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9 marzo 2016
Ecco perché Sir George Martin non era il quinto ma il primo Beatle

Si, è vero, dicono che è morto il quinto Beatle. Ma bisogna essere più esatti: è morto l’uomo che rappresentava la vera anima dei Beatles, l’unico vivente che sulla terra sia riuscito a tenere insieme e a coltivare i quattro talenti più geniali e divergenti che la storia del pop abbia mai potuto assembleare. George Martin non era “il quinto” scarafaggione, dunque: casomai il primo, perché senza di lui gli altri quattro non sarebbero mai esistiti.

Dentro il cuore della musica del Novecento – Così, se volete usare la morte di uno splendido vecchio di novant’anni per infilarvi dentro il cuore pulsante della musica del novecento, per entrare nell’epicentro del costume e della politica di una stagione irripetibile, oggi dovete andare a cercare l’essenza di una storia incredibile (e del libro che la racconta). Se prendete spunto dalla morte di George Martin per fare questo viaggio, potrete capire il mito dei Fab Four, e la rivoluzione che ha inventato la categoria antropologica dei “giovani”, ovvero di una entità che prima di “Rubber Soul” (il primo disco dell’età moderna beatlesiana) non esisteva: si era bambini, uomini o vecchi. Punto. E soprattutto, se si era uomini, fino a metà degli anni quaranta si finiva in guerra, e magari si moriva. Quella dei Beatles è la prima generazione di ventenni che ha avuto tempo per vivere e amare: “Say the word and will be Free/ and The word/ is love”.

Il suo libro meraviglioso per viaggiare dentro i Beatles – Se volete fare un viaggio, per celebrare un altro pezzo di secolo che se ne va, dovete andare a scovare questo libriccino meraviglioso in cui Sir George spiega tutti i segreti dei Beatles. Lo ha scritto proprio il produttore della band e si intitola L’estate di Sgt Pepper. Come i Beatles e George Martin crearono Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band: è una sintesi folgorante, poco più di cento pagine, ed è insieme il racconto delle scelte più importanti di Sir George, quelle che resero possibile il successo dei Beatles e anche la storia della band più famosa del secolo breve. Ma è, prima di tutto, una grande lezione sulla vita, sulle opportunità che si perdono e che si guadagnano, sul destino, sulla perseveranza, sul valore della cultura e del caso.

Quattro ragazzi completamente diversi l’uno dall’altro – La storia dei Beatles, per grandi linee, la conoscono tutti: c’è questo gruppo di fanciullini animati di carisma rock che viene da Liverpool. Sono tutti figli della working class, che hanno lutti e dolori in famiglia, che si fanno le ossa in un locale underground, il mitico “Cavern”, che diventano famosi prima in Germania, ad Amburgo, che in patria: “nemo propheta”. Questo gruppo di ragazzi, che diventeranno i Beatles, al contrario di tante altre band, sono assortiti sul criterio della diversità, piuttosto che su quello dell’omogeneità e dell’uguaglianza. Si reggono – “From me to You” – sul duello competitivo tra due carismi antitetici e opposti come quello di Paul McCartney e di John Lennon. Hanno un batterista scelto, all’inizio, esclusivamente per motivi di immagine (che si chiama Ringo Starr). Contano su di un chitarrista semi-adolescente che combatte fra talento e introversione, che è attraversato da premonizione e tentazioni mistiche e crepuscolari (cioè George Harrison, il ragazzo che porterà il sitar e l’India nel DNA della band).

Quando i Beatles furono bocciati dalle Majors – I quattro ragazzi che diventeranno mostri sacri, i Beatles, hanno già attraversato il vaglio dei provini delle Majors della musica, e sono stati bocciati. Peggio: sono stati bollati da giudizi e stroncature che, con il senno del poi sembrano tragicomici. Ma che allora aveva il marchio dell’ineluttabilità: “Questi qui non vanno da nessuna parte”. La differenza fra una band di quattro sfigati come ce ne sono mille, e il più grande fenomeno politico musicale e culturale del secolo breve, la fa proprio lui, George Martin.

Sir George crea i Beatles e battezza il Pop – Sir George, all’alba degli anni Sessanta, è un quarantenne coltissimo, ha iniziato a suonare piano a sei anni, sa scrivere partiture e arrangiamenti (mentre i Beatle a malapena sanno strimpellare gli accordi a braccio) e gestisce un’etichetta preziosa e marginale, la Parlophone. Il logo della lettera che pare una sterlina (ma non lo è, si tratta di una elle), è destinato a fare il giro del mondo, fra il 1963 e il 1964, è semplicemente il regno di Martin: un salotto di èlite dove si fuma la pipa, e si ascoltano musica classica e buon jazz. Ecco, il segreto dei Beatles, che molti dimenticano, è che Sir George sceglie tra mille questo quattro ragazzi e li trascina dentro questo mondo: risciacqua i loro giubbotti di pelle da rockettari che guardano a Elvis Presley e Otis Redding, li veste con le loro giacche e con le zazzere da bravi ragazzi discoli, assorbe amplifica le energie del soul bianco che scorre nelle loro vene, le innesta con una sapiente operazione di ingegneria sulle sue buone letture, e sui suoi gusti ultra colti, li sintonizza sulla nota del tempo, la rivoluzione giovanile, la minigonna, le cartoline di precetto bruciate nel Vietnam, e crea il prodigio assoluto: la miscela di alto e basso che nessuno aveva mai conosciuto. È il punto d’incontro raro fra la sperimentalità e l’orecchiabilità: in una parola: Martin fonda qualcosa che prima non esisteva e che dopo di allora, per comodità, sarà chiamato Pop.

