La Verità

15 settembre 2017
Sbatti il mostro in prima serata

Lecce, una crime story in diretta tv. Questa è solo l’ ultima, e la più terribile, delle storie nere, l’ ultimo, e il più terribile, dei delitti ispirati dal demone feroce del possesso e della gelosia. Ma incredibilmente è anche (fateci caso) un teledelitto, una fiction criminale 2.0 che pare scritta come una sceneggiatura audiovisiva fatta apposta per la televisione e per i programmi di cronaca del prime time.
Noemi Durini, giovane, bella e vittima, è già icona mediatica: la sua premonizione di morte è già una epigrafe social, un post di Facebook che è il primo tassello di questa storia ed è subito diventato elemento di prova e di viralizzazione in rete. Il suo fidanzato L. – anonimo e non identificabile con le sue generalità perché minorenne – è già un mostro da circo per la tv, è già un video; la sua performance il giorno dell’ arresto è una teatrata che pare uscita da un film di Quentin Tarantino, con il sospettato che insulta e fa le boccacce al pubblico. Il ragazzo di Noemi è cattivista impenitente che rischia il linciaggio ma non rinuncia a prendersi gioco dei suoi contestatori, ma è – allo stesso tempo – un folle lucido che inizia a recitare sul palco di un patibolo, si infila nel format delle rivelazioni e delle confessioni ritrattate, come se volesse fare il verso all’ archetipo classico di Michele Misseri, «l’ avetranizzatore» per ecellenza del piccolo schermo: sono io e ho ucciso per gelosia, no – contrordine – sono stato io, ma ho dovuto uccidere perché lei voleva sterminare i miei genitori, come a Ponte Langorino, come per Erica e Omar, l’ assassino si mimetizza nel diluvio torrenziale delle sue confessioni. Presto le registrazioni e i verbali di questi interrogatori (potete scommetterci) diventeranno videodramma da fiction nera.
Ma il telemomento più incredibile e drammatico – anche questo vissuto in diretta – come se le telecamere si fossero date convegno con lo stesso fiuto premonitorio degli animali da preda, è quello della rivelazione. Il momento, cioè, in cui i genitori del ragazzo – agnelli sacrificali e privi di colpa, come in una tragedia greca, apprendono che il loro ragazzo, il figlio prediletto e scapestrato, non è l’ innocente disordinato che dava corpo alle loro speranze di poter imbastire una battaglia innocentistica, ma il killer che in un interrogatorio confessa di aver nascosto la propria ragazza sotto una catasta di pietre, dopo averla colpita con un’ altra pietra. «Lo sa che suo figlio ha confessato?». E vedi in diretta il volto distruggersi, il dubbio lacerarsi, «Oh no!». Quel primo piano drammatico, per un giorno, oscura tutto il resto, diventa finale di puntata.
Eppure, nel giro di pochi frame di racconto – dopo quel colpo di scena – questo ragazzo rivela di nuovo attraverso l’ immagine, al pubblico spettatore, una natura violenta.
Scopriamo non a caso che ha un passato di fragilità psichiatrica, una storia di avventure terribili, di pulsioni incontrollate e rabbia, di trattamenti sanitari obbligatori. Lo apprendiamo attraverso un altro video che ci viene regalato, con tempismo sconcertante, dalla regia perfetta di un invisibile Grande Fratello: è quello in cui il ragazzo (che a questo punto non è più un anonimo minorenne ma un profilo definito, un cranio calvo, un corpo che esplode nella sua violenta fisicità) distrugge con una sedia i vetri della Nissan Micra del padre di Noemi. Adesso L. è diventato mediaticamente un archetipo, esattamente come M – Il mostro di Düsseldorf. E adesso può assumere la forma di un personaggio da cinematografo dal film in bianco e nero, come quello memorabile dipinto da Fritz Lang, come un figlio di Ombre e nebbia, i colori del delitto tanto cari al Woody Allen più nero.
Nelle prime confessioni di L. balugina la pista quasi banale della gelosia – «Aveva troppi amici!» – nella seconda la volumetria paranoica di un delitto reale commesso per evitare un altro delitto immaginario o immaginato. Viene qui da pensare che nello squilibrio, come tanti altri baby sospettati, come la madre del piccolo Loris, un istinto guidi il ragazzo nel suo delirio confusionale, l’ idea di poter mascherare la propria colpa in un affresco più grande. Forse è questo stesso istinto che lo spinge a usare semi-consapevolmente la tv – vedi le smorfie durante l’ arresto – per confondere le acque. Queste immagini così violente e pervasive, e la inevitabile e immediata mostrificazione visiva, hanno l’ effetto istantaneo di rimpicciolire gli elementi di prova più importanti e meno visibili, i fatti veri. A partire dalle cinque denunce presentate dalla madre e dalla famiglia di Noemi, tutte prive d’ effetto, tanto che il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha comprensibilmente spedito in Puglia degli ispettori, incaricati di stabilire se i tribunali si siano lasciati sfuggire la chance di salvare la ragazzina. Contro la quale – ultima notizia della sera – anche la famiglia del fidanzato aveva presentato carte bollate.
Ed infine, nella grande comunicazione che ci entra nelle case dal piccolo schermo, c’ è lei. La ragazza angelica, la figura marqueziana che va incontro alla barbarie del femminicidio come nella Cronaca di una morte annunciata. Conta, anche per me – inutile negarlo – il fatto che nel monumento involontario delle sue immagini social Noemi appaia e sia bella, solare, innocente. La prima domanda che non puoi non farti di fronte a queste immagini, di fronte a quel lirico messaggio in bottiglia affidato a Facebook, è sulla lucida consapevolezza che accompagna una vittima al suo destino: ma l’ elemento di dramma che pare uscito fuori dalla scrittura di Eschilo, di Sofocle, o indifferentemente da una buona fiction americana moderna, è che – ancora una volta – la bella si fa lei stessa prigioniera del mostro. Una parte di Noemi preconizza la tragedia, l’ altra non riesce a separarsi. Questo la televisione fatica a capirlo, ma ce lo restituisce nella sua drammaticità, come un ritratto enigmatico da decifrare.
Solo nell’ isolamento asfittico di certe province italiane, solo nella solitudine di mondi in cui il controllo tribale si sostituisce a quello sociale, e prende il sopravvento, solo in certi angoli bui del nostro Paese, una ragazza angelica può essere sgretolata dalla presa asfittica di un ragazzo demone.

LUCA TELESE

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