Tiscali Notizie

9 settembre 2017
La classifica degli stupri

Dice: ho visto la faccia del negro stupratore. E mi faceva schifo. Però non abbiamo visto la faccia del carabiniere stupratore, che diventa subito “presunto stupratore”. Dice: stuprano perché sono belve africane, e guardando quella faccia ti pare subito vero. Mentre leggi che il generale con le stellette commenta: “Se fosse vero sarebbe indegno”. Se fosse, tempo condizionale. La faccia dei carabinieri accusati continui a non vederla mai. Dice: lo stupratore negro si chiama Mutumbu. Brutto nome, suona male. Il presunto stupratore carabiniere, senza volto, se-fosse-vero-sarebbe-indegno, non ha nemmeno un nome. Dice: hai visto lo stupratore negro trascinato in manette che sguardo da bestia? Vero, peraltro. Leggo i particolari delle efferatezze di quello stupro e mi vengono i brividi.

Con quelle vittime si può fare tutto

Qualcuno pubblica anche i dettagli più raccapriccianti e crudi, dopotutto una delle vittime è peruviana e trans, l’altra è polacca, si può fare, non si arrabbia nessun controllore del politicamente corretto, doppia penetrazione è stata. Nel secondo caso, quello dei presunti, non leggo nulla: dopotutto quelle vittime sono ragazze americane hanno un paese serio alle spalle, parlano gli Stati Uniti: “Vicenda molto seria”. E non c’è da scherzarci su. I numeri – per quello che valgono dicono che nel primato degli stupri, nel nostro paese, purtroppo, i record sono detenuti da due categorie: la famiglia e gli italiani. Tra la minoranza – non è rassicurante, ma è così – degli stupratori stranieri, il record, si fa per dire, spetta ai malati di due nazionalità europee: i romeni e gli albanesi. Perché? Non lo so, non mi interessa. Però certo non penso che i romeni siano tutti stupratori, che gli albanesi siano tutti stupratori, che i carabinieri possano essere tutti stupratori. Non mi passa nemmeno per la testa. Ci sono stati persino dei carabinieri – anche quelli senza volto e senza nome – che hanno ricattato e filmato un presidente di regione ed un trans. Però non mi sfiora nemmeno il pensiero che i carabinieri siano ricattatori. Quando ne vedo uno, quando vedo quella divisa, come tanti italiani onesti, provo solo simpatia, mi sento protetto: ed è giusto così. Quest’estate tre ragazzi di colore sono andati a fare un bagno in piscina, invitati da un parroco, dopo aver lavorato in una serata di solidarietà: hanno servito, pulito e lavato. Frequentano una parrocchia di Pistoia dove si aiutano i senzatetto, italiani. Il parroco, in quel giorno di festa, ha postato su Twitter delle foto dei ragazzi che si divertivano in acqua: è venuto giù il mondo. I ragazzi stavano giocando e a qualcuno non andava giù che i Negri giocassero. E soprattutto che ridessero. E che fossero – per giunta – un una piscina italiana. Ci vuole una bella faccia tosta da negro arrogantemente e presuntuosi per comportarsi così.

“I negri portano malattie”

