La Verità

14 settembre 2017
Togliete a Fiano il vino del Duce

Come i talebani che attentano a Palmira, come gli ultrà democratici che demoliscono le statue di Cristoforo Colombo e del generale Lee, ma anche come dei neo orwelliani che resuscitano il reato di opinione e insieme la lucida, ma feroce determinazione iconoclasta: è questo il clima in cui discute una delle leggi potenzialmente più pericolose degli ultimi anni sul piano delle libertà individuali.
Ha suscitato clamore la frase di Emanuele Fiano sull’ abrasione dell’ obelisco del Foro italico. Ma – a pensarci bene – la più preoccupante è un’ altra, e riguarda il confine scivoloso del diritto di espressione. Fiano era ospite a Radio24 nel mio programma, due giorni fa, quando un ascoltatore di destra aveva chiamato in diretta per ricordargli polemicamente che lui – anche passasse la sua legge – non avrebbe mai rinunciato «a esporre con orgoglio al collo la celtica e il fascio repubblicano». E così io avevo chiesto al deputato pd, a bruciapelo: con le nuove norme, se un poliziotto vedesse qualcuno con una celtica o un fascio al collo, dovrebbe intervenire?
Qui Fiano aveva risposto spiegando in poche parole una delle ambiguità più pericolose del suo testo contro la propaganda neofascista: «Dipende… No, se si tratta di un gesto individuale». E se non è un gesto individuale? «Invece», aggiungeva, «se in una manifestazione vengono ostentate bandiere o simboli all’ interno di una iniziativa neofascista la cosa è molto diversa». E cioè diventa reato.
Quindi applichiamo il teorema: un bottiglia di vino Dux nella sporta della spesa non dovrebbe essere reato. Ma se fai un brindisi pubblico, quel gesto e quella stessa bottiglia lo diventano. Una effigie di Mussolini in casa non è un reato. Ma se la esponi in macchina – visibile dal parabrezza, magari un ciondolo appeso al cruscotto – diventa propaganda, e quindi crimine. Se quella bottiglia la metti in una vetrina – esempio di Fiano – è propaganda, quindi un crimine. Una celtica al collo non è reato: ma cinque ragazzi con la celtica sono una manifestazione neofascista, quindi, di nuovo, un reato.
Stesso ragionamento per il portachiavi della Buonanima, o per una collezione di francobolli del Ventennio (altro esempio di Fiano), ma attenzione: elmetti, divise, gagliardetti non sono reato se sono collezioni private, ma lo diventano se sono vendute in una fiera a tema, che può diventare una «manifestazione di propaganda reducista». E chi decide – per esempio – se Militaria è una manifestazione di collezionisti o di nostalgici?
Qui è il nodo: «Dipende». Dipende dall’ ambiguità della legge che diventa quasi immediatamente discrezionalità del giudice, delle forze di polizia. O dal modo in cui lo raccontano i giornali. Il «dipende» diventa la cifra di un arbitrio che in poco si trasforma in provvedimento liberticida.
Non è un caso se non solo uomini con una storia di destra come Ignazio La Russa ma anche intellettuali di sinistra come il promotore della manifestazione del Brancaccio Tomaso Montanari (leader della sinistra radicale ed editorialista di Repubblica!) abbiano espresso preoccupazioni per il tratto iconoclasta della legge.
Spiega La Russa: «Attenti, se passa questa legge, a come mettete la mano sul fianco! Attenti a come aggrottate la mascella! Potreste essere condannati!». Osservava Montanari, intervistato da Ferruccio Sansa sul Fatto: «No. Non bisogna distruggere. I monumenti e le costruzioni simbolo del fascismo non devono essere cancellati. Sarebbe come se adesso ci mettessimo a tirar giù la statua di Nerone perché è stato un dittatore sanguinario». Aggiungeva Giorgio Muratore, docente di Storia dell’ architettura contemporanea alla Sapienza di Roma: «Sarebbe preoccupante se le scritte fossero ritenute ingombranti. L’ ipotesi di toglierle è semplicemente imbarazzante».
Per questo dell’ articolo di Francesco Borgonovo sulla Verità di ieri non condivido l’ argomentazione «comparativa» con i simboli della sinistra. La risposta all’ attacco all’ Obelisco di Roma non è «ma c’ è il busto di Lenin a Cavriago». Faccio un esempio antichissimo e uno più recente. La Repubblica di Venezia finisce nel 1797 occupata dalle truppe francesi. Tutti i ponti della laguna costruiti fino a quell’ anno hanno il leone di San Marco scalpellato dai francesi. Lo fecero in due notti, segnare la discontinuità d’ epoca. Racconta Luciano Canfora: «La guerra ai monumenti è un grande classico. Nella Roma antica Silla fece distruggere tutti i monumenti dedicati al suo nemico Mario. E poi Cesare li fece ricostruire. Ma se non c’ è di mezzo una guerra, cancellare i simboli è ridicolo».
Nel 2010, a Roma, apparve un cancello di ferro con scritto «Work will make you free». Era un evidente richiamo al tristissimo «Arbeit macht frei» di Auschwitz: «Il lavoro rende liberi». Era stato montato in una notte. Si disse che era opera di nazifascisti. Invece l’ aveva fatto un artista di sinistra di 32 anni, Mimmo Rubino, e corsi a intervistarlo. Spiegò che aveva costruito il cancello per dimostrare che «la precarietà è il moderno lager della mia generazione». Ma non fu creduto.
Un pm che lo inquisì per oltraggio all’ Olocausto in nome della legge Mancino. Era un alternativo progressista, dovette difendersi dall’ accusa di non essere un naziskin. Una farsa durata 10 anni di processo. Che conosco perché ho dovuto parteciparvi in qualità di testimone per averlo intervistato. «Difendere una idea che la storia ha condannato», sostiene Fiano, «è un atto di apologia». Siamo sicuri che vogliamo riempire i tribunali di produttori di vino e portachiavi denunciati per la legge Fiano? La risposta, ancora una volta, se passa la legge, è: «Dipende».

LUCA TELESE

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