salvo, e approfitto che la tua è una piccola barca di venti metri, carica di persone salvate dal mare, che non può resistere a lungo sotto il sole a picco.

E qui siamo alla trappola: se violi il divieto e sbarchi in Italia proverò a sequestrarti la barca per impedirti di salvare altre vite (ma dovrò scontrarmi contro una magistratura indipendente). Se invece vai a Malta te la sequestrerò sicuramente, come è già accaduto in passato. E in questo Malta coopera contro le Ong con il suo nemico Salvini.

Perché l’obiettivo primario degli Stati europei, divisi su tutto, ma incredibilmente solidali su questo unico punto è: impedire che siano salvate altre vite. Fermare le navi. Svuotarle, tenerle bloccate con inchieste e ordinanze di perquisizione pretestuose e indeterminate. Che tutto questo impedisca di salvare vite, per questi stati è del tutto irrilevante.

Le Ong non vanno in mezzo al mare a cercare corpi perché si divertono a farlo. Non ci vanno nemmeno per lucro, perché le loro missioni costano. Ci vanno perché non ci va nessun altro, all’infuori dei simpatici virgulti della cosiddetta Guardia Costiera libica. Truppe addestrate da noi, quando era ministro Marco Minniti, per riportare i naufraghi nelle mani di qualche carceriere, in un paese dove ci sono i lager, e dove questi lager sono bombardati dagli eserciti in conflitto.

In Libia i due contendenti usano i corpi prigionieri per la loro sporca guerra. Il presidente del condominio di Tripoli, Fayez Al-Sarraj, dice: “Sono costretto a mandarvi ottomila persone se non aiutate me”. Il generale Kalifa Haftar – l’uomo dei francesi e degli egiziani – più forte e meno dialettico, bombarda i campi per dirci: questo non controlla più nulla, e se lo aiutate ancora scateniamo noi l’esodo verso l’Europa, a suon di bombe. In quel paese spesso la figura dello scafista che fa fuggire coincide con quella del carceriere che riacchiappa.

E non è un controsenso, come sembra, perché in questo modo il guadagno racimolato sulla pelle delle persone inermi e indifese è doppio. Questo consesso di governo pilateschi e feroci – tuttavia – si mette a fare la morale a chi salva vite.

Dicono che le Ong si vogliono fare belle agli occhi dell’opinione pubblica e scorrazzino in mezzo al mar Mediterraneo per divertirsi. Ma non dicono che il loro compito si sta facendo sempre più titanico e arduo: ogni viaggio, ormai, comporta un sequestro e un processo. Sea Watch 3 e Mare Ionio, solo per citare gli ultimi casi, sono attualmente sequestrate e bloccate in porto. L’Europa, che per un breve periodo ha avuto una missione comune e un obiettivo di salvataggio adesso non ha né il primo né il secondo.

Se ne lava le mani. Il regolamento di Dublino, passato per le mani di dieci governi italiani che hanno fatto finta di non vederlo, colpisce l’Italia. E in questo clima il principale partito della sinistra è impegnato in un dibattito surreale – ritardato di due anni, come ha giustamente scritto Antonio Polito – su come sarebbe stato bello fare lo ius soli quando era al governo.

Gli ex protagonisti di quella stagione, oggi tristi e imbolsiti, come Matteo Renzi, fanno a gara per dire: “Io, io lo volevo fare!”. Fantastico. L’unico fatto certo è che questo ius soli alla fine non lo ha fatto nessuno. Il primo voto sul testo era avvenuto nel dicembre 2015, il che significa che Renzi ha avuto un anno per approvarlo (Sinistra italiana lo aveva votato alla Camera, avrebbe fatto lo stesso al Senato) ma ha congelato la discussione perché allora non voleva rompere i rapporti con Alfano.

Paolo Gentiloni ha avuto quasi due anni per votare ius soli ma non ha fatto nulla, perché all’epoca erano tutti convinti, a partire dal segretario del Pd, che il partito sarebbe precipitato al 25 per cento se avessero votato questa riforma (non l’hanno fatta e sono finiti al 18 per cento).

Mentre il centrosinistra quindi fa la discussione su cosa sarebbe stato bello fare nel passato, il centrodestra di Salvini mette in campo politiche concrete per spiegare cosa non vuole nel futuro. Minaccia, traffica, si allea con Malta – che fino a ieri insultava – per fermare le missioni umanitarie.

La trappola e il ricatto, tuttavia, sono strumenti sofisticati che hanno la sola risposta possibile nel coraggio. Mediterranea ha forzato il divieto di sbarco perché l’unico modo per non cedere al ricatto, e non cadere nella trappola è disobbedire. Pagherà il prezzo di un processo, e quello – ancora più grande – di un sequestro: un triplo danno, economico, giudiziario e umani. Ma non può fare altrimenti. Perché una organizzazione che è nata per salvare vite, non può cooperare con chi lavora con l’obiettivo opposto. Vergogna.

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