Libero

3 Gennaio 2016
Zalone è l’unico che capisce gli italiani

«La Prima Repubblica non si scorda màaaai!!/ la Prima Repubblica tu cosa ne sai!». Tutto ci si poteva aspettare da Checco Zalone tranne che iniziasse a far ballare tutta l’ Italia con le note del più cattivistico (e incredibile) degli inni. Tutto ci si poteva immaginare: i sette milioni di incassi nel primo fine settimana, per esempio. E di sicuro il solito tocco di furbizia paracula, la perfetta strategia da botteghino, quella per cui nel film si possono identificare tutti: i cinici e gli idealisti, la destra e la sinistra, i conservatori e i rivoluzionari, tutti convinti che – sotto sotto – «Checco-la-pensa come me».
Tutto era ipotizzabile, ma non che questa canzonetta orecchiabilissima e politicamente scorretta cantata con piglio camaleontico, alla Adriano Celentano, entrasse subito al terzo posto della top ten. È un ritornello che esalta – in un modo tutto suo – i bei tempi andati, gli sprechi, i giorni felici del posto fisso, i riti da busta paga garantita celebrati in sindacalese di stretta osservanza.
Questa dichiarata nostalgia per la Prima Repubblica è un tormentone che esplode per ben due volte durante Quo vado. Prima si manifesta a metà film e poi ritorna nei titoli di coda, con la gente che resta in sala per applaudire le strofe, soprattutto quelle volutamente più grottesche che ricordano i bei giorni degli sprechi perduti. Quelli «Dei quarantenni pensionati/ Che danzavano sui prati/ Dopo dieci anni volati all’ aeronautica». Quelli in cui «gli usceri paraplegici saltavano/ E i bidelli sordomuti cantavano/ E per un raffreddore gli davano/ Quattro mesi alle Terme di Abano!/».
Si, Zalone ci ride su, perché (secondo lui) nella Prima Repubblica: «Con un’ unghia incarnita/Eri un invalido tutta la vita/». Dal punto di vista musicale il tema sembra un po’ riecheggiare certe celeberrime cantante del supermolleggiato, come Serafino o Siamo la coppia più bella del mondo. Il controritornello – invece – strizza l’ occhio (volutamente) alle note più celebri della via Gluck, mettendo al posto del prato scomparso – nientemeno! – la nostalgia per la Camera alta: «Ma adesso vogliono tagliarci il Senato/ Senza capire che ci ammazzano il mercato/». Dovrebbe essere un tema per politologi di prima classe, materia per Ainis, Pasquino e D’ Alimonte. E invece questi versi di memorabile rima baciata adesso li mandano a memoria i bambini, ponendo domande di non facile risposta ai padri sull’ idea di architettura istituzionale immaginata e veicolata dalla canzonetta di Zalone: «Senza Senato non c’ è più nessun reato/Senza reato non lavora l’ avvocato/Il transessuale disperato/ mi perde tutto il fatturato/ Ed al suo posto c’ è un paese inginocchiato/». Poi, nello snodo più importante, entra in scena persino Matteo Renzi, con tanto di un inconfondibile, toscaneggiante «Ehh» imitato in falsetto, ed una metafora conclusiva davvero alta: «Ma il presidente è un toscano/ Ell’ è un gran burlone/Ha detto: Eh scherzavo!/ Piuttosto che il Senato mi taglio un coglione/». (Evidentemente Zalone non aveva ancora sentito il discorso di fine anno e la minaccia di abbandono della politica del premier).
La gente comunque ride sul rimpianto per i «cosmetici mutuabili/e le verande condonabili/». E, certo, ride anche «di un concorso per allievo maresciallo/ Seimila posti a Mazzara del Vallo/» (figurarsi, negli anni dei cervelli in fuga utopia). Così come si ride per il sindaco calabrese che nel film storce il naso se la pratica è a norma. O per «lo spirito civico» con cui Checco non vorrebbe suonare ai semafori le macchine che non partono. Certo, per cerchiobottare persino Zalone qualche nota critica sugli anni novanta la infila: «Ed i debiti si ammucchiavano come conigli/Tanto poi erano cazzi dei nostri figli/». Ma è un’ inezia.
Quando la strofa torna ad essere cantata per la terza volta, il trionfatore dei botteghini si butta in una operazione nostalgia che nemmeno Cirino Pomicino: «La Prima Repubblica non si scorda màaai!/La Prima Repubblica era bella saiiii!!!!/». Era bella davvero?
O meglio: ne sono davvero convinti gli spettatori che applaudono nelle sale? Mi faccio questa domanda girando i cinema di Roma per vedere come viene accolto proprio quel momento clou. E assistendo alla scena che si ripete mi viene in mente che proprio lo spirito di questa canzonetta sia uno dei motivi di successo di Quo Vado. Forse è solo la simpatia della maschera zaloniana. O forse persino questo fenomeno di costume è un piccolo grande segnale, di quelli che di solito i sondaggisti non riescono a registrare: l’ idea che gli anni del rigore, della rottamazione e del grillismo, e le loro retoriche puritane sotto sotto abbiano stancato. Mi faccio l’ idea che questo rimpianto ridanciano per la Prima Repubblica e per i suoi sprechi possano diventare il corrispondente italiano di quello che fu Goodbye Lenin per la Germania. In quel film l’ ancien regime della Ddr veniva (incredibilmente) rimpianto malgrado gli orrori del comunismo reale, mentre qui l’ era delle vacche grasse sembra bella anche per (e non malgrado) i suoi incredibili sprechi. Sta di fatto che forse Checco Zalone-Luca Medici aveva solo composto una canzonetta paracula, ma poi c’ è la storia che ci gira intorno, c’ è l’ effetto amplificazione del successo da botteghino. Dice Pietro Valsecchi, produttore del film: «È un fenomeno incredibile. Ma devo dire che io stesso non ho ancora capito se l’ energia che questo film ha attivato sia nostalgia per il passato, o una speranza per il futuro». Forse sono entrambi i fenomeni, a coesistere insieme nel ghigno beffardo della maschera comica zaloniana, nel gioco dell’ inno parallelo. Forse c’ è solo voglia di voltare pagina, perché i nuovi miti si sono logorati in fretta. Francesco De Gregori negli anni settanta compose il suo contro-inno con le fantastiche zampogne di Viva l’ Italia. Giorgio Gaber ha salutato la crisi italiana degli anni duemila con il suo «Io non mi sento italiano/ma per fortuna o purtroppo lo sono», con i suoi caustici piripì. Edoardo Bennato ha parodiato Il gran ballo della Leopolda provando a replicare quello che fece con le sue antiretoriche canzonette che misero in croce i valori dell’ Italia conservatrice. Ma forse, senza volerlo, è proprio Checco Zalone l’ unico che è riuscito a comporre uno scanzonato inno «anti» capace di raccontare i suoi tempi. Un inno diventa inno non perché è bello, ma quando senza volerlo si imparano a le parole a memoria. Se questo sarà un inno, di sicuro sarà l’ inno dell’ Anti-anti politica.

Luca Telese

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