La balia di Paul e il tutore di John – I Beatles si mettono a giocare dentro il salotto di Sir George, ci urlano dentro la forza barbarica di quel fonema gutturale e inconfondibile che racconta un’epoca- “Oh Yeah!” – e Martin diventa letteralmente il loro scriba. Passa ore ad ascoltare le nenie visionarie e ossessive di John, riuscendo a tradurle in accordi, diventa la balia, il profeta, il precettore del suo discepolo prediletto, Paul, e fa di lui un compositore e un uomo.  Si prende cura dei fanciulli creativi Ringo e George, instradandoli come scolaretti nel polifonico collegio di Abbey Road.

Produttore, maestro, amico – L’estate del sergente Pepe (come suona male in Italiano) è il racconto epico, ironico e commovente di tutto questo: il libro che riesce a documentare benissimo, questo problema enorme della storia dell’umanità che è – in ogni tempo e in ogni luogo la gestione del talento. Sarebbe eterna e inconfondibile Pennylane senza l’assolo squillante e insieme fiabesco di tromba suonato da Sir George in persona? Sarebbe eternaEleanor Rigby se Martin non avesse composto una partita perfetta per archi che fa accapponare la pelle e rende drammatici persino i calzini rammendati di Father Mckenzie e i suoi sermoni senza pubblico? Sarebbero i Beatles che conosciamo se George non fosse stato allo stesso tempo produttore, maestro, amico, capoclasse del gruppo più poliedrico e folle che lo spettacolo abbia mai assortito? Ovviamente no. E c’è persino una controprova: quando i Beatles, attraversati da questo stesso dilemma (e contro il parere di Paul) si disfano di George e prendono il miglior produttore dell’epoca Philip Spector, per il loro Let it be, il risultato è sempre un capolavoro. Ma un capolavoro che non li soddisfa: troppi orpelli, troppo cori, troppe sovrascritture musicali nella partiture. Al punto che trent’anni dopo, nel 2003, i tre superstiti, sentono il bisogno di rieditare una edizone “naked” del disco (ovvero ripulita di ogni leziosità) e l’affidano ovviamente a Sir George. Il risultato è semplicemente un altro disco (a mio parere più bello) anche se le piste e le tracce sono sempre le stesse. Una grande lezione sulla musica.

Il capolavoro assoluto, il White album – È sempre Sir George a produrre i dischi del tempo della crisi: il capolavoro assoluto, il doppio disco del cosiddetto White album (“bianco” perché senza nulla in copertina) non sarebbe mai nato se George e Paul non fossero riusciti a tenere insieme un disco da “separati in casa”, in cui Lennon – forse sotto la suggestione di Yoko Ono – non voleva più suonare con Ringo (“È un mediocre”) e la nuova compagna giapponese (che forse sognava già allora, nel 1968, la sua Plastic Band) si porta una brandina per dormire ad Abbey Roma. Eppure, quando i Fab Four in preda a queste energie distruttive esplode, basta che Sir George torni in sala perché il miracolo che la vita nega, possa essere ricreato nel vinile. Se questa sera volete ricordare il talento dei fantastici quattro e di Martin, ascoltatevi, magari al buio, “Free ad a bird”.

Talento domato da magia e cultura – È la canzone postuma che i tre Beatles superstiti ricreano in provetta per il lancio di Anthology (la più importante raccolta della band). Tutto parte da due strofe scritte da John come abbozzo di una canzone incompiuta, un fegatello d’archivio, di scarsa qualità. Sono tre versetti al piano, fra l’altro con una qualità  audio pessima. Ma Sir George la trascina nel laboratorio della Parlophone processandoli con tutti i trucchi applicati e inventati nella vita della band: è la quintessenza del beatlesismo. Vocalizzazioni perfette, la struggente chitarra di George, il controcanto fatato di Paul e il suo piano ormai maturo, le aritmie non virtuosistiche, ma inconfondibili di Ringo: tre colpi sulla grancassa in apertura, Ta-Ta-Ta-Ttá. E poi c’è quel colore inconfondibile nel suono: la malinconia, il rimpianto, la gioia, la celebrazione di un tempo irripetibile, con una ultima folgorante fiammata. Siamo quello che siamo, come i Beatles, quando siamo attraversati dalla grandezza, “Free as a bird”. La lezione di Sir George è che il talento, senza la magia e la cultura, resta solo potenzialità inespressa.

Luca Telese

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