È morta una bambina di malaria, aveva quattro anni: era ricoverata in un ospedale della civilissima Trento. Nello stesso ospedale erano ricoverate due bambine di colore – italiane ma di colore – originarie del Burkina Faso. Due bimbe nate in italia: si erano ammalate andando in vacanza nel loro paese di origine. A molti è sembrato naturale pensare – prima ancora di qualsiasi inchiesta – che questa tragedia sia la prova che le malattie le portano i Negri. D’altra parte qualcuno era convinto che al nord le malattie le portassero i terroni. Sono stati censiti 170 casi di persone che sono arrivate dall’estero in Italia ammalate di malaria. Nessuno ne ha mai scritto una riga, perché erano italiani. Tra queste una collega de la7, Flavia Fratello, contagiata dopo un viaggio che ha raccontato – in un bellissimo post su Facebook – il suo piccolo calvario: i medici erano convinti che fosse solo febbre. Ci stava per lasciare la pelle. Le malattie viaggiano, nel tempo moderno: nella maggior parte dei casi non sui barconi (ci metterebbero troppo tempo, se parti dal Sudan ammalato resti di sicuro carcassa nel deserto) ma sugli aerei: le principali categorie colpite dalla malattia, in questo gruppo, non sono i Negri, ma i cooperatori, gli operatori sanitari e i manager. Ovvio: gente che viaggia e che può pagarsi un aereo. Ma è molto più confortante pensare che siano state quelle due bambine italiane di colore (ma ad oggi senza nazionalità), è confortante pensare che se davvero è accaduto questo, quelle bimbe siano responsabili e non vittime, e – a seconda della testa che hai – se chiudi gli occhi e te le immagini in ospedale, negre pure loro per giunta, tutto diventa più facile, più tranquillizzante, più chiaro. Tutto torna. Abbiamo fatto male a cedere al politicamente corretto, a scrivere per perifrasi, “di colore”, o per sostituzione eufemistica “nero”. In questo paese a molti viene più comodo pensare “Negro”, anche quando dice “di colore” o “nero”, e si possono sentire tranquilli. A molti da veramente fastidio che un negro ciondoli per la strada senza fare nulla, mentre se ciondola un italiano, un romeno o persino un ucraino non gliene importa un tubo. È bianco. A molti da fastidio che un negro usi un telefonino, o un cellulare, mentre tutti noi usiamo telefonino. Ma di un siriano non ci chiediamo “Dove cazzo ha preso i soldi per comprarlo, questo africano perditempo?”.

“Ciondolano per le strade e stuprano le nostre donne”

Peggio dei razzisti, che soffrono perché i negri ciondolano per le “nostre strade”, o “ridono nelle nostre piscine”, o “infettano i nostri figli”, o “stuprano le nostre mogli”, ci sono solo i buonisti che vorrebbero negare che Mutumbu o Kabobo esistono, e sono stupratori, o assassini, o ladri, solo perché gli dispiace che siano di colore. Ma di questi tempi quelli che vedono i neri tutti buoni sono molto molto meno di quelli che vedono i Negri tutti cattivi. Alla fine di questo piccolo viaggio nel manuale dell’odio contemporaneo, torno a respirare solo quando leggo le parole di Rodolfo, nonno di Sofia, che dice: “Il nostro pensiero va a quelle sue bambine, ricoverate. Non vogliamo che nessuno le discrimini”. Hanno perso Sofia, il nonno e i genitori di questa bimba, ma continuano a vedere due bambine, ammalate, e non due vettori di malattie curati a spese nostre in un ospedale italiano. Non vedono due piccole negrette infette. Guardano ancora il modo con amore, malgrado il lutto. Gli stupratori, bianchi o neri sono solo stupratori. Gli ammalati, bianchi o neri, pure, e persino i ladri sono solo ladri. Gli imbecilli anche. Un tempo era banale, oggi bisogna tornare a spiegarlo ai nuovi analfabeti della rete. C’è ancora speranza “in the name of love”, come diceva quel reverendo dalla pelle meravigliosamente scura, che sapeva parlare la lingua del sogno, accendere i cuori dei bianchi che hanno a cuore i diritti, e che aveva imparato come lasciare un segno nella storia, a Selma combattendo contro cappucci bianchi, torce, bastoni e fiaccole. A quel reverendo ha sparato uno che non ricorda nessuno, uno di quelli che era arrabbiato con il mondo e che vedeva Negri. Come tutti i razzisti, quel killer non si è reso conto del proprio errore: voleva uccidere Martin Luther King, lo ha reso immortale, insieme alle sue idee. Devi avere un po’ di Mlk dentro di te, per continuare a vedere uomini dove gli altri vedono Negri.

LUCA TELESE

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