Il Fatto Quotidiano

15 Dicembre 2010
Feltri ritorna “Libero”

E dopo il big bang di Montecitorio, anche la carta stampata si prepara a un nuovo clamoroso terremoto. Dopo aver lanciato diversi segnali (pubblici e non) e dopo aver spiegato i motivi del suo dissenso dalla linea tenuta da il Giornale negli ultimi mesi, Vittorio Feltri ha consumato in queste ore il suo divorzio definitivo dalla coppia di guida Alessandro Sallusti e Daniela Santanché (nel ruolo di amministratrice della concessionaria della pubblicità, Visibilia).
Una separazione consumata senza rancori, nel rispetto personale e reciproco, ma con molta determinazione. Però l'addio imminente di Feltri dal quotidiano di via Negri non è un forfait definitivo, e prepara un altro non meno clamoroso colpo di scena. Un ricongiungimento con Maurizio Belpietro e un approdo a Libero.
Non per entrare nei ranghi dell'attuale assetto editoriale, però, ma per realizzare un vecchio sogno: quello di farsi editore di se stesso e rifondare l'attuale modello proprietario del quotidiano. In un primo momento l'idea era quella di fondarne uno nuovo. Poi si è aperta un'altra possibilità.
La soluzione a cui la rinata coppia Belpietro-Feltri sta lavorando, anche in queste ore è una piccola rivoluzione proprietaria. I due direttori, infatti, stanno trattando con l'editore Angelucci (vecchia volpe della professione, attuale parlamentare del Pdl, ex finiano rimasto al fianco del Cavaliere), l'acquisto di quote numericamente decisive della società editoriale che attualmente pubblica il quotidiano.
In fondo, la storia di questi anni, è stata una lunga e tormentata rincorsa verso questo obiettivo. Feltri fondò Libero per farne il suo giornale in piena autonomia, poi – dopo aver raggiunto il traguardo delle prime 40 mila copie – si cercò un primo editore per gestire la fase di espansione, infine si "sposò" con gli Angelucci, portando in dote ai suoi nuovi editori la formula del finanziamento pubblico, che arrivava grazie all'inglobamento di Opinioni nuove, un foglio semiclandestino, fantomatico organo del movimento monarchico, che però aveva maturato – nel tempo delle vacche grasse – "il diritto soggettivo" ai finanziamenti dell'editoria erogati dalla presidenza del consiglio.
Lo scorso anno sono stati quasi sei milioni di euro, i fondi percepiti dal quotidiano diretto (da ormai un anno da Maurizio Belpietro). E sempre un anno fa, proprio l'addio di Feltri – passato al Giornale – sembrava aver messo in discussione la sopravvivenza di Libero. Ancora più rocambolesca, poi, è la storia dell'"amicizia concorrenziale" fra Feltri e Belepietro, un intreccio degno di un film americano, un drammone alla Wall street.
Fase uno: Feltri e Belpy prendono in mano l'Europeo e ne fanno una corazzata. Poi rifondano L'Indipendente. Meditano di comprare case insieme. Poi scalano il Giornale. Poi Feltri lo lascia e Belpietro lo eredita (riuscendo a consolidarlo). Tra i due corrono scintille, anche qualche fendente sotto la cintura, ma il rapporto non si interrompe mai.
Quando Belpietro prende in mano Libero lo comunica a Feltri nel consueto pranzetto milanese. Quando crescono le divergenze tra Feltri e Sallusti, si riannodano e si cementano i fili di un rapporto che era sopravvissuto sottotraccia. Quando Feltri lancia la provocazione: "Facciamo un nuovo quotidiano?". Belpietro stupisce con la sua risposta: "Vittorio, l'idea non mi dispiace affatto". Poi i due si mettono a lavorare sui costi, sui soldi, sul modello industriale.
Alla fine si scopre che Angelucci sarebbe entusiasta di un ritorno di Feltri, che spianerebbe le praterie di fronte al quotidiano della famiglia. Allora gli imprenditori delle cliniche chiedono di poter partecipare al progetto, e se possibile di agevolarlo. Si arriva così all'idea che prende corpo in queste ore, Una "United Artists" (modello Frank Capra) dei due direttorissimi di centrodestra.
Una prospettiva che spaventa terribilmente Berlusconi sia sul piano politico sia su quello industriale. Dopo il primo strappo, infatti, Sallusti era riuscito a celebrare Feltri come un grande eroe del quotidiano di via Negri riservandogli una pagina di lettere al giorno, dopo la sentenza dell'Ordine (sospeso tre mesi). Adesso il compromesso fragile e cavalleresco non resiste più e i due cavalieri di carta se ne vanno, ognuno per la sua strada.

