Libero

31 dicembre 2015
Pure stavolta Matteo sbaglia il mezzo per andare a sciare

«L’ Italia riparte!», ma a quanto pare con il motore sbagliato. L’ Italia riparte, prova a gridare con una infusione di entusiasmo cinetico Matteo Renzi. Ed è a prima vista solo veniale, il peccato del premier che – nel giorno del vertice del suo governo sull’ apocalisse delle polvere sottili – parte per la settimana bianca a bordo della Volkswagen Tiguan 2.0 TDI di famiglia.
Non un modello qualsiasi: proprio una di quelle con le motorizzazioni Diesel finite nel ciclone perché più inquinanti di quanto dichiarato dalla casa (e rese commerciabili solo grazie al test taroccato).
Si dirà: sì, ma Matteo in questo caso è vittima, e sempre meglio partire con la VW tarocca che con l’ aereo blu, come l’ anno scorso, quando il premier e la sua famiglia volarono sulle piste con il Falcon 900 che tante polemiche ha prodotto (e che poi è finito all’ asta per 12 milioni di euro). Vero: potrebbe essere solo un’ inezia questa partenza così poco eco-sostenibile se non fosse diventata di dominio pubblico. E proprio nello stesso giorno in cui la montagna della crociata antismog del ministro Galletti partorisce il topolino di alcuni provvedimenti tecnicamente demenziali per fronteggiare l’ emergenza. Uno su tutti? Una prescrizione che pare immaginata da qualche zombie fricchettone reduce del 1977, l’ autoriduzione della velocità nei centri urbani. Dove il limite è a 70 km all’ ora, suggerisce il governo, sarà obbligatorio fermarsi alla soglia dei 50 km all’ ora. Se il limite è a 50km all’ ora, prescrive il ministro, sarà obbligatorio decelerare fino a 30 km. Dove il limite è 30 km, si presume, tutti resteranno fermi in un bell’ ingorgone.
Certo, non si poteva mica chiedere a Renzi di gettare l’ auto di famiglia per partire in monopattino: ma ho come l’ impressione che il Matteo #cambiareverso di due anni fa, quello che ancora non era intorpidito dagli agi del Palazzo, e non ancora appesantito dal rito delle promesse mancate e delle sparate programmatiche, avrebbe tirato fuori un coniglio dal cilindro. Su tutto poteva sbagliare, quel Matteo, ma non sull’ immaginario e sulla comunicazione: deve essere vero, dunque, che i suoi fedelissimi sono a caccia di uno spin doctor che gli ridisegni il look, un Alaistair Campbell, un guru che torni a farlo riflettere. Certo, per fare faville basterebbe lo stesso Renzi che si presentò al Quirinale con la Smart scassata del suo amico Ernesto Carbone: fu davvero una piccola-grande trovata mediatica (ispirava simpatia e comunicava diversità).
Quel Renzi avrebbe di certo scovato da qualche parte la cosa più utile e immediata con cui viaggiare: un’ auto elettrica. Matteo #lavoltabuona e #lamotorizzazione giusta. Invece nulla da fare: impigrito, incupito, in vistoso calo di popolarità e consensi in tutti i sondaggi (pare che gli italiani abbiano più fiducia in Di Maio!), costretto a salire vertiginosamente di gradazione sul ballometro della conferenza di fine anno (vedi magistrale articolo di Bechis di ieri) Matteo perde colpi. Ieri persino sul Corriere della Sera, un chirurgico Enrico Marro gli ha fatto barba e capelli sulla sparata del rimborso totale agli obbligazionisti (annunciato anche dal suo responsabile economico Filippo Taddei) ma poi smentito dalle norme reali della legge di stabilità. E questa photo opportunity con sci più che ricordare il vincitore delle primarie Pd, e il fantasioso ideatore di Leopolde, pareva una bersanata studiata dal noto concentrato di cervelli del Tortello magico. Romano Prodi esibì sulla neve, a dieci anni distanza la stessa giacca a vento (virtù o taccagneria?), Massimo D’ Alema segnò un’ era con le scarpe fatte a mano addentate dalla cagnetta di Reichlin (furono il suo Vietnam), Enrico Letta si caratterizzò per la prima uscita da premier a bordo di un monovolume Fiat, una Ulysse âgée (che comunicava austerità e rigore). Ma la Volkswagen ad alto tasso di emissioni nel giorno delle polveri sottili proprio non va: speriamo che l’ aiuto dei nuovi virgulti renziani, il patrimonio ideale di Denis Verdini e le odi liriche di Sandro Bondi, portino consiglio.

Luca Telese

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