Linkiesta

3 Giugno 2014
“Maleficent”, una fiaba Lgbt da mostrare ai figli

I buoni non sono buoni e diventano cattivi, i cattivi non sono per nulla cattivi, ma casomai vittime (e alla fine quindi sono i veri buoni), il corvo è un ragazzo premuroso che pare uscito da Twilight, il principe azzurro è un clamoroso imbranato privo di qualsiasi potere taumaturgico, le tre fatine buone sono delle zitellacce rissose e pasticcione, la principessa è carina ma assai paracula e per nulla rassegnata a diventare uno strumento del destino, e Malefica ha la grandezza crepuscolare di una donna dolente, appassionata e segnata dalla vita. Ma soprattutto: il Grande Amore non esiste, non fra uomo e donna, almeno, ma piuttosto fra madre, anzi, “madrina” e figlia, la vera famiglia non è quella naturale, ma quella di fatto, allargata e adottiva.

Vi basta? No, perché dopotutto potrebbe non stupire nessuno se questo prospetto sintetico fosse il contenuto di un film di qualche cineasta trasgressivo — di un Quentin Tartantino o di un Lars Von Trier — ma fa gridare al prodigio e alla bestemmia se si immagina che a squadernare questo nuovo Vangelo postmoderno non sia la furia iconoclasta di Piero Pelù, ma la Disney. Insomma, andatevelo a vedere questo Maleficent diretto da Robert Stromberg con una Angelina Jolie in forma strepitosa, con tanto di corna ritorte e zigomi sagomati, andatevelo a vedere con vostro figlio ma anche senza, perché di certo non è un film per bambini, ma nemmeno uno di quei film per bambini che strizzano l’occhio ai grandi. Piuttosto si dovrebbe dire che Maleficent (finalmente) è un film per grandi che può essere visto con grande godimento anche dai bambini, perché è accessibile a diversi livelli di interpretazione, anche se mio figlio è uscito dalla sala entusiasta ma leggermente confuso: «Papà mi è piaciuto molto, ma non ho capito: di chi è la colpa?». Ah, saperlo.

Insomma, il revisionismo disneyano questa volta turba le certezze dei bimbi (ma anche degli adulti) perché intacca i valori costitutivi della major che un tempo era senza ombra di dubbio la più tradizionalista del mondo, ci mostra — anche programmaticamente — un punto di visuale completamente inedito, a partire dalla prima sequenza, in cui il castello dell’iconografia fatata di tutte le avventure disneyane diventa il punto di osservazione per una prospettiva che non si affaccia frontalmente sul consueto reame delle favole, ma piuttosto si proietta sul suo retropaesaggio, la Brughiera della foresta di rovi.

Non è un remake, è molto di più: è una rilettura che demolisce la fiaba originaria, ne cancella il senso. Non è un seguito ma, piuttosto, è insieme un sequel e un prequel, forse è la prima fiaba allusivamente “Lgbt” della storia del cinema. Immaginate questo: il giovane Stefano, per ambizione e cinismo decide di sacrificare il rapporto sentimentale che ha con la giovane fata Malefica pur di ottenere un regno. La tradisce, la droga, le taglia le ali mentre dormono insieme per portarle come uno scalpo al vecchio Re, pauroso, fanatico e malato terminale. Il piano riesce, ma la contropartita è la sofferenza, la precipitazione nella paranoia, nella malattia. Stefano diventa re, ma perde il senno. Malefica —invece — vive quella violenza come la perdita dell’innocenza, come uno stupro, e molto probabilmente il taglio delle ali equivale simbolicamente ad una violenza sessuale. La sua maledizione verso Aurora, proferita in un momento di odio, è la semplice conseguenza di questo terribile gesto. È una risposta che lei stessa giudica come frutto di un raptus e che per dieci anni prova a scongiurare, mentre il legittimo genitore della fanciulla sembra solo animato da paura e propositi di vendetta preventiva.

In questo calvario, Malefica diventa la “madrina” di Aurora, e Aurora, per anni inconsapevole della maledizione che grava sulla sua testa esprime la volontà di ritirarsi a vivere con lei nella Brughiera, per tutta la vita: se non è una Pacs poco ci manca. Quando per effetto della fatalità tutto precipita, nel finale del film — che in realtà equivale all’intera fiaba originaria — dopo il fallimento del principe, solo il bacio “omosessuale” della madrina potrà spezzare l’incantesimo: se è vero amore, è amore fra donne. Donne che in questa fiaba alternativa, un dark novel vagamente incestuosa, non sono madri e figlie, ma una ragazza e un’adulta che si scelgono reciprocamente come compagne di una vita.

È evidente che, malgrado qualche sfumatura per non turbare troppo le creature, ce n’è abbastanza per far morire di crepacuore molti spettatori, e non solo quelli che condividono le opinioni di Carlo Giovanardi. Ecco perché vale la pena di andarlo a vedere. Anche se poi, se si vuole spiegare ai bambini, si soffre: ma è un buon investimento formativo per il futuro.

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