Luca Telese

Condividi:

 

5 commenti »

  1. E’ un piacere vedere che anche l’ultimo grimaldello (il FLI) nelle mani della cosiddetta Sinistra anti democratica fortunatamente ha fallito. Questi stanno pagando lo scotto del loro colpo di stato del 1994. Chi di spada ferisce di spada perisce. Le dirette televisive di ieri, documentando una crisi politica e forse la crisi di un’epoca, avrebbero dovuto essere avvincenti. Per la verità i cronisti, molto volonterosi, ogni tanto accennavano a “animose discussioni dietro le quinte. Ma a noi pubblico, purtroppo, il back-stage non è stato concesso. Quella che abbiamo visto è una processione di persone (quasi tutti maschi, quasi tutti anziani, tutti vestiti allo stesso modo) che snocciolavano davanti alle telecamere un rosario cifratissimo di auspici, mediazioni, proposte, tentativi, abboccamenti, colloqui del tutto incomprensibili, se non a loro. Non che si pretendesse l’irruzione a cavallo di una deputata amazzone, o il comizio infiammato di un senatore bakuniniano. Ma certo, pure nell’assodata e benvoluta mediocrità della democrazia, ci saremmo aspettati almeno un sussulto emotivo, un brivido intellettuale, tanto per avere conferma che da quelle stanze stava passando la Storia. Si vede che aveva altri impegni. Chi glielo toglie dalla testa agli italiani che il vero scopo della politica è il “levati tu che mi ci metto io”? Sono ormai decenni che il distacco tra la gente e la cosiddetta classe politica si traduce in un giudizio secco: “Sono tutti uguali. Destra, centro, sinistra, non c’è differenza”. La rivolta di Gianfranco Fini, presidente della Camera per grazia ricevuta, è stata un’ulteriore conferma di quello che pensano i più e il dibattito di ieri non ha mutato d’una virgola il solito copione. Silvio Berlusconi ha letto un discorso (complimenti) che ha pizzicato con maestria le corde della chitarra governativa. Ha promesso di seguire le indicazioni di Confindustria e sindacati. Di portare in porto la riforma dell’Università, di velocizzare l’iter della riforma della giustizia. Di modificare la riforma elettorale e soprattutto il Federalismo, tocca sana di tutto il Paese. A mio consolidato giudizio sarà più rivoluzionario di Garibaldi. Di ridurre il numero dei parlamentari. Ha offerto “a tutti i moderati di questo Parlamento” un patto per rinnovare il governo. Ammazzerà finalmente il vitello grasso e aggiungerà più di un posto a tavola. E chiederà a qualcuno dei suoi fedelissimi di far posto al figliol prodigo e alla sua famiglia. Dalla crisi determinata dalla fuoriuscita dei fliniani, il presidente del Consiglio vuole emergere più forte aprendo, come ha annunciato, una “nuova fase politica”. Per farlo, conta su un fatto innegabile: la strada maestra sono le elezioni anticipate. Altre soluzioni non ce ne sono. Oggi la maggioranza è di Silvio Berlusconi e quindi è lui a decidere se andare alle elezioni? Allora – si chiede il cittadino comune – a che serve tutto questo bordello? Perché fanno le congiure di palazzo, invece di tappare le falle alla barca-Italia? Ma la domanda alla quale è più difficile trovare una risposta bastevole è: come mai la cosidetta Sinistra, dicono di volere il bene del Paese e intanto si prendono a mazzate strafregandosene dei problemi veri? Come mai hanno tentato un golpe senza avere il consenso elettorale di noi cosi detto popolo sovrano? Davvero Fini ha creato un partito per fare il bene dell’Italia? E’ certo che non si sa niente dell’agenda politica Finiana spero che almeno Fini dopo questo tentato golpe, dovrebbe avere il pudore di rassegnare le sue dimissioni e di andare a far cabaret con Bertinotti, Pivetti al bagaglino! E interpretino la parabola di Lazzaro! Certo ci furono tempi in cui in Parlamento sedeva gente diversa. Non possiamo mettere sullo stesso piano gli Einaudi, i De Gasperi, i Nenni, i Togliatti, gli Almirante e Benedetto Craxi. Ogni cinque anni andiamo a votare e legittimiamo a costoro a gestire per nome e per conto nostro. La è maggioranza di Berlusconi e soprattutto dell’ alleato corretto quale è la Lega, quindi signori avanti, avanti, avanti con le Riforme. Grazie Lega della tua cooerenza.
    Buon Santo Natale e buona maggioranza allargata fino al 2013.
    Celso Vassalini.
    Blog:celso1000

  2. prolisso..

  3. Celso, tante parole per non dire NIENTE complimenti, che sei un adepto di Bondi? Per altro non c’entra nulla con l’articolo, se cercavi visibilità hai sbagliato spazio temo. Un altro soldato della legione del “se non mi calcola nessuno almeno in rete non esisto”. Come disse con un sussulto di arroganza di cui probabilmente si è pentito un secondo dopo il caro Shatner ai suoi fan trekkiani, Get A Life.

  4. Bondi ha imparato nel PCI

  5. E te pareva !Ci sei ricascato “n’artra” volta !Possiibile Telese che in questo momento drammatico per il paese non hai altre storie da raccontare.Per non addormentarmi ho dovuto leggere questo articolo con la canzone Unchained dei Van halen a tutto “foco”.Paragonare poi la storia di questi due al film Wall Street di Oliver Stone è delirio puro,tuttalpiù possono realizzare un brutto remake di Franco e Ciccio alle Crociate,Gianni e Pinotto contro l’uomo invisibile o Fantozzi e Filini l’ultima catastrofe.Perchè la prossima volta non utilizzi il tuo tempo per fare un articolo sul personaggio che ha ispirato il film 23 anni fa e ci spighi perchè Gordon Madoff Gekko in America è in galera e condivide la stanza insieme ad uno psicopatico e il cavaliere Tanzi che ha fatto i soliti danni è nella sua villa-castello a fare il presepe con il bue e l’asinello.

Lascia un commento