Libero

30 dicembre 2015
La disgrazia di chiamarsi Vespa

Ricapitolando: 5 anni fa Federico Vespa, 31enne giornalista con la sola colpa d’ essere figlio di un più noto Vespa (mio rivale in tv, purtroppo), è l’ unico che accetta di firmare il giornalino carcerario della cooperativa Idee.
Da allora è volontario a Rebibbia. Due giorni fa finisce su Repubblica, inzaccherato da una pm che usa il cognome eccellente per condire la sua inchiesta. È additato come facilitatore dei rapporti di Totó Cuffaro. A Federico però non si contesta nulla, non è indagato (!), ha parlato con la moglie di Cuffaro per dirgli «Sta bene» (e il regolamento glielo consente). Prima di scriverne, bastava fare la cosa più semplice: chiamarlo. Chiunque entri in carcere è riempito di messaggi, come sa il comandante delle guardie – Massimo Cardilli – severo e perbene, che tutto controlla.
Stefano scrive a Repubblica, spiega: giornalino, calcetto, attività ricreative. I due colleghi invece di scusarsi riportano un’ impersonale frase della pm: «Si segnalano volontari che hanno operato a Rebibbia (in primis Federico Vespa) i quali si sono più volte adoperati per mettere in comunicazione Cuffaro con i suoi familiari e persone di sua fiducia». Come dire: noi non c’ entriamo. Il che mi convince sempre più che un giorno di carcere farebbe bene a tutti. Ai magistrati, ma soprattutto ai colleghi.

Luca Telese

Condividi:

 

Lascia un commento