La Verità

18 Giugno 2019
Il Bullo all`angolo: se non molla il Pd, è finito

Ancora una volta la minaccia di scissione corre sul filo, ancora una volta la base esplode di rabbia (questa volta sui social), ancora una volta il Pd sembra un partito con due anime apparentemente inconciliabili tra di loro. Tecnicamente è una crisi politica senza precedenti, persino nella imponderabile, ricorrente e tormentata storia delle faide in casa democratica. E, a prima vista, potrebbe sembrare persino una crisi priva di logica. Così non è.

Ovviamente la guerra che è in corso è difficile da capire, se limitandosi a leggere i fatti in sequenza la si riassume così: una minoranza che si ritrova un suo esponente di primo piano coinvolto in una inchiesta, attacca la maggioranza dopo che questo stesso esponente si è autosospeso in modo apparentemente volontario. Di più: il dirigente in questione è stato rinviato a giudizio in una prima indagine e adesso è stato intercettato in un’altra, senza essere indagato, per di più su un tema apparentemente tecnico e iniziatico come le nomine interne della magistratura. La minoranza minaccia – nemmeno tanto velatamente – di abbandonare il partito.

Un osservatore esterno, arrivato da fuori, non ci capirebbe nulla. Ma ovviamente questa ultima guerra fratricida non si celebra solo per, e in nome, di Luca Lotti e va spiegata così: le più importante Procure tra quelle in questione nell’indagine erano Firenze e Roma. L’inchiesta della Procura di Firenze che animava la faida era quella sui genitori di Renzi. Il dirigente in questione è l’ex capo segreteria di Renzi nonché il numero uno del Giglio magico.

Sulla Consip si giocava il nome della famiglia Renzi e – soprattutto – del papà dell’ex premier, Tiziano. Mentre nelle prime indagini che avevano attirato l’ira del Giglio magico sulla Procura di Firenze si indagava sulle società di famiglia. Questa crisi, infine, arriva dopo due prove elettorali – le primarie e le europee – in cui, malgrado i pronostici dell’ex premier, Nicola Zingaretti era andato meglio del previsto. Quasi due milioni di votanti e una vittoria schiacciante nel primo caso. E quatto punti in più del partito a guida Renzi, nel secondo. Quindi, in apparenza, zero spazio per aprire una guerra. Ecco dunque la spiegazione della crisi: un filo lungo unisce tutti questi eventi intorno all’anima costitutiva del Giglio Magico. Rende politico e dirompente anche quello che in apparenza politico non è.

Per la minoranza renziana la vicenda dell’indagine sui pasticci del Csm non è una questione come le altre. È una coltellata nelle costole del leader. E per il leader questo non è un momento come tutti gli altri; è il bivio del «Che fare?» per non restare emarginato dentro il Pd. Forse è addirittura l’ultimo treno.

E qui si arriva all’ultimo tassello, al retroscena che completa il quadro. Tra Zingaretti e Renzi, infatti, si sta tacendo largo, a sportellate, un terzo leader di peso: Carlo Calenda. E non è certo un caso se alcune delle dichiarazioni più dure contro Lotti e i renziani, in questa vicenda siano arrivate proprio da lui e dall’altro esponente centrista di primo piano: Paolo Gentiloni. Quella che ha procurato l’autosospensione dell’ex ministro – infine – l’ha rilasciata in una intervista Luigi Zanda, l’uomo che nel Pd di Renzi era capogruppo. In una parola, visti dal Giglio magico: tre “traditori” che colpiscono nel momento di difficoltà.

E cosi bisogna riavvolgere la bobina per capire. Calenda, prima delle europee aveva sul tavolo un sondaggio in cui veniva indicalo al 6,5% se avesse accettato di fare il capolista di Più Europa. Ma se avesse fatto questa scelta in Pd avrebbe perso un leader d’attacco decisivo perla campagna elettorale, e Zingaretti si sarebbe indebolito nella conta interna, con un risultato meno solido. Così i due si vedono, in un colloquio riservato ed elaborano la strategia comune: Calenda resterà dentro per consentire a Zingaretti di fare il pieno. E poi, passata l’emergenza, otterrà il nulla osta per costituire un suo movimento “Siamo europei”, che è strutturato per prendere i voti dell’ala centrista della coalizione. Per questo il simbolo azzurro di Calenda, facendo imbestialire Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza, finisce per occupare un terzo del simbolo del Pd. Non si tratta di uno scippo inconsapevole, quindi (come immaginano molti, a sinistra), ma di un «rodaggio» autorizzato.

Il punto è che la manovra non sfugge ai renziani, che capiscono il gioco: se Calenda esce prima di loro occupa lo spazio del centro. Inizia quindi una complessa trattativa per avere garanzie nella guida del partito. Il nome di Lotti è già opzionato per la nuova segreteria, unico presidio considerato indispensabile per non essere tagliati fuori: ed è qui che arriva la tegola.

Fin da quando Lotti appare nelle intercettazioni è chiaro che non potrà essere nominato senza arrecare un danno di immagine al Pd. E quando lo scandalo delle riunioni notturne per il Csm, divampa, con la pioggia delle intercettazioni più imbarazzanti, Zingaretti tiene un profilo bassissimo, rifiutando qualsiasi casus belli. Anche quando la figura di Lotti appare mediaticamente compromessa lo incontra e non rilascia dichiarazioni. Il segretario si limita a smentire, e solo in maniera informale, di aver espresso «solidarietà». Ma è già troppo così. Zanda attacca. Lotti strappa, Calenda chiude la partita. Renzi pensa che lo stiano per fregare. E che forse valga la pena di uscire prima, anche in una posizione scomoda, piuttosto che farsi chiudere nella morsa di una tenaglia.

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Un commento »

  1. Ancora c’è gente stupida che vota PD.

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