Linkiesta

27 Maggio 2014
La disfatta dei sondaggisti

È stata davvero la disfatta dei sondaggisti se, per l’ennesima volta, hanno sbagliato con un margine di dieci punti tutte le proiezioni e tutti gli exit poll. È stata davvero una Caporetto dei sondaggisti se è vero che uno di loro, Luigi Crespi, ha addirittura scritto un editoriale sul Tempo, per spiegare che i suoi colleghi hanno ancora una volta sbagliato tutto, evocando, in modo quasi catartico, l’episodio delle bandierine nella redazione del Tg4, di cui egli stesso era stato protagonista, quando era stato chiamato a indicare le regioni vinte sulla planimetria dell’Italia (sbagliandone una su due).

Ci deve essere qualcosa che non va, se persino la seriosissima Alessandra Ghisleri, non ha colto un terremoto che vibrava in pancia dell’elettorato italiano. Anche stavolta, come sempre è accaduto in tutte le elezioni (soprattutto le europee), quando improvvisamente, negli ultimi due giorni, i voti corrono nella direzione di questo o di quel partito, sempre uno solo, sempre a sorpresa, e nessuno se ne accorge. Fu così per la lista Bonino nel 1999, accadde con il Pdl di Berlusconi nel 2008, è stato così alle ultime politiche per Grillo, e nelle elezioni di domenica per il Pd.

Ma più che per il processo ai sondaggisti, questa disfatta demografica, a noi interessa per cogliere la lezione che se ne può trarre sugli italiani.

1) Gli italiani non si fidano di nessuna istituzione, quindi mentono spudoratamente ai ricercatori demoscopici per i sondaggi, ma anche agli operatori che chiedono di ripetere loro il voto per gli exit poll. Se non ti fidi dello Stato perché dovresti affidare i tuoi segreti a un istituto privato?

2) Gli italiani mentono in modo incoerente e imprevedibile: prima per nascondere il loro voto di protesta, e subito dopo per nascondere il loro voto di governo. È — insomma — come se in entrambi i casi di scuola avessero pudore di una scelta opposta, ma che percepiscono come irrazionale e viscerale. Gli italiani votano per approssimazioni violente e non metabolizzate.

3) Tutto si decide nelle ultime ventiquattro ore: gli ultimi due giorni della campagna elettorale spostano la montagna degli indecisi e questa indecisione non è frutto di un caso, ma di una follia e di un metodo. Alle politiche ballarono due punti sulla puntata di Servizio Pubblico con Berlusconi e due dopo il comizio grillino di San Giovanni. Anche questa volta la tv ha deciso, con la partecipazione di Grillo a Porta a Porta, ma nessun sondaggista aveva capito in che senso. Tutti pensavano che Grillo e il suo plastico avessero prodotto consenso. Adesso sappiamo che avevano creato interesse senza fare breccia nella diffidenza: lo share non tramuta necessariamente gli ascoltatori in elettori. Grillo è passato in una settimana dall’apologia dei “telemorenti” di mamma Rai all’invettiva contro i vecchi.

4) Conta il paradosso anagrafico: il M5s è un partito generazionale di giovani guidati da un vecchio con i capelli bianchi, il Pd è un partito di anziani guidati da un giovane.

5) L’Italia è un paese così anti-ciclico che, mentre la Grecia sceglieva la sinistra per affidarle il suo messaggio euroscettico, la Francia sceglieva la destra, e l’Inghilterra un partito protestatario e populista, l’Italia sceglieva controtendenza un partito governativo per dare un messaggio euro-compatibile. E infine

6) Più di tutti ha votato una astensione asimmetrica che ha portato alle urne in misura maggiore il centro nord del consenso anziché le circoscrizioni della rabbia, il sud e le isole.

La sconfitta dei sondaggisti può fare persino piacere, perché i sondaggi manipolano il consenso e lo canalizzano, veicolano l’ansia e la paura. Ma questa disfatta è ancora una volta un indizio che aiuta a capire il carattere di una nazione.

Condividi:

 

Lascia un commento