Interviste

25 Aprile 2008
Filippo Andreatta

“Ah, Beccalossi….”. Arriva all’appuntamento in jeans, giacca senza cravatta, una corona di barba intorno al viso: rada, ma ben curata. Molto più “ragazzo” che professore universitario. Se non altro perché Filippo Andreatta custodisce un primato che è già un racconto di questa Italia. Quando vinse la cattedra (nel 2005 a 37 anni) una inchiesta documentò che era lui il professore più giovane di Bologna. Il fatto incredibile è che oggi, dopo ben tre anni, lo sia ancora. Se gli chiedi cosa ne pensi si schernisce e ride amaro: “Dopo di me non ha vinto nessuno più giovane. Una tragedia che si ripete ovunque”. Così, se deve riassumere i mali del Paese non ha dubbi: “Siamo l’Italia delle rendite. Il problema oggi sono le carriere cooptate, in ogni campo, dalla politica agli studi notarili, alle botteghe artigiane alle imprese. La rendita è il vero nemico”.
Filippo è figlio di Beniamino, il più prestigioso economista democristiano della prima repubblica, il maestro di Romano Prodi, il padre de Il Mulino, l’unico, con Amato, che è stato ministro sia prima che dopo il terremoto del 1993. Nella sua casa bolognese è nato l’Ulivo. Filippo sì è fatto le ossa nel Ppi, dopo che a 16 anni era stato “costretto” dai genitori ad espatriare in Inghilterra perché crescesse senza l’ingombrante etichettatura del “figlio di”. Quando hanno ipotizzato la sua candidatura a sindaco di Bologna ha cortesemente declinato l’invito. Invece, con un altro giovane intellettuale ulivista – Salvatore Vassallo – ha messo su una scuola di formazione politica, “Ulibò”. Vassallo e Andreatta per anni erano come “il gatto e la volpe”, i due dioscuri dell’Ulivismo. Poi le loro strade si sono divise e Vassallo, diventato consigliere di Veltroni, è a Montecitorio. Fra lessico familiare e grande politica, fra suggestioni generazionali e analisi sul declino italiano, Andreatta ha poche certezze incrollabili. Una delle più importanti si chiama… Evaristo Beccalossi.
Che c’entra Beccalossi?
“C’entra, eccome. Evaristo è il mio romanzo di formazione”.
Arguisco una ferrea fede interista….
“Sì: ma è maturata in tempi non sospetti, quando l’Inter non vinceva mai”.
Come mai scegli proprio lui?
“Era lento come un trattore, giocava solo con il sinistro. Gli mancava il fisico. Ma palla al piede… ehhh, un poeta”.
Esiste una filosofia beccalossiana?
“Sì, si può non vincere, ed essere ugualmente grandi. E in ogni caso io non amo quelli che stravincono”.
Classe 1968. Ti senti ancora “giovane”?
“L’anagrafe non spiega. In questo paese tutti quelli che non hanno fatto né il ’68 né il ’77 vengono considerati giovani. Anche io  – in Italia – sono giovane”.
All’estero no?
“Di tutti i miei compagni di università europei, sono l’ultimissimo che ha trovato lavoro. Con almeno quattro anni di ritardo”.
Quale è il tratto comune di questa “generazione immaginaria”?
“Il disincanto”.
Perché proprio il disincanto?
“Dopo le grandi speranze aperte dalla caduta dei muri, in Italia e nel mondo, abbiamo assistito alla normalizzazione della spinta al cambiamento”.
“C’è una immagine-simbolo nella tua formazione?
 “Il ragazzo di Tien An men che ferma il carro armato. Ancora più bella perché è un anonimo, poteva rappresentare tutti noi”.
Dov’eri quando c’è stata la strage?
“A Londra. Abitavo ad un passo da Chinatown. Non scorderò mai il quartiere dell’etnia meno politicizzata del mondo invaso dai tazebao colorati che sostenevano gli studenti”.
Quell’entusiasmo ti stupiva…
“In Italia qualcosa di simile forse non c’è stato nemmeno alla Liberazione”
E per la nostra generazione?
“Solo con la vittoria dei mondiali di Spagna abbiamo vissuto la magia di un’euforia collettiva”.
La tua formazione è anomala, fuori dall’Italia.
(Sorride). “Fu una scelta… democratica dei miei genitori. A 16 anni spedirono me e mio fratello a studiare fuori, senza cedere alle nostre resistenze”.
Dove?
“In Galles, nel “Collegio del mondo unito”, fondato dall’austriaco Kurt Hahn”.
Una tragedia?
“Col senno di poi una fortuna. Mio padre voleva proteggerci dal nepotismo e che non vivessi da figlio di. In questo aveva ragione, in Inghilterra non ero nessuno”.
Quanti italiani eravate?
“Tre. Ho avuto modo di misurami su me stesso, in un sistema anglosassone, meritocratico e piramidale”.
Che tipo di scuola era?
“Aconfessionale, multinazionale: 360 studenti, 120 nazionalità.  Hahn, era un ebreo utopista convinto che fosse l’unico modo per formare classi dirigenti davvero cosmopolite”.
Non era un posto per fighetti…
“Nooh, al contrario! C’era persino il servizio sociale obbligatorio, Mi ritrovai a seguire i ragazzi con pene alternative al carcere”.
Te ne ricordi ancora?
“Mi viene in mente un certo Adrien, classico prodotto dell’Inghilterra thatcheriana, padre minatore messo sul lastrico dal licenziamento”.
Che fine fece?
“Riuscii a convincerlo da arruolarsi nell’esercito”.
Qualche rimpianto?
“Dopo il college sono andato e tornato alla London School of economics passando per la Columbia di New York… In Italia sono arrivato nel 1997”
Molto tardi, vuoi dire.
“Mio padre si è ammalato nel 1999. Per questo mi sono mancati anni importanti di relazione”.
E se non avessi fatto quella scuola?
“Forse sarei meno sicuro delle mie risorse. O soffrirei per i sorrisetti che talvolta appaiono sul viso dei miei interlocutori”.
Il cognome “pesante” ti ha aiutato o sfavorito?
“Se mi presentano a un professore universitario, come minimo incontro una certa cortesia. Ne sono consapevole”.
Gli svantaggi peggiori?
“Quando vinci un concorso e molti dubitano che sia merito tuo”.
E’ vera la leggenda che Prodi dava a tuo padre del lei?
“Senza deroghe. Era più che un vezzo. Più del retaggio di un rapporto allievo-maestro. Il segno che loro erano due amici così particolari che potevano parlarsi in questo modo”.
E tu gli dai del lei?
“A Prodi? Nooooh… E come potrei? Era nella mia casa da quando ero bambino. Romano è Romano”.
Il “prodismo” è finito davvero?
“Senza dubbio, si è chiusa un’era. Prima degli errori su finanziaria o indulto, hanno contato i tempi: se il Pd fosse nato prima della vittoria, Romano non sarebbe stato ostaggio dei partiti a Palazzo Chigi”.
Cosa cambia davvero adesso?
“Dopo le anomalie, Berlusconi e Prodi. la Casta torna autosufficiente”.
Però Berlusconi potrebbe vincere…
“Ma dal ’94 a oggi è diventato un politico. Io ho studenti che avevano quattro anni quando ha vinto la prima volta!”.
Grandi maestri di vita incontrati negli anni della formazione?
“Giovanni Sartori”.
Avendolo professore cosa hai imparato?
“E’ un genio della logica, corazzato sotto una scorza da toscanaccio burbero”.
Lui è uno che si è interessato prima a te che al tuo cognome?
(Risata). “E’ il tipo che devi corteggiare, perché si interessi a te. Rispetto agli standard americani poco accattivante: infatti aveva molti allievi ma pochissimi studenti”.
 E quando li accoglie nella sua cerchia socratica?
“Li tira su come piantine. A me, poi, mi ha anche “girato” a due signori che si chiamano Freddi e Panebianco”.
Sei un cattolico praticante?
“Sì. Ma la mia socializzazione religiosa è avvenuta in paesi protestanti. Il che mi ha davvero fatto riscoprire le radici cattoliche dell’identità italiana. Se ti senti cattolico in Galles è perché ci credi davvero”.
Cos’altro hai riscoperto “di italiano” dal Galles?
“Il calcio come scienza e passione. Cose come mettere la sveglia a qualunque ora del giorno e della notte per seguire le partire delle nostre squadre in tutto il mondo”.
La tua era una famiglia seriosa ed austera.
“Detto così pare un lager. Ma anche i dettagli contavano: guai a uscire dalla stanza senza spegnere la luce!”.
Sei cresciuto con la paghetta?
“No, mio padre era ideologicamente contrario”.
Budget illimitato, dunque: una pacchia.
“Mica tanto. Bisognava motivare tutto”.
Ma i fumetti te li compravano?
“Dipende. Quelli educativi, come Quino, i Peanuts, Asterix e persino Topolino sì”.
E nella lista nera?
“Diabolik. Poi Tex, e persino Zagor. Vietatissimi”.
 Eri pro logo o no logo?
“Decisamente no. Uno degli insegnamenti di casa era resistere al conformismo, soprattutto quello ‘consumista’ dei marchi”.
Almeno sul piano musicale ti concedevi trasgressioni?
“Amavo i Duran Duran, e oggi non capisco perchè. Gli Spandau Ballet riesco ancora ad ascoltarli”.
Primo voto?
“Sempre Dc. Poi Ppi, Poi Margherita. Fino alla prima Repubblica ero soddisfatto”.
Ovvero?
“Se vedevo la scena di Ecce Bombo con il professore messo in croce sui ‘trent’anni di malgoverno democristiano’…”.
Stavi con lo studente?
“Col professore! Eravamo un paese distrutto dalla guerra che è entrato nel G8 grazie a quella vituperata classe dirigente”.
Cosa si è rotto nel nostro sistema-paese?
“Massimo Livi Bacci, un grande demografo, ha inventato la categoria dei giovani-vecchi: in Europa siamo gli ultimi a: sposarsi, essere assunti, far figli, comprare case… Livi ha scritto un saggio per dimostrare che persino i calciatori sono più vecchi”.
E se fosse che questo succede perché non ce lo meritiamo?
“Magari. Succede, invece, perché si è persa la propensione allo sviluppo. Perché anziché costruire un posto di lavoro, come negli anni ’50, lo si concede. Nei posti di responsabilità si escludono proprio quelli che avrebbero nozioni e passione per occuparli”.
C’è chi dice che a un primario servono i capelli bianchi..
“A New York sono stato curato da un primario cambogiano di 30anni, che pareva uscito da un boat people, ed era un genio. Qui se c’è un 50enne in carica, vuol dire che è cooptato”.
Però il paese così sopravvive.
“Macchè. E’ un enorme Harakiri di massa. Krugman la chiama ‘l’età delle aspettative decrescenti’. Saremo la prima generazione che dovrà lottare per avere meno dei padri”.
Non è la selezione della specie?
“No, è una selezione truccata. Eppure i nati dopo il ’60 sono – malgrado le apparenze – la maggioranza dell’elettorato”.
Ora ti costringo a dire i nomi di tre babbioni da liquidare.
“Oddìo, non è proprio nel mio stile…”.
…Ma si deve.
“Allora, se non devo essere buonista, il primo è Bossi”.
Meno male che eri restìo, rottamare un infartato…
“Quello degli anni ‘90, che ha imbarbarito la politica italiana”.
Secondo bersaglio?
“Bertinotti. E a pari merito Mastella. Nel 1998 e nel 2008 hanno ucciso un’esperienza di governo per calcoli di bottega”.
Il primo giovane a cui faresti fare il salto?
“Enrico Letta. Non perché sia mio amico – e lo è – ma perché ha avuto il coraggio di correre contro Veltroni, quando l’unanimismo gli sarebbe convenuto. E poi Aldo Cazzullo”.
E’ stato intervistato in questa serie, non so se si può…
“Ma il suo è un caso emblematico. Sarebbe già direttore, se gli editori non pensassero: In fondo non ha l’età di mio figlio”.
Sarà anche vero…
“Infatti: il problema è l’eta degli editori!”.
Ti resta una nomination…
 “Un altro caso simbolo, il compositore Andrea Guerra. Dopo le colonne sonore per Muccino lavora a Hollywood. Ma in Italia non lo sa nessuno”.
Tuo padre avrebbe mai candidato un suo portaborse?

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9 commenti »

  1. Con Il Prof. Filippo Andreratta siamo quasi coetanei (io del ’66) sono laureato in Economia a Bologna e, pur se poco impegnato, soprattuto in politica, simpatizzo da semnpre con le idee e lo stile di Romano Prodi. Concordo su molto, compresi i Duran Duran e Spandau Ballet, non su Bossi: ha saputo interpretare e dare voce (è vero … a modo suo) anche ad una domanda popolare di responsabilità e operosità della politica che, lungi dall’essere soddisfatta, gli sta garantendo ancora consensi crescenti. Credo che Bossi (quindi la Lega) non sia da demonizzare ma da considerare interlocutore autorevole con il quale instaurare un dialogo costruttivo. Credo che non farlo vorrebbe dire non riuscire a leggere completamente la ns. società attuale. Scusate se mi sonon permesso di commentare ma la citazione di Krugman, dopo aver letto con piacere un’intervista di “sostanza”, ha toccato le corde giuste per coinvolgermi …
    Grazie e saluti.
    Antonio Prati

  2. voglio trovare Filippo, e un mio amico della scuola

  3. filippo abita a bologna, è sposato e ha 2 figli.

  4. Filippo Andreatta ha sicuramente un futuro da Ministro, è uno tra i giovani piu’ intelligenti in questa povera Italia. Speriamo abbia voglia di provarci, molto probabilmente diventerà Sindaco di Bologna, la sua città.

  5. Buon sangue non mente. Nell’intervista di Filippo ritrovo lo stile, la classe, l’intelligenza del padre. Bravo Filippo
    Lella

  6. Seguire il suo corso di Relazioni Internazionali è illuminante, una delle poche materie che si può dire siano insegnate con passione e competenza :)

  7. L’ho conosciuto oggi, in effetti sembra anche simpatico e alla mano. Dinoccolato e….come dire…. giovane!!!

  8. Eccellente intervista

  9. Eccellente intervista